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Fabio Casilli

«Le porcherie, a palazzo Carafa, le hanno fatte altri. Il “Patto per la città” è una cosa seria e può portare fino al 2022». Così Carlo Salvemini, che giovedì scorso ha visto approvare, proprio grazie all’accordo con i tre ex di «Grande Lecce», Antonio Finamore, Paola Gigante e Laura Calò, il suo primo Bilancio di previsione.

Sindaco Salvemini, partiamo dal bilancio approvato giovedì sera in Consiglio. In aula lei ha ribadito quanto aveva già detto in una conferenza stampa circa 20 giorni prima: «Indicatori e numeri sono da pre-dissesto, ma non percorreremo quella strada». C’è in questo anche una sorta di avvertimento rivolto alle amministrazioni precedenti, per dire: «State attenti, perché questo ho ereditato da voi»?
«È stata una semplice premessa, costruita su dati oggettivi e verificabili, riportati in atti ufficiali, relazioni del collegio dei revisori e note della Corte dei Conti. Per ribadire la sofferenza economico-finanziaria dell’ente e per precisare come questi indicatori siano condizionanti nelle impostazioni di politiche di bilancio, che comunque noi abbiamo garantito. È stata una valutazione oggettiva, che non ho utilizzato per lanciare avvertimenti, ma semplicemente per una doverosa ricostruzione di verità, che non è stata oggetto di smentite o precisazioni in aula. La questione più evidente della maratona in Consiglio è che chi ha amministrato Lecce, negli ultimi 10 anni, davanti a questi dati ha preferito trasferire il dibattito sulla questione, non meno importante, del Patto per la città».

L’ex assessore Attilio Monosi lo ha definito un «bilancio ingessato», simile nelle percentuali di entrata e di spesa a quello che lei, dall’opposizione, ha contestato negli anni passati.
«Il nostro bilancio contiene degli elementi di forte significatività e novità, che lo rendono distinguibile rispetto al passato. Mi riferisco all’aver voluto, per la prima volta, prevedere la Tari sociale: una esenzione dal pagamento della tassa per i nuclei familiari fino a 6mila euro e la detrazione dal 30 al 50% per quelli fino a 9mila euro sono elementi di un patto sociale molto importante, che in passato non era previsto. Anche alcune previsioni di opere pubbliche a lungo attese definiscono un’attenzione diversa rispetto al passato. E la previsione, non meno importante, di uno stanziamento di bilancio per l’adeguamento del capitolato d’appalto relativo al servizio di raccolta rifiuti, che sappiamo essere inadeguato alle necessità di questa città».

Il bilancio è passato grazie ai tre consiglieri eletti col centrodestra, che appena sei giorni prima avevano sottoscritto con lei il Patto per la città. Al netto delle valutazioni più politico-morali (è stato definito “una porcheria”), c’è stata, da parte di Angelo Tondo in Consiglio, una critica nel merito. Tondo le ha detto: «Sindaco, puoi anche averlo firmato davanti alla foto del presidente Mattarella e allo stemma della città, ma questo, di fatto, resta un accordicchio».
«Le porcherie, compiute a palazzo Carafa in questi anni, sono altre. Questo è un patto politico-programmatico che scaturisce da una situazione inedita, legata alla cosiddetta “anatra zoppa”, che imporne al sindaco eletto - in questo caso io - di verificare la possibilità di una governabilità. Il Patto è il riconoscimento di un risultato politico, la validazione delle linee di mandato e l’indicazione di alcune priorità di intervento, definite in dieci punti, con cui ci si impegna a dare continuità nei prossimi anni. Questo io lo definisco un patto politico serio, altro che “accordicchio”. Quello che non si accetta è di aver constatato come nessuno abbia chiesto riconoscimenti, ruoli e posti, che non siano state utilizzate le presidenze di Sgm, Lupiae e Asi, come in passato, per trovare sostegni e accordi. Di questo va dato merito ai tre consiglieri Calò, Finamore e Gigante, che hanno mostrato un profilo politico di serietà e anche trasparenza. Si sono assunti una responsabilità davanti al consiglio. E non sono stati smentiti nella ricostruzione delle vicende degli ultimi 15 giorni da parte di chi ha tenuto la regia di quella che è stata definita una sceneggiata».

Sono passati i tre emendamenti, contenuti nel Patto. Ma in consiglio c’è stato uno scontro, in particolare, sull’emendamento proposto da Finamore e poi approvato per la realizzazione di refettorio e palestra alla scuola di Frigole. In bilancio non c’è la copertura per quell'opera, ma la previsione della partecipazione ad un bando che la Regione non ha ancora pubblicato. Veniamo al punto: ha ragione chi dice che è la Regione, e per essa il suo presidente Michele Emiliano, a farsi garante della realizzazione di quel punto e dell'intero Patto per la città?
«Questa è un’autentica sciocchezza. È stato precisato dalla dirigente (Claudia Branca, ndr) che, in base al Codice delle opere pubbliche, possono essere inserite in bilancio opere, anche se prive di finanziamento certo. E non avremo alcuna difficoltà, qualora non dovesse essere garantita la misura regionale, a convertire quel finanziamento con l’accensione di un mutuo a carico dell’Ente. Siamo nella ricostruzione dietrologica, fantasiosa, allucinogena di questo accordo, che è lo stesso che accompagnò l'apparentamento, tra primo turno e ballottaggio, con Alessandro Delli Noci. Anche allora furono dette cose per le quali qualcuno ora dovrebbe provare imbarazzo, perché non hanno trovato riscontro. E non sarà così neppure in questo caso».

Non ha paura che quel Patto tra 6 mesi, un anno, quando non ci sarà più lo spettro del lungo commissariamento, possa diventare carta straccia. Basta che due dei tre tornino all'opposizione.
«Io ho detto in aula che la governabilità e la stabilità di un’amministrazione non sono un valore in se. Esse si giustificano se trasferiscono un beneficio alla comunità rappresentata. È evidente che qualunque esperienza politico-amministrativa si misura con i numeri, il sostegno, i consensi dei consiglieri di maggioranza. La scelta della sottoscrizione di un accordo pubblico reso noto e firmato da me e dai tre consiglieri ha anche la ragione di un’assunzione di responsabilità davanti a tutti, il cui mancato rispetto dovrà essere motivato ai cittadini. Ho detto che per me la governabilità non si misurava esclusivamente rispetto all’approvazione del Bilancio, per evitare lo scioglimento del Consiglio. Ma con un orizzonte di lavoro che si misurasse su obiettivi certi, chiari e verificabili».

Inizialmente, lei ha chiesto un accordo per governare fino a fine mandato, cioè fino al 2022. Poi si è parlato del 2020. Insomma, quando scadrà questo Patto per la città?
«Il Patto, per come è scritto, parte dall’approvazione del bilancio di previsione 2018-2020, e dalla necessità di realizzarne i contenuti, ma non pone scadenze ulteriori. Si verificheranno in corso d'opera. Potremo andare avanti fino al 2022, se saremo convinti di far bene ed essere coerenti con gli impegni assunti tra di noi e davanti ai cittadini. È un patto che definisce una maggioranza di scopo e a termine, scaduto il quale - potrà essere il 2020 o il 2022 - ciascuno si sentirà libero di potersi collocare nello schieramento che più sente vicino».

Non ha sentito il senatore Roberto Marti dopo il voto sul bilancio? Neppure per gli auguri?
«No, col senatore Marti ci siamo sentiti al telefono circa un mese fa, subito dopo la sentenza del Consiglio di Stato e a seguito della sua dichiarazione che annunciava la preoccupazione per il rischio di commissariamento. In quell'occasione dissi a lui quello che poi abbiamo scritto nel Patto, precisandogli che l’accordo l’avrei preso con i consiglieri comunali eletti. Quello che poi è accaduto conferma che le cose sono andate diversamente da chi le ha raccontate con letture molto frettolose. Soltanto gli appassionati di fiction televisive possono pensare che dietro questa vicenda possa esserci la sceneggiatura, in cui ciascuno recita una parte in commedia. Lo ritengo offensivo per i protagonisti e anche per i cittadini».

A palazzo Carafa dovrebbe nascere presto il gruppo della Lega. Che ne pensa?
«Non so se e quando verrà costituito. Se verrà costituito, non farà parte della mia maggioranza. È evidente che, se c’è un senatore eletto in città con la Lega, non è straordinario immaginare ci potrà anche essere un gruppo della Lega in Comune».

È stato bocciato l'unico emendamento al bilancio presentato dalle opposizioni. Peraltro, l'aveva proposto Bernardo Monticelli Cuggiò, che lei ha incontrato nelle sue consultazioni con le civiche. Fa male, Monticelli Cuggiò, a pensare: «Se avessi firmato quel Patto col sindaco, magari la mia proposta sarebbe approvata»?
«Assolutamente sì, perché ho riconosciuto che le motivazioni di quell’emendamento fossero legittime ed esprimessero la necessità di garantire il tempo prolungato a 60 bambini di asili nido a gestione diretta del Comune. Ma non potevo non tener contro dei pareri negativi espressi dal dirigente ai Servizi economico-finanziari e dal collegio dei revisori. Ho detto in aula che questa amministrazione riconosce l’autonomia dei dirigenti e degli organi di controllo e non interferisce nelle loro valutazioni».
Lei ha parlato, a proposito di parcelle e compensi per avvocati e altro, di questioni e fascicoli tenuti chiusi nei cassetti. Perché?
«Ho invitato il consigliere Perrone a spiegare perché quei fascicoli fossero rimasti chiusi nei cassetti. Lei ha ascoltato una risposta in aula? Io no».

Veniamo alla questione tasse, legata al bilancio. Aliquota Irpef non ridotta e soprattutto Tari aumentata di 4 milioni di euro. Per le opposizioni si carica sui cittadini l'ennesimo fardello.
«È evidente che un bilancio con le situazioni descritte non può immaginare di utilizzare la leva fiscale per alleggerirne il peso. Del resto, l'eventuale pre-dissesto imporrebbe la tassazione al massimo. Né, d'altra parte, i consiglieri, che oggi puntano il dito contro la mia amministrazione, in passato hanno abbassato l'addizionale Irpef, da loro stessi introdotta e mantenuta inalterata. Siamo in presenza di uno stucchevole gioco delle parti, di polemiche assolutamente inconsistenti. La previsione di aumento della Tari è legata alla circostanza che tutti vogliamo una città più pulita e per poter raggiungere questo risultato, bisogna tener conto di alcune voci, in passato non computate».

Qualcosa sarebbe dovuto anche a contenziosi per lo smaltimento dei rifiuti. E Perrone le ha contestato un «eccesso di prudenza», da questo punto di vista.
«Guardi, sentirsi rimproverare un eccesso di prudenza da parte di un ex sindaco, che tace sul fatto che questa città al 31 dicembre 2017 non riesce a restituire alla banca tesoriera 17 milioni di euro, è qualcosa, per me, di stupefacente».

Uno dei punti inseriti nel Patto è il fatto che non si debba toccare neppure una virgola nella composizione della sua giunta. A 8 mesi dal varo dell’esecutivo, non le è venuto in mente qualche aggiustamento. Se non nei nomi, almeno nell'assegnazione delle deleghe?
«Assolutamente no. Non si misurano i risultati di un esecutivo con orizzonti temporali cosi brevi. Bisogna avere la pazienza di poter misurarne i risultati sugli obiettivi di mandato, che sono quinquennali, non di 8 mesi. Sono contento del lavoro svolto da chi mi affianca in questa Giunta».

Ancora Perrone, in consiglio, le ha detto: “Io lo so che fare il sindaco e contemporaneamente l'assessore al Traffico, al Bilancio e ai Tributi è difficile. Ma tu, sindaco, sulle deleghe ci sei poco, fanno tutto i dirigenti e si vede”.
«E questo fa parte dei giudizi politici che mi riserva da mesi l’ex sindaco Perrone. Considerati i risultati delle politiche sulla mobilità fatte in precedenza, non mi pare di aver fatto peggio. E nell’assessorato ai Tributi ricevo quotidianamente attestazioni di apprezzamento da parte di tanti cittadini».

Ha incontrato i commercianti sulle modifiche al Traffico? Penso a quelli di via Marconi.
«Sono impegnato a incontrare associazioni di categoria quando avremo da assumere decisioni permanenti. Per il momento, non ve ne sono. Vengono ogni tanto evocati scenari, che non hanno nessun riscontro nelle scelte che l’Amministrazione sta per compiere. Siamo impegnati a garantire le condizioni necessarie per poter intraprendere strade nuove. Le convenzioni siglate con Asl e Università, sul fronte parcheggi, vanno in questa direzione. Sono scelte condivise con istituzioni del territorio che consentono di disporre, nei fine settimana, di area di sosta che mai erano state considerate in passato».

Le rimproverano di aver accantonato il suo cavallo di battaglia in campagna elettorale: la questione filobus. È così?
«Prima sono stato rimproverato di aver previsto la possibilità di una progressiva rimozione del filobus. Ora non si capisce di cosa mi si rimproveri. Stiamo valutando la possibilità di rimediare ad un investimento di 23 milioni di euro, che ad oggi non restituisce alcun beneficio».

Nessuna novità dal Ministero?
«No, non ci sono novità. Soprattutto con questa situazione di vacatio del Governo non è semplice».

A proposito di critiche, al coro dal centrodestra, se n'è aggiunto uno da sinistra. A «Lecce Bene Comune» e a Sandro Frisullo, già suoi avversari alle Comunali, si è aggiunto un suo convinto sostenitore fino allo scorso anno: il consigliere regionale Ernesto Abaterusso. Cos’è successo con lui e con Articolo Uno?
«Non glielo so dire. Ho letto le dichiarazioni di Abaterusso, ne ho preso atto. Le considero politicamente incomprensibili, perché ricostruzioni che difettano di lucidità e anche di consapevolezza. Chiunque può contestare la scelta di un sindaco costretto dall’anatra zoppa a verificare in aula le condizioni di governabilità. Ma poi si deve assumere la responsabilità di dire che a questo punto è meglio il commissariamento di 15 mesi della città di Lecce. Da questo punto di vista, Abaterusso condivide lo stesso pensiero di Perrone».

In consiglio si è posto un confronto con l'esperienza di Perrone, quando ruppe con Adriana Poli Bortone. Lei vede similitudini?
«Siamo in presenza di una grandissima confusione politica. La città di Lecce si misura, per la prima volta, con l’anatra zoppa. Perrone dovette affrontare una crisi di governo legata all’estromissione dalla sua maggioranza della Poli Bortone, con la quale siglò un accordo. Ricordo che andò anche a farle una serenata per convincerla a fare il vicesindaco. Lì ci fu una lacerazione politica profonda di una classe dirigente, che governava Lecce dal ‘98. E lui sostituì una maggioranza eletta con un’altra maggioranza in aula, senza tra l’altro illustrarne i contenuti. La vicenda che mi riguarda è completamente diversa. Volerle sovrapporre fa parte di un tentativo piuttosto disperato di mettere in discussione il percorso istituzionale che mi sono impegnato a garantire».

Un altro confronto è stato fatto con l’esperienza di suo padre Stefano che, da sindaco, fu sfiduciato. Lei ha lanciato una sfida al centrodestra. Ha detto: “Quell'opzione è ancora valida, raccogliete le firme e mandatemi a casa”.
«C’è anche lì un difetto di memoria politica, che volutamente viene utilizzato a proprio piacimento. I più feroci avversari politici di mio padre, che si spinsero finanche a denunciarlo alla Corte dei Conti, oggi tentano di accreditare l'idea che lui si dimise, perché non verifico le condizioni di una governabilità. In realtà fu mandato a casa con le firme dei consiglieri comunali. Per cui, venuta meno l'opzione, che vi avevo offerto sino al 24 febbraio, di potermi sfiduciare con le firme davanti al segretario, resta sempre aperta l'opzione di presentare in Aula una mozione di sfiducia e quindi costruire in aula una maggioranza per mandarmi via».

Capitolo società partecipate, ancora non c’è stata la svolta nei cambi al vertice. Cosa si aspetta?
«La Lupiae è alle prese con la gestione di una difficile, nuova crisi. Abbiamo al 31 ottobre 2017 una perdita di esercizio di circa 400mila euro e rimarrà tale al 31 dicembre. Dobbiamo fare i conti con un nuovo sorprendente debito di 700mila euro, che il Comune ha nei confronti della partecipata. Per la superficialità con cui furono determinati i valori di conferimento dei due suoli di via Lodi e via Cicolella in occasione della ricapitalizzazione della società, durante l’Amministrazione Perrone. Siamo in presenza di un passaggio delicato. Abbiamo predisposto un avviso pubblico, perché la legge oggi impedisce ai Comuni di procedere a coperture di perdite e ricapitalizzazioni, in assenza di un piano di risanamento. Vogliamo che questo piano sia validato da soggetti terzi con particolari e certificate capacità».

Sulle commissioni, sono arrivate le dimissioni di alcuni presidenti espressione del centrodestra e non di altri. Come valuta questa decisione?
«Mi pare una valutazione di buon senso e responsabilità. Un’articolazione del rapporto tra maggioranza e opposizione, come oggi si viene a definire, deve essere ribaltata sulla presidenza delle commissione consiliari. Naturalmente, quelle di controllo è giusto che vengano riconosciute alla minoranza. Sulla presidenza delle commissioni permanenti, tenuto conto di questa situazione nuova, è naturale immaginare che ci sia un riequilibrio. Questo non significa riassegnazione di tutte e nove alla mia maggioranza, ma il riconoscimento di alcune di esse. Come ho detto, affido questo alla valutazione dei gruppi consiliari».

È Pasqua. Cosa trovano i leccesi, oltre agli auguri, nell'uovo da parte del Comune?
«Non trovano una sorpresa. O forse tra la sorpresa di alcuni, trovano un’Amministrazione, che andrà avanti non per mostrarsi migliore di chi l’ha preceduta, ma semplicemente per migliorare il benessere sociale, economico, civile e culturale della città»

Oltre al bilancio del Comune, qual è sinora il bilancio personale del sindaco?
«Mah, è un bilancio positivo. Sono stati mesi impegnativi, scanditi da tante questioni, ci si è dovuti misurare con un percorso di riconoscimento del voto in più tappe. Ma questo non ci ha impedito di tenere premuto sull’acceleratore nell’azione di governo. Non do voti, non mi giudico. Sono quotidianamente sottoposto al giudizio dei cittadini. Sono loro a dovermi giudicare».

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