politica
Calenda: «Decaro premier? Tanti in lizza. Più che primarie, saranno un terno al lotto»
L'intervista: «L'Ilva? È una tragedia. Ho buttato un anno della mia vita per seguire questo dossier…Mi sono offerto alla Meloni, posso fare proposte, ma "sono ciucci e presuntuosi"»
Carlo Calenda, ex ministro e leader di Azione, impegnato nel tour pugliese per promuovere il suo ultimo saggio (oggi sarà a Giovinazzo, ndr). «Difendere la libertà, l’ora dell’Europa» è il titolo del suo saggio. Il premier Giorgia Meloni sta seguendo la sua linea?
«Penso che l’incontro in corso in queste ore a Parigi sia molto importante. I grandi paesi europei - con la Gran Bretagna che dal punto di vista di difesa e geopolitica è Europa - si stanno mettendo d'accordo su come agire per fronteggiare la crisi internazionale, gestendo insieme gli effetti drammatici».
«Meno Trump, più Europa» è la sintesi?
«Sì, perché gli Usa hanno deciso di non esser più parte dell'Occidente: Trump, despota che intimidisce i suoi alleati, va più d'accordo con i cinesi e la Corea del Nord o Putin, rispetto ai suoi alleati tradizionali. Questo fa crollare l’ordine liberale che gli stessi Usa avevano costruito insieme all’Europa. Siamo obbligati dalla storia a prendere atto di questa situazione, diventando una grande potenza. L'alternativa è finire vassalli di uno dei nuovi imperi».
Il governo sulla politica internazionale la convince?
«Ha fatto un "aggiustamento", tardivo ma opportuno. Va salutato come una cosa positiva, ma è tardiva perché tutti avevamo capito da tempo che non c’era alcun legame privilegiato tra Italia e Trump. Non ci aveva esentato dai dazi o aiutato in qualcosa… Fin oggi l’Italia è sempre stata una delle voci in Ue che andava incontro a Trump. È stato un errore significativo».
Sull’Ucraina il governo ha mostrato una coerenza fin dai suoi primi passi, mentre gli Usa riaprono agli acquisti di gas e petrolio russo.
«Abbiamo finanziato con 2000 miliardi una guerra che la Russia sta facendo non contro Kiev, ma contro l’Europa. Abbiamo documentato 11mila attacchi cyber da Mosca: possono paralizzare i nostri sistemi finanziari, e partecipare alla dissoluzione dell’Europa. I russi hanno infettato le elezioni presidenziali in Romania, che la corte costituzionale di Bucarest ha annullato. Non possiamo alimentare il nostro nemico».
Il patto di stabilità è da ridiscutere?
«Succederà. È già previsto che se la crisi diventa più strutturale ci sarà un allentamento, ma - patto o non patto - il governo ha già il margine per intervenire non essendo uscito dalla procedura d’infrazione: può spendere dei soldi per sostenere l’economia e fare investimenti. Non vorrei che diventasse una questione pretestuosa. Occorre agire e farlo in anticipo, non quando arriva una congiuntura economica sfavorevole. Dopo costerebbe di più».
Politiche industriale: Iveco agli indiani?
«Non ho condiviso questa operazione. Non c’è nessun impegno, come è stato per la Comau o Magneti Marelli, nessun patto formale con il governo per non smantellare le fabbriche o prendersi i brevetti. Non sono contrario per principio, ma non voglio vedere una cessione nella quale la parte italiana subisce chiusure. Faccio un esempio sul “capitalismo predatorio” nel libro, raccontando come John Elkann ha desertificato la presenza industriale italiana in pochi anni».
Il futuro dell’Ilva?
«Il governo Conte 2 confermò l’accordo con Mittal, con garanzie e contratto blindato. Poi perse le europee e per far contenta Barbara Lezzi fece saltare l’intesa, minacciando la causa più grande del mondo. Il governo fece poi una società con Mittal, in comune: una cosa che non sta in piedi, peggiorativa. Dissi allora: "l’Ilva è chiusa". Tecnicamente nessuno verrà a fare un investimento serio. Poi i giallorossi rimisero lo scudo penale: sono passati alcuni anni e abbiamo messo nella fabbrica 4 miliardi. Chiuderà. Non la vuole aperta la magistratura, il sindaco, la Regione. Nemmeno i sindacati».
L'acciaio di questi tempi è indispensabile per la Difesa…
«È una tragedia. Ho buttato un anno della mia vita per seguire questo dossier…Mi sono offerto alla Meloni, posso fare proposte, ma "sono ciucci e presuntuosi"».
Ha sostenuto Decaro alle regionali…
«Non ho molto dialogo, non l’ho più sentito. Gli ho mandato un messaggino. È sparito. Non ha risposto. Si sente molto forte» (ieri pomeriggio il governatore gli ha scritto per superare l’incomprensione, ndr).
Decaro pronto per la premiership del centrosinistra?
«Tutti competono. Mi pare che ormai ci siano Conte, Gualtieri, Salis, Schlein, Decaro, Manfredi, qualcuno di Avs e di Renzi. Poi Gori… Non saranno primarie ma un terno al lotto».
Tanti giovani ai suoi incontri: c’è spazio per un terzo polo?
«Ci deve essere e c’è nella società. Con l’attuale legge elettorale Azione sarà al centro e con il 3,5% deciderà il programma e chi governerà. Il campo largo non è in grado di guidare l'Italia. O si rafforza il centro liberale che fa Tap, tiene l’Ilva aperta, o se ci facciamo la guerra tra destra e sinistra, ci troveremo in difficoltà e chiameremo un tecnico. Lo vorrei evitare. Il voto deve essere espresso sulla base della razionalità, della competenza e della proposta».
Un’ultima domanda fuori sacco: in Francia c'è una polemica su un must dell’abbigliamento che lei ama molto, il Barbour. «Giacca da lepenisti» secondo un importante opinionista della tv transalpina.
«Io uso sempre le stesse cose. Lacoste, Barbour... Sono pigro, non provo altro. Non sapevo che fosse di destra, l’hanno inventato gli inglesi… La mia non può essere certo una adesione al Rassemblement national...».