giustizia
Referendum, la voce del no: «Autonomia a rischio, a pagarne le spese saranno i cittadini»
Antonio Diella, 67 anni, oggi presidente della prima sezione penale del Tribunale di Foggia, è il presidente del Comitato nazionale «Giusto dire No»
Antonio Diella, 67 anni, in magistratura dal 1989, oggi presidente della prima sezione penale del Tribunale di Foggia, nella sua lunga carriera anche presidente della corte d’Assise di Bari, è il presidente del Comitato nazionale «Giusto dire No».
Presidente Diella, con riferimento all’impianto complessivo della riforma, perché votare no?
«La riforma non affronta nessuno dei tanti problemi della giustizia italiana. Lo scopo del suo progetto è la modifica dell’equilibrio costituzionale dei poteri dello Stato; si depotenzia l’organo che attualmente garantisce la autonomia e indipendenza (il Csm), con la conseguenza che i magistrati saranno divisi, timorosi, indeboliti anche rispetto alla maggioranza di turno».
Sorteggio, i promotori della riforma sostengono che è l’unica strada per spezzare il potere delle correnti. Con la massima onestà intellettuale che la contraddistingue, c’è qualcosa sul punto che la magistratura deve rimproverarsi?
«Le correnti devono essere luoghi di promozione culturale; spesso soprattutto in passato sono diventati centri di potere per incidere sulle nomine. Ma invece di buttare il bambino con l’acqua sporca, basterebbe modificare le regole, dando più importanza al criterio oggettivo della anzianità o cambiando il modello di dirigenza degli uffici o prevedendo una guida collegiale, così da non essere ossessionati dalle nomine».
Le chat di Palamara erano davvero imbarazzanti. Ritenete nel frattempo di avere trovato gli antidoti al vostro interno per scongiurare altre derive analoghe?
«Le chat di Palamara erano orribili e adesso lui fa propaganda per il si, dopo essere stato radiato dalla magistratura. Molti dei protagonisti di quelle chat sono stati puniti o emarginati dal mondo della magistratura. Il tema è quello dell’etica personale e su quello gli anticorpi devono rimanere fortissimi, anche nella magistratura. Ma non si cambia la Costituzione per un caso del genere: si punisce chi ha sbagliato, senza indecisioni e favoritismi e questo dovrebbe valere non solo per i magistrati ma per tutti».
Da un lato carriere dei magistrati gestite dai due Csm, dall’altro funzione disciplinare affidata all’Alta Corte. Distinguere i due piani evita commistioni?
«In realtà, già ora la sezione disciplinare è un’articolazione separata del Consiglio superiore della magistratura e chi ne fa parte non può essere componente della commissione che conferisce gli incarichi. Le novità più evidenti della riforma Nordio sono il fatto che i componenti togati non saranno più eletti dai magistrati ma sorteggiati, mentre la politica continuerà a sceglierseli, e che contro le decisioni dell’Alta Corte non si potrà fare ricorso in Cassazione, come avviene invece per altre categorie professionali».
Separazione delle carriere, perché temete che autonomia e indipendenza siano a rischio se la Costituzione resta immutata sul punto?
«Anche nella Costituzione dell’Iran o dell’Egitto sono previste l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, ma abbiamo visto la recente repressione in Iran o che fine abbia fatto il povero Regeni in Egitto. Non basta declamare un principio, serve garantirgli effettività. A mio parere la riforma Nordio depotenzia l’organo che garantisce la autonomia e l’indipendenza e così di fatto le mette a rischio».
Se il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale non viene modificato, perché ritenete che il pm possa essere attratto nella sfera dell’esecutivo?
«Nei Paesi in cui il magistrato inquirente è separato da quelli giudicanti, è sottoposto al controllo del Governo o è elettivo. La riforma Nordio creerà un mostro: un pm autonomo, indipendente, forte ma svincolato dalla cultura della giurisdizione. I veri garantisti lo hanno capito e votano no».
La campagna referendaria per il no è molto imponente, non pensate di dare l’impressione di volere difendere una casta?
«La riforma Nordio non tocca la vita quotidiana dei magistrati. Non ci abbassa lo stipendio né ci riduce le ferie. Il pericolo per l'autonomia e l'indipendenza effettiva della magistratura è invece un pericolo per tutti i cittadini e per la tutela dei loro diritti. Del resto la campagna referendaria la stanno facendo i cittadini, gli insegnanti, gli studenti, gli avvocati. E risulta imponente proprio grazie a questo contributo di popolo; il presidente onorario del comitato nazionale è Enrico Grosso, avvocato e professore universitario di diritto costituzionale, così come lo è Beppe Trisorio Liuzzi, presidente del comitato barese. In questi giorni, centinaia di avvocati in tutta Italia stanno spiegano le ragioni del no».
Sostenere che con il “sì” si indebolisce la lotta alla mafia come ha detto Roberto Saviano, non è eccessivo?
«Secondo la mia esperienza, la mafia prospera dove è più debole il controllo di legalità. Io credo che i criminali siano sempre contenti quando la magistratura viene delegittimata: poi ognuno dovrà assumersi la responsabilità delle possibili conseguenze di quello che dice e di quello che propone».
“Pesano” di più gli avvocati (tanti) per il “no” o i magistrati (pochi) per il “si”?
«Sono contento che ci siano tantissimi avvocati per il no e anche che ci sia qualche magistrato per il si. Dimostra che il confronto su questo referendum non è una contrapposizione di categorie ma un diverso mondo di intendere i rapporti fra i poteri dello Stato. Chi preferisce che i poteri dello Stato siano in equilibrio fra loro, vota sicuramente no».
Il rischio è “politicizzare” il voto, pro o contro il governo. Pensate di cavalcare questa onda, o di puntare più su questioni di merito?
«Guardo con dispiacere la propaganda di quelli che invece di spiegare perché vogliono la riforma, accusano e delegittimano i magistrati con accuse non vere o speculando su fatti di cronaca. Non penso sia una questione di governo od opposizione, di destra o di sinistra. Noi difendiamo la Costituzione e vorremmo che fosse pienamente attuata prima di pensare a cambiarla. Inoltre, fa bene sempre ricordare che la magistratura applica le leggi, da qualsiasi governo esse siano scritte».