Martedì 21 Maggio 2019 | 20:58

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LECCE - 

Destini incrociati. A Lecce, come a Crotone. Di nuovo insieme, ora come allora. A distanza di 20 anni Giuseppe Capoccia e Massimo Gambino, rispettivamente procuratore capo e questore di Crotone, tornano a lavorare fianco a fianco.
Il magistrato salentino è stato impegnato in prima linea per dieci anni nella lotta alla Sacra corona unita, durante la sua permanenza alla Dda. Poi ha trascorso altri sette anni a Roma, presso l’ufficio legislativo del Ministero della Giustizia e poi nell’Amministrazione Penitenziaria.
Nel periodo della guerra alla Scu è stato spesso al fianco di Massimo Gambino, all’epoca dirigente della squadra mobile. Dopo aver lasciato il ruolo operativo, è stato per diversi anni capo di gabinetto in Questura, per poi ricoprire l’incarico di vicario del questore di Perugia.
Adesso, sono di nuovo insieme in una realtà difficile come quella calabrese.
Procuratore Capoccia, sappiamo bene che la Calabria, culla della ‘ndrangheta, ha un’alta densità criminale. La società civile come vive questa situazione?
«In realtà la città di Crotone, a differenza del resto della provincia, è molto tranquilla. Ad esempio, la notte una ragazza può tranquillamente passeggiare sul lungomare senza correre rischi. Gli episodi violenti si possono equiparare a quelli che accadono in una qualsiasi altra cittadina di provincia del Sud. È sicuramente una realtà più piccola e meno sviluppata di Lecce. Una città un po’ depressa, ha subito una fase di deindustrializzazione molto forte, ci sono grandi problemi di povertà. Io dico sempre che Crotone è Lecce 40 anni fa: un centro storico non valorizzato, pieno di immigrati, gente che vuole costruire case a tutti i costi».

La gente come avverte il senso della legalità?
«Crotone non ha gravi problemi di illegalità, piuttosto c’è una grande trascuratezza. Certamente la struttura della società è più povera, così come la pubblica amministrazione. A differenza di Lecce qui c’è una mancata presa di coscienza della responsabilità collettiva, del doversi impegnare per raggiungere degli obiettivi. Ad esempio, nel Salento si sta facendo un grande lavoro con il turismo, un lavoro condiviso: a Crotone invece non importa niente a nessuno, nonostante le bellezze naturali che ci sono in quella zona siano straordinarie».

Che rapporto ha con la cittadinanza?

«Sicuramente è migliorato rispetto a quello che è stato ereditato. In Calabria tutti i vertici delle strutture statali vedono un cambio dei vertici rapidissimo: sia le forze dell’ordine che gli stessi magistrati. Arrivano giovanissimi e appena possono cercano di tornare verso casa. Dirò di più: gli stessi magistrati calabresi vogliono andare via dalla Calabria. Siamo riusciti un po’ a migliorare questo aspetto, da quando sono arrivato io mi sento crotonese e voglio vivere da crotonese. Mi sono integrato molto, anche perché c’è bisogno di qualcuno che promuova la cultura della comunità, visto che a Crotone c’è molto individualismo, ognuno pensa per sé. L’associazionismo da noi è molto più diffuso, mentre lì è rarissimo e improntato alla protesta non costruttiva. Ad esempio, non c’è l’associazione antiracket».

Nella sua esperienza professionale, che dura ormai da quattro anni, c’è un aneddoto o un episodio che dentro di lei ha lasciato il segno?
«Ho sequestrato un palazzo a Petilia, la città più abusiva d’Italia, una struttura a sei piani abitata da 20 famiglie che rischia di crollare. Nonostante io stessi togliendo loro la casa, quelle persone mi hanno detto: “procuratore noi ci sentiamo tutelati da lei, poi ci dica cosa dobbiamo fare”. Questo significa che in qualche modo la gente si fida, ed è una cosa importantissima. Io lavoro per questa comunità, di cui mi sento parte integrante: voglio migliorare la vivibilità, eliminare gli spacciatori e l’abusivismo».

Come è strutturata la criminalità organizzata?

«Così come per Lecce, il tasso di criminalità più elevato si trova nella provincia. C’è sicuramente un livello molto più alto di connivenza, ci sono tentativi di entrare nelle attività commerciali e nelle pubbliche amministrazioni. Secondo me questa maggiore permeabilità alle infiltrazioni criminali è dovuta ad una estrema fragilità delle strutture. Le istituzioni sono vulnerabili perché più povere e culturalmente meno preparate. Oggi quello su cui lavora la Dda di Catanzaro sono i grandi investimenti economici connessi al riciclaggio di capitali: a Isola è stato sequestrato il più grande parco eolico d’Europa, del valore di 350 milioni di euro che si ritiene sia della cosca. L’idea è che la ‘ndrangheta utilizzi il territorio calabrese, ma in realtà sia radicata in altre regioni d’Italia e oltre.

In uno degli ultimi rapporti della Dia è stato scritto che l’età media delle persone che delinquono si sta abbassando, nonostante i numerosi appelli alla legalità. Cosa pensa al riguardo?
«Crotone è una città giovanissima: ci si sposa presto e si fanno in media due o tre figli. Ci sono ottime scuole, un corpo docente impegnato che prepara i ragazzi. Ma i migliori se ne vanno: non perché ci sia la ‘ndrangheta ma perché è un territorio che non offre nulla. Più che una scelta, io lo vedo proprio come un piano inclinato che poi porta i ragazzi a fare quel genere di vita. Comunque una criminalità del tipo ‘ndranghetistico non ha bisogno di giovani, se non per la piccola manovalanza. Gli episodi di violenza sono pochi. La mafia si è evoluta e si è mimetizzata nelle attività economiche. C’è molta corruzione, che però si basa non su una scelta determinata ma sul disordine, perché lì funziona tutto male. Anche qui, la debolezza delle istituzioni rende tutto permeabile. Abbiamo scoperto che tutti i venditori del mercato ittico di Crotone non avevano la licenza e da 15 anni non pagavano il box del Comune. E perché l’amministrazione non sollecitava i pagamenti? Perché questo è il modo più facile per ottenere voti».

Insomma, stando alle sue parole quando lei è arrivato ha dovuto fare un po’ d’ordine in questo caos.
«Sicuramente. Ad esempio, nessuno di preoccupava più dell’edilizia. Abbiamo fatto una convenzione con tutti i sindaci della provincia e lentamente stiamo ripristinando un po’ d’ordine, soprattutto con le demolizioni. Adesso c’è una maggiore sensibilizzazione su certe tematiche».

Qual è l’ostacolo maggiore contro il quale si è trovato in questi anni?
«La sensazione evidente che chi non vuole collaborare aspetta, tanto sa che prima o ti stanchi o te ne vai, così tutto tornerà come prima. Questo, ad esempio, quello che si avverte con le amministrazioni comunali, dove regna l’inerzia».

Che rapporto ha con i suoi sostituti?
«Sono tutti giovanissimi, la gran parte sono arrivati dieci giorni fa. Io dico sempre loro che bisogna perseguire obiettivi concreti, non basta chiudere il fascicolo. Se l’indagine è conclusa ma i problemi delle persone non sono risolti è come se non avessimo fatto niente».

Qual è il consiglio che dà ai suoi ragazzi?
«Di non passare inutilmente da quel territorio. Che nessuno possa mai ricordarsi di loro come delle meteore ma rimanga qualcosa del loro lavoro, non solo fascicoli messi a posto».

Alla luce di tanto lavoro, sicuramente sarà un procuratore che verrà ricordato...
«Intanto intendo restare ancora a Crotone. Ora le cose sono cambiate, il Tribunale è più dignitoso, c’è un maggior decoro, i parcheggi e la segnaletica sono stati sistemati. Insomma, mi sento “un piccolo dottore Motta”».

Possiamo dire che sia stato Cataldo Motta la figura più determinante nella sua formazione?
«Sicuramente. Ogni giorno in quello che faccio penso sempre a quello che lui avrebbe fatto. Cerco di ispirarmi a lui. Resta un modello insuperabile per dignità, correttezza, onestà intellettuale. Mi rivedo molto nel fatto che si preoccupava sempre di tutto. Gli occhi devono essere sempre bene aperti sulla realtà, non basta che le carte siano a posto».

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