Un’altra possibilità di mondo?

Una sfilata di maschere come antica utopia della storia

Dorella Cianci

Il carnevale è una delle invenzioni più ambigue dell’immaginario occidentale. Una parentesi di eccesso? Storicamente è nato per essere il momento dell’utopia: è un ordine rovesciato dove le gerarchie si sospendono

Il carnevale è una delle invenzioni più ambigue dell’immaginario occidentale. Una parentesi di eccesso? Un’altra possibilità di mondo? Storicamente è nato per essere il momento dell’utopia: è un ordine rovesciato dove le gerarchie si sospendono. Dalle Dionisie greche ai Saturnali di Roma, dove per breve tempo gli schiavi potevano sedere a tavola coi padroni, il carnevale antico non era una rivoluzione, ma un’altra possibilità di vivere. In tal senso si consiglia la lettura e, possibilmente, la riedizione del volume Carnevale e utopia nella Grecia antica a cura dei filologi Zimmermann e Rösler per l’editore Levante di Bari, il quale per moltissimo tempo ha pubblicato libri specialistici di primissimo livello.

Torniamo al periodo mascherato. Solo il cristianesimo ha reso il carnevale una cosa davvero seria, con una nuova collocazione simbolica. Il momento carnascialesco è diventato, nel mondo cristiano, il controcanto della penitenza, inserendosi formalmente nel calendario liturgico, che è esso stesso una forma di utopia temporale, dove il flusso dei giorni uniformi si orientano verso la prospettiva escatologica e l’aspirazione del paradiso. Con l’arrivo del Medioevo, la questione diventa ancora più seria, lasciando che anche l’austera sacralità del mondo monastico fosse attraversata, per breve tempo, dal riso. Forse ancora oggi pochi si rendono conto del fatto che il carnevale non è da leggere sociologicamente come il momento dello svago, ma come un sottile dispositivo con cui le società hanno pensato e messo in scena il potere. Con l’età moderna, entra in scena il rapporto fra carnevale e politica.

Le rivoluzioni moderne – da quella francese in poi – hanno assunto tratti carnevaleschi: cortei, simboli rovesciati, effigi bruciate, rituali di umiliazione pubblica del potere. Nella piazza rivoluzionaria del ‘700 andava in scena l’abbattimento dell’autorità. Tuttavia, mentre il carnevale tradizionale sospende l’ordine, la rivoluzione ha la pretesa di rifondarlo: se il primo è utopia temporanea, la seconda è ambizione di raggiungere un’utopia definitiva. Resta complesso analizzare la dimensione attuale dell’elemento carnascialesco: se tutto diventa spettacolo, dov’è la pausa verso l’utopia? Se la folla devastatrice, entrata a Capitoll Hill, ha preteso di diventare l’istituzione, come facciamo a intravedere il rapporto fra il carnevale e l’utopia?

Se partiamo dal riconoscimento del fatto che il carnevale non è una rivoluzione, ma la possibilità della rivoluzione, dinanzi al mondo attuale qualcosa si incrina: senza momenti di rovesciamento simbolico, l’ordine rischia di rimanere immutabile. Diventa molto complesso rispondere alla domanda sul senso odierno del carnevale, perché la questione non è affatto retorica: la carnevalizzazione continua, tuttavia, potrebbe rendere più evidente la specificità del carnevale. Questa specificità può essere forse ancora intravista nella corporeità: mangiare, danzare, sfilare, ridere insieme implica, nello spazio pubblico, una dimensione fisica che l’esperienza digitale non può sostituire. Qualcuno potrebbe obiettare che il nostro tempo non ha più bisogno di incoraggiare la corporeità: ne siamo sicuri davvero? Fra il corpo abusato e il corpo iper-curato, il fattore carnevale riesce ancora, magari anche solo per un giorno, a farci guardare con più distacco, magari anche giocando nello scambio di genere e di ruoli. Che male c’è? Viene alla mente “il vescovo dei folli”, dove in molte città francesi del XII secoli si eleggeva un vescovo, per un giorno, che parodiava i chierici. Non era un sacrilegio, ma uno specchio deformante, dove il sacro, senza essere negato, veniva guardato umanità. A Beauvais, nel XV secolo, il carnevale corrispondeva alla festa dell’asino e del suo raglio, parodiato come un canto liturgico. Era un gioco, ma anche un modo per valorizzare il mondo animale.

C’è da ammettere che oggi è molto riduttivo inglobare questo tempo a un momento turistico, dove il consumo di folklore appiattisce il pensiero critico. Invece dovrebbe essere preservata la vitalità della comunità in festa, che ripensa se stessa anche per reinventarsi. Probabilmente il senso contemporaneo del carnevale non sta nel promettere un altro ordine, ma nel custodire lo spazio della distanza critica, dove l’immaginazione ha ancora un posto. A volte il carnevale, anche per i cristiani, sembra solo una reliquia del passato e invece potrebbe mantenere quella carica simbolica di evasione, di ribellione, di sospensione dalla gravità. Al tempo di Trump, purtroppo, qualcuno crede che il carnascialesco sia una componente della politica, anche perché il suo registro verbale si colloca fra insulti, iperboli e soprannomi, ma laddove la trasgressione si fa metodo non si può più parlare di carnevale, ma solo di una farsa strategica che mira non a interrompere l’ordine, ma a romperlo catastroficamente.

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