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di Flavia Serravezza

L’ipotesi di avviare un corso di studi in Agraria all’Università del Salento è ancora in piedi. Ma non è l’unica. Gli ultimi dati sulle iscrizioni ai test, pubblicati ieri, indicano infatti nuove strade da percorrere e sulle quali investire per accrescere l’appeal dell’Ateneo. Con i nuovi tagli ministeriali, però, la sfida si fa sempre più ardua per il rettore Vincenzo Zara, al giro di boa del suo mandato (non rinnovabile) iniziato a novembre del 2013 e che scadrà fra tre anni. Perché se da un lato i potenziali iscritti crescono, dall’altro la programmazione finanziaria per il prossimo triennio indica un disavanzo di spesa di 3,1 milioni. Ma il piano di «salvataggio» è già pronto e il Magnifico lo ha illustrato in questa lunga intervista alla Gazzetta.

Rettore, i dati sulle iscrizioni ai test hanno rivelato un aumento del 4,1 per cento. Come si è riusciti a invertire il trend negativo?

«È sicuramente il risultato di un buon lavoro di squadra, che l’Ateneo ha svolto durante tutto l’anno: un impegno a livello centrale, ma anche e soprattutto a livello delle singole strutture didattiche. Inoltre, credo che si stia rafforzando nel Territorio la buona immagine della nostra Università, che viene sempre più considerata un luogo dove si fa buona ricerca e si offre una didattica di qualità agli studenti. L’incremento (per il terzo anno consecutivo) del numero degli immatricolati lo dimostra. I dati che abbiamo presentato ieri si riferiscono agli iscritti ai test, ma sono certo che anche quest’anno manterremo il trend in crescita degli immatricolati».

Dai dati si evince una domanda di formazione nuova, più orientata verso le Scienze e i Beni culturali. Ma nel caso dell’area biologica e biotecnologica, la domanda eccede di gran lunga l’offerta: 776 richieste a fronte di 270 posti. Che pensa di fare?

«È un vero peccato: il Territorio esprime una domanda considerevole nell’area biologica e biotecnologica, mentre noi riusciamo a soddisfarla solo per un terzo. È evidente che occorre investire di più, per questo pensiamo di attivare, già per il prossimo anno accademico, un nuovo corso di studio in quest’area».

Anche per molti altri corsi a numero programmato, le richieste superano l’offerta: è il caso di Scienze psicologiche (180 posti a fronte di 586 iscritti ai test), Economia (715 richieste per 580 posti), Lingue (300 posti e 404 richieste), Mediazione linguistica (120 per 323 richieste), Scienze della formazione primaria (70 posti). Come pensa di intervenire?

«È necessario rafforzare l’offerta anche in queste aree con politiche adeguate. Mi riferisco a una programmazione di risorse (quelle di cui realisticamente disponiamo), orientate principalmente a soddisfare queste esigenze. Un discorso a parte merita Scienze della formazione primaria, il cui numero di immatricolati (70) è imposto dal Ministero: il corso è a programmazione nazionale».

Giurisprudenza per la prima volta appare in affanno, nonostante i nuovi percorsi introdotti. Come se lo spiega?

«Il dato deve essere letto nel più ampio contesto nazionale: in Italia il decremento è generalizzato, probabilmente dovuto a una possibile saturazione, o ritenuta tale, da parte degli studenti, delle possibilità lavorative. Il nostro Dipartimento si sta impegnando molto per invertire questo trend a livello locale».

Ingegneria mantiene il suo appeal (774 richieste a fronte di 600 posti), ma Brindisi “tira” di più rispetto a Lecce, nonostante le note difficoltà della Cittadella delle Ricerca e gli sforzi fatti per mantenere in piedi il corso di Ingegneria Industriale. Come mai?

«Vedremo cosa accadrà quest’anno con i reali immatricolati su Brindisi. Quella della Cittadella della Ricerca è una situazione molto difficile, e se gli Enti locali e la Regione non si assumeranno la responsabilità di uno sviluppo sostenibile del polo universitario sul Territorio brindisino, la situazione non potrà che peggiorare».

Due anni fa ha lanciato la proposta di avviare i corsi di Agraria, Scienze Motorie e Farmacia. Che fine hanno fatto quei progetti?

«Nell’area dell’Agraria si proporrà qualcosa a breve. Farmacia è il progetto più avanzato, addirittura approvato a livello ministeriale e dall’Anvur. Ricordo che il progetto, sviluppato congiuntamente con l’Ateneo di Bari e con il Comune di Brindisi, si è arenato per mancanza di risorse sul polo brindisino. Scienze motorie richiede una collaborazione più stretta con l’Ateneo barese che svilupperemo in seguito».

I potenziali iscritti crescono mentre diminuiscono i fondi ministeriali e la programmazione finanziaria di Ateneo indica un disavanzo di spesa di 3,1 milioni di euro. Che succede?

«I finanziamenti ministeriali diminuiscono perché quest’anno, a livello nazionale, vi è stato un ulteriore taglio per tutto il sistema universitario. Nel nostro Ateneo la situazione è ancora più critica, perché scontiamo una riduzione massiva del numero degli studenti che si è avuta negli anni precedenti. Per dare un’idea più precisa, vi è stata una significativa riduzione del numero degli immatricolati fino all’anno accademico 2013/14 (riduzione superiore al 30% rispetto agli anni precedenti), che però negli ultimi due anni non solo si è arrestata ma ha invertito il trend. Torniamo a crescere, fortunatamente, mentre il Sud Italia, in media, decresce. La situazione comunque è complessa, perché abbiamo anche un numero di docenti non proporzionato agli studenti attualmente iscritti. La media italiana è di circa 36 studenti per docente, e noi siamo a 25 studenti per docente».

Gli studenti di Link hanno criticato le proposte avanzate nel piano di programmazione per il triennio 2017-2019. Hanno parlato di blocco del turn-over fino al 2018, nuovi tagli ai fondi riservati agli studenti e chiusura di plessi quali il Multipiano, il Corpo “Z” e il Corpo “U” a Ecotekne. È così?

«Le proposte discusse in Senato accademico devono essere vagliate ed eventualmente approvate dal Consiglio di Amministrazione. Per ovvio rispetto degli Organi di governo del nostro Ateneo, quindi, non ne ho ancora parlato. Il possibile blocco temporaneo del turnover (fino alla fine del 2017) credo sia una scelta obbligata, per due motivi: stiamo per superare la soglia dell’80% per le spese di personale, al di là della quale scattano penalizzazioni ministeriali per l’Ateneo, e la cifra impegnata per gli stipendi è di circa 70milioni di euro annui, praticamente corrispondente alla cifra che riceviamo dal Ministero come Ffo. Credo che non siano necessari ulteriori commenti. Non capisco a cosa ci si riferisca parlando di “chiusura” di plessi, visto che i plessi indicati non sono stati ancora aperti. Ricordo, inoltre, che si tratta essenzialmente di laboratori di ricerca, non direttamente coinvolti nelle attività formative. Infine, ma questo bisognerebbe chiederlo ad altri, non si comprende come mai siano stati nel passato programmati tanti spazi, dando per scontato che i fondi ministeriali sarebbero bastati per sostenere tutto».

Sempre gli studenti chiedono perché non si è scelto di operare tagli alle voci di spesa dei centri di gestione amministrativa e tecnica. Cosa risponde?

«In realtà tagli consistenti sono stati fatti proprio nei centri di gestione amministrativa e tecnica. Inoltre sia la Direzione generale che il Rettorato hanno subito tagli considerevoli, così come le varie Ripartizioni: rispetto al bilancio 2016, il taglio complessivo delle strutture amministrative è pari a 650.000 euro circa. Non capisco quindi a quali dati ci si riferisca».

Diminuire le tasse, incrementare i servizi in favore del diritto allo studio e migliorare la qualità della didattica sono tre legittime richieste degli studenti. Sono obiettivi fattibili alla luce dei nuovi tagli all’Ffo? Cosa si propone di fare al riguardo nei prossimi tre anni?

«Ottime idee, ovviamente. Posso solo aggiungere che i fondi destinati agli studenti nel 2017 sono praticamente identici a quelli del 2016 (circa due milioni di euro), e ho lottato perché non si facessero tagli su quei capitoli. Credo sia difficile tagliare le tasse, a meno che non si trovi adeguata copertura per le minori entrate. Ma il discorso non può e non deve essere affrontato solo a livello locale: è necessario un cambio di rotta a livello nazionale, con un maggiore investimento su formazione e ricerca, soprattutto per le Università del Sud. Dobbiamo ancora recuperare il taglio di circa un miliardo di euro avvenuto in anni recenti a livello nazionale. Per quanto riguarda il miglioramento dell’offerta formativa, stiamo facendo il possibile con la collaborazione di tutti, docenti e personale tecnico-amministrativo, per una maggiore efficienza ed efficacia dei corsi di studio».

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