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Artrosi all’anca, la protesi con il robot: così l’intervento diventa meno invasivo

Artrosi all’anca, la protesi con il robot: così l’intervento diventa meno invasivo

Artrosi all’anca, la protesi con il robot: così l’intervento diventa meno invasivo

 
Nicola Pepe

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Nicola Pepe

Artrosi all’anca, la protesi con il robot: così l’intervento diventa meno invasivo

Le nuove tecniche chirurgiche. Il prof. Bove: ripresa più rapida

Lunedì 23 Gennaio 2023, 10:55

L’esempio più efficace è quello degli pneumatici, più si usano e più si consumano. Ecco, per analogia all’anca può accadere la stessa cosa (salvo che non si tratti di traumi) solo che in questi caso il fenomeno si chiama artrosi. A differenza dell’osteoporosi, che è un indebolimento interno dell’osso derivante dalla riduzione di calcio, l’artrosi è un problema articolare frutto di quel processo di «usura» che spesso può essere precoce. Ed è per questo che i rimedi della chirurgia offrono soluzioni rapide, efficaci e meno dolorose come il robot.

Il prof. Francesco Bove, primario ortopedico all’Istituto neurotraumatologico italiano di Grottaferrata (Roma), esperto di chirurgia robotica per le protesi di anca e ginocchio, è stato il pioniere nel centro sud nell’utilizzo del robot per questo tipo di chirurgia. Al suo attivo ha centinaia di interventi che rappresentano un po’ il rimedio più immediato e meno «traumatico» per il paziente ai fini della sua immediata ripresa.

Come riconoscere l’inizio di artrosi? «Talvolta il diretto interessato non se ne accorge - sottolinea il prof. Bove - anzi, in qualche caso sono gli atri a fargli notare che magari zoppica. Il campanello d’allarme è un dolore all’inguine che si irradia all’interno della coscia. A questi sintomi, seguono poi le limitazioni funzionali come la difficoltà ad alzarsi o stare seduti su un divano basso, oppure infilarsi le calze o a camminare».

E veniamo alla diagnosi. Non servono esami particolari «ma basta una semplice radiografia fatta bene» precisa il prof. Bove «che evidenzia la scomparsa dell’articolazione e la deformità della testa che normalmente è rotonda».

Il passaggio successivo, quindi, è il «rimedio» che, dopo una terapia farmacologica, è indubbiamente l’intervento. Venendo all’utilizzo del robot (di fabbricazione americana), prima di tutto va detto che tale metodica consente una minore sofferenza del paziente e soprattutto una riduzione del sanguinamento. Inserire una protesi, infatti, anche se al giorno d’oggi può apparire una cosa ordinaria, in realtà non lo è.

Tuttavia, la chirurgia robotica parte dal presupposto che «la macchina non sostituisce il medico - precisa il prof. Bove - perché è sempre il chirurgo che guida il braccio meccanico sull’arto del paziente».

E veniamo ai dettagli. Prima di iniziare l’intervento si esegue una tac 3D che viene inviata negli Stati Uniti, elaborata e reinviata al chirurgo e al bio ingegnere, due figure che operano a stretto braccio.

Poi che succede? Con la tac vengono evidenziate, mediante colorazioni, le parti malate che vanno eliminate. «Sul paziente sono applicati dei sensori/antenne che praticamente guidano il robot con precisione millimetrica». Il braccio meccanico, insomma, a cui saranno trasmessi questi dati telematici, andrà ad eseguire la fresatura o il taglio esattamente lì dove serve «con il massimo rispetto dei tessuti e senza margine di errore», chiosa il primario.

La differenza tra una protesi inserita in via ordinaria e una con la chirurgia robotica è indubbiamente la ripresa oltre alla qualità dei materiali. «I tempi di recupero generalmente indicati in tre mesi - spiega il prof. Bove - sono ridotti anche di un terzo». Indubbiamente la risposta è legata all’età del paziente e l’efficacia alle aspettative di vita del paziente. «La mia esperienza mi consente di dire che il paziente ritorna alla vita normale, c’è chi riprende a sciare o addirittura a giocare a calcio».

La chirurgia robotica, nel nostro sistema sanitario, incontra problemi di budget. Gli attuali «Drg», che sono i codici con cui vengono remunerate le prestazioni sanitarie, non sono allineati con i costi che tali interventi richiedono: non solo per l’ortopedia ma anche in chirurgia generale si stanno facendo strada alcuni trattamenti con i robot. Tuttavia, come spesso accade, il nostro Paese sul punto si presenta a macchia di leopardo.

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