BORGES

È la vita maestra della storia

Teresa Lussone

Parlare di Borges significa parlare di libri, di letteratura, ma anche di storia. Ne discutiamo con Luciano Canfora, storico e filologo. In Finzioni, Borges suggerisce che la letteratura si divida in opere “inevitabili” (come Il battello ebbro di Rimbaud) e “contingenti”. Di questa seconda categoria fa parte il Don Chisciotte di Pierre Menard, che avrebbe deciso di riscrivere l’opera di Cervantes.

In realtà Menard la ricopia, creando un testo più ambiguo dell’originale, come dimostra questa riflessione: «La verità storica, per lui, non è ciò che avvenne, ma ciò che noi giudichiamo che avvenne». Professore, come spiegare questa frase?

«Borges è attratto dal gigantesco problema della verità storica. Vi ritorna in vari modi. Non è la storia “magistra vitae” ma è la vita maestra della storia. Dicendo questo in modo apparentemente paradossale, egli sottolinea il peso e il ruolo che l’esperienza vivente dello storiografo ha su ciò che egli scrive. Esempio: Tacito drammatizza i modi della successione di Tiberio ad Augusto (intrighi di Livia che agevola la ascesa di Tiberio) perché ha in mente la successione, non limpida e propiziata da Plotina, di Adriano a Traiano. Tacito “modella” fatti non direttamente da lui visti su fatti di cui ha avuto diretta esperienza. Allo stesso modo George Grote raccontò lo scontro politico nell’Atene del V secolo a.C. avendo ben presente lo scontro Whigs/Tories dell’Inghilterra del suo tempo. Ma c'è un altro punto su cui riflettere».

Quale?

«La verità storica non è ciò che avvenne»: anche qui l’elemento soggettivo inerente al lavoro storiografico viene enfatizzato e forse esasperato. C'è poi la metafora dei “cartografi dell’impero”, cioè di una carta geografica grande quanto il territorio che intende raffigurare, è un altro modo di ridicolizzare la pretesa di “verità”. Non sappiamo se il bersaglio di quella efficace metafora fosse la “storia quantitativa” lanciata dalla scuola delle “Annales” (a partire dalla fine degli anni Venti del Novecento) ma certamente può essere utilizzata contro ogni pretesa di storiografia “oggettiva” e “totale”.

Sorge la domanda: Borges intende incrinare la pretesa positivistica di dar vita ad un racconto storiografico definitivo? Probabilmente sì: e questo è il lato salutare della sua critica. Lo possiamo collocare accanto al celebre scritto antipositivistico di Benedetto Croce sulla “storia ricondotta sotto il concetto generale dell’arte”. Peraltro in Croce – come in Borges – questo atteggiamento mentale convive con una passione per il dettaglio erudito, nella cui ricerca e “rivelazione” al lettore essi furono maestri. Resta in ombra la ricerca dei documenti, che viene sottintesa. Vi è un pericolo: lo denunciò Arnaldo Momigliano in una ben nota polemica contro la moda della “storia narrativa”. Il pericolo è che fatti cruciali si perdano o vengano considerati del tutto opinabili e in fondo (forse) non veri. Qualcuno – disse Momigliano – affermerà che l’“Olocausto” non c’è mai stato. Io aggiungerei che il danno si è prodotto per quel che attiene al contributo russo alla liberazione dell’Europa. Nel film La vita è bella di Benigni, il campo di concentramento di Auschwitz viene liberato dalle truppe americane mentre Auschwitz fu liberata dall’Armata rossa, cioè dai sovietici. Allo stesso modo viene sottaciuto che la Russia perse, nella guerra conseguente all’aggressione tedesca del giugno 1941, oltre 30 milioni di uomini. Il Parlamento europeo si illustra piuttosto spesso in queste “dimenticanze” quando ci sono anniversari da celebrare. I “fatti” ci aspettano dentro i documenti: e Borges e Croce ne erano ben consapevoli. L’intelligenza artificiale, per loro fortuna, non era ancora apparsa all’orizzonte».

Luogo mitico che si identifica con l’universo, la biblioteca torna spesso nell’opera di Borges. Si pensi alla Biblioteca di Babele, ma anche ad altri testi raccolti in Sette sere o La mappa segreta (Adelphi).

«La Biblioteca di Babele fu molto amata da Umberto Eco. È una metafora ammirevole e aristocratica, che oggi appare anacronistica rispetto all’onnipotenza e all’invadenza “digitale”. Che dire? Ogni avanzamento tecnico comporta una perdita. I manoscritti, usuali prima di Gutenberg, erano pochi e costosi, ma sublimi sul piano “estetico” dell’oggetto libro. Ma i nostri attuali libri pallidi e illeggibili, frutto di composizione digitale, sono orrendi rispetto non solo alla Bibbia di Gutenberg ma anche ai libri su carta povera ma nitidi del primo e del secondo dopoguerra del Novecento! Sostituire la lettura su supporto informatico all’atto di sfogliare un libro cartaceo non è un progresso, è un vantaggio economico per chi produce libri. L’arte tipografica è morta ormai: è un progresso? E la crescente disoccupazione determinata dalla fotocomposizione è un progresso? È una scorciatoia. Ne prendiamo atto ben sapendo che non ci sono alternative.

L’invasione “digitale” ha creato un paradosso: ogni individuo è ormai isolato con sé stesso e la sua onnipotente macchina portatile che gli “racconta” il mondo. Tra le vittime di questo “miracolo tecnologico” annoveriamo la democrazia politica e la libertà individuale. Meglio saperlo».

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