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Droga, alcol e sesso a rischio: le "cattive" ragazze leccesi

Fumano marijuana, hanno già preso la pillola del giorno dopo e non rispettano gli adulti: ecco l'analisi a specchio tra le giovani di Lecce a confronto con quelle di Padova

Droga, alcol e sesso a rischio: le "cattive" ragazze leccesi

Su di giri, praticamente «sballate». Suona il campanello d’allarme per le ragazze leccesi, sempre più prese da alcol e droga e da comportamenti sessuali a rischio. Il ritratto di una generazione ancora alle prese con gli studi delle Superiori, è presto fatto: in preoccupante aumento il consumo di alcolici e di sostanze stupefacenti, soprattutto marijuana (fumano di più dei loro compagni di banco e delle coetanee del Nord Italia, venete in particolare). Non solo: il 50 per cento ha rapporti sessuali non protetti e il 16 per cento ha già preso la pillola del giorno dopo. A completare il quadro, è da dire che ben il 16 per cento delle ragazze leccesi ha un comportamento sessuale fluido e dichiara di non essere eterosessuale.
Quanto ai maschi leccesi, i ragazzi consumano significativamente più marijuana dei coetanei veneti, i quali, poi, sembra abbiano meno interesse per la sessualità.
I leccesi, infine, - e siamo ai loro comportamenti relazionali - rispetto ai coetanei padovani hanno meno considerazione degli adulti di riferimento, siano essi genitori, insegnanti o medici.


È quanto emerge da uno studio sul disagio dei giovani padovani e leccesi, condotto da una equipe di ricercatori dell’ateneo patavino. La doppia indagine statistica ha messo in evidenza differenze sostanziali e per certi versi sorprendenti tra i coetanei delle due regioni.
L’analisi è stata presentata dall’ordinario di Endocrinologia dell’università degli studi di Padova, Carlo Foresta, nella mattinata di ieri, nell’Open Space di piazza sant’Oronzo. Insieme a lui hanno considerato gli esiti dello studio anche il direttore sanitario del «Vito Fazzi» di Lecce, Rodolfo Rollo, il vicesindaco, Alessandro Delli Noci e la presidente del consiglio comunale, Paola Povero.
Lo studio analizza le differenze degli stili di vita e dei comportamenti a rischio di 1.426 giovani padovani e 891 leccesi, tra i 18 ed i 20 anni d’età. I giovani presi in esame frequentano le ultime classi dei licei che hanno aderito volontariamente all’iniziativa.
Questa ulteriore ricerca non fa che confermare gli esiti di precedenti studi portati a termine dall’ateneo salentino, che avevano già messo in evidenza le abitudini a rischio dei giovani salentini.


Gli stili di vita, come si sa, rappresentano dei fattori di rischio che incidono sostanzialmente sulla salute dell’individuo, dunque anche sul suo sistema endocrino-riproduttivo, incidendo sulla fertilità, sul funzionamento endocrino del testicolo e sulla sessualità.
Sempre secondo quanto emerso dallo studio, il 68,7 per cento dei ragazzi leccesi non parla di sesso in famiglia, contro il 62,9 per cento dei padovani. Non parlandone in famiglia molti di loro lo apprendono da internet. Come se non bastasse, il 90 per cento dei maschi ed il 43 per cento delle ragazze si collega a siti pornografici e pratica autoerotismo. Ciò, secondo gli esperti, contribuisce a spiegare anche le crescenti difficoltà erettive e l’assenza di desiderio sessuale, difficoltà che sembrano accentuate anche dagli atteggiamenti eccessivamente disinvolti delle giovani che inconsapevolmente inibiscono gli approcci maschili.
Tutto ciò sfocia spesso in patologia quando queste difficoltà si associano a sessualità multimediale continua.
Solo l’8 per cento dei maschi leccesi dichiara di non praticare mai autoerotismo. La media dell’età del primo rapporto sessuale è 14 anni, ma si inizia anche a 12.


Nonostante il ritratto dei giovani leccesi sia veramente poco rassicurante, le radici del problema sembrano risiedere altrove. I ragazzi, infatti, sembrerebbero alla deriva perché non ci sono adulti di riferimento credibili e relazionalmente affidabili.
I giovani rispondono bene alle sollecitazioni, ai richiami ma, secondo gli esperti, più che intervenire su di loro è urgente intervenire in modo efficace sulle famiglie inesistenti e sull’assenza di dialogo.
Secondo Rollo, bisogna rinnovare lo stesso modello dei consultori, ripensandone il mandato ed allargandone le competenze, con sezioni appositamente dedicate ai giovani ed alle giovani famiglie, dove è sempre più diffuso il problema dell’infertilità.
Per Paola Povero bisogna ragionare in una logica di multidisciplinarietà e i consultori dovrebbero essere collocati al centro di una rete polispecialistica.


Dalle riflessioni emerge comunque l’urgenza di intervenire sulle famiglie che sembrano essere sempre più disfunzionali e sulle giovani famiglie in particolare, per prevenire danni ai futuri adolescenti, educando alle sane relazioni, per una cultura del bene, dell’ascolto, del rispetto e dell’accoglienza.
Lo studio sarà illustrato nei due giorni di convegno che si tengono a partire da stamattina al Castello Carlo V.
Il XIII Convegno di medicina ha come tema della prima giornata «I nuovi confini dell’aging: tra fisiologia e patologia». Domani nella stessa location si parlerà invece de «La salute sessuale e riproduttiva dei giovani: significato clinico e ruolo delle reti territoriali».

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