Se la società collassa

La crepa della ragione dentro «Il prodigio» di Fabrizio Sinisi

Lara Laviola

C’è un momento, nella vita individuale e collettiva, in cui la ragione si incrina. Non crolla del tutto: si fende. È la crepa da cui entra il dionisiaco, l’istinto, la febbre dell’adorazione. È il punto in cui la società ordinata, produttiva, misurabile, si scopre improvvisamente vulnerabile al mistero

C’è un momento, nella vita individuale e collettiva, in cui la ragione si incrina. Non crolla del tutto: si fende. È la crepa da cui entra il dionisiaco, l’istinto, la febbre dell’adorazione. È il punto in cui la società ordinata, produttiva, misurabile, si scopre improvvisamente vulnerabile al mistero. 

È da qui che bisogna partire per entrare dentro Il prodigio di Fabrizio Sinisi. Non da un fatto, non da una trama, ma da un cedimento. Una grande faccia appare nel cielo sopra una città che assomiglia alla nostra Milano iper-razionale, finanziaria, performativa. Un volto tra le nuvole. Un segno. Un’apparizione. E tanto basta perché la superficie liscia della modernità si spezzi.

La città reagisce come un corpo attraversato da una scarica elettrica. Prima lo stupore, poi l’assembramento, poi la narrazione. I media amplificano, i social moltiplicano, la fede si accende, il dubbio si radicalizza. Il “Volto” diventa oggetto di culto, bersaglio di ironia, detonatore politico. Ma soprattutto diventa specchio: ognuno vi proietta la propria fame. Fame di miracolo, di appartenenza, di redenzione, di catastrofe.

Al centro di questo turbine c’è Don Luca, sacerdote quarantenne, voce narrante ironica e incrinata. Non è un santo, non è un eroe: è un uomo che si scopre esposto. Travolto dagli eventi, dalla folla, dal desiderio ambiguo di essere necessario. Intorno a lui si muovono figure altrettanto vulnerabili, come Marta, giovane inquieta che incarna un’altra forma di smarrimento: quello affettivo, generazionale, esistenziale. Insieme attraversano un tempo sospeso, in cui il sacro e il mediatico si confondono, in cui la fede è insieme slancio e spettacolo.

La forza del romanzo sta proprio qui: nel mostrare quanto sottile sia la linea che separa la civiltà dalla trance. Basta un segno nel cielo per far emergere il lato dionisiaco che credevamo sepolto sotto l’intelligenza artificiale e i bilanci trimestrali. La follia collettiva non è un incidente: è una possibilità sempre pronta a riemergere. E forse, suggerisce Sinisi, è anche una risorsa. Perché nell’abbandono c’è verità. Nella perdita di controllo c’è rivelazione.

In un panorama letterario spesso ancorato a un realismo prudente, Il prodigio rompe l’argine. Mescola grottesco e spiritualità, satira e metafisica, cronaca e allegoria. Dimostra che la fantasia non è un lusso infantile ma un atto politico: immaginare l’impossibile significa mettere in discussione l’inevitabile. Significa dire che il mondo potrebbe essere altro.

E allora quel volto nel cielo non è solo un fenomeno narrativo. È una domanda aperta. Di cosa abbiamo bisogno per sentirci vivi? Di ordine o di vertigine? Di regole o di estasi? Forse la risposta sta proprio nell’oscillazione. Nell’accettare che la vita non è solo misura apollinea ma anche eccesso dionisiaco.

Sinisi ci consegna un romanzo che non rassicura. Ci espone. Ci costringe a guardare la crepa. E in quella crepa, a riconoscere il desiderio – inconfessabile ma potentissimo – di abbandonarci, almeno per un istante, alla follia luminosa del prodigio.

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