La pubblicazione del 1494
Sana follia in terra e in mare ne «La nave dei folli» di Sebastian Brant
Il poema satirico è illustrato con xilografie di Albrecht Dürer che rendono più godibile la lettura di un’opera che stigmatizzava i vizi umani proponendo come modello positivo la saggezza e la virtù
A Basilea durante il Carnevale del 1494 fu pubblicato a caratteri di stampa Das Narrenschiff ovvero La nave dei folli di Sebastian Brant, grande umanista tedesco originario di Strasburgo.
Il poema satirico è illustrato con xilografie di Albrecht Dürer che rendono più godibile la lettura di un’opera che stigmatizzava i vizi umani proponendo come modello positivo la saggezza e la virtù; la follia di cui si parla nel poemetto non è quella di Erasmo da Rotterdam ma la follia carnascialesca che accomuna truffaldini e donne sguaiate, cacciatori di eredità e falsi profeti, adulteri, cultori degli studi inutili cioè non finalizzati alla salvezza dell’anima.
Il titolo dell’opera trae origine dalla Stultifera navis di cui parla Foucault nella sua Storia della follia nell’età classica: una nave che veniva spesso stipata di folli, dementi, malati, tutti gli emarginati della società e abbandonata ai flutti sotto la guida di alcuni marinai, con esiti prevedibili in alto mare; qui però i “folli” non sono i paria della società ma la genia dominante, quella pazza umanità che preferisce il vizio alla virtù e che Brant rappresenta in versi - e le xilografie insieme - con il berretto a sonagli da cui spuntano orecchie asinine e la marotta o gingillo (bastone portato dai giullari o buffoni di corte) in onore del fool medievale, il buffone regale.
A differenza del fool medievale tuttavia – che incarnava certa saggezza insita nella libertà di parola e dello scherno, tollerati entrambi dal sovrano – qui i “folli” rappresentano il lato oscuro dell’umanità, la bassezza morale, la corruzione dell’animo che culminano nel capitolo della reprimenda del martedì grasso e dei suoi eccessi (Dei matti quaresimali, satira 110 B).
Brant ricorda la follia del martedì grasso quando – secondo l’uso germanico – le donne venivano inseguite e veniva loro dipinto il volto di nero nella grande “mascherata” generale, gli uomini si abbandonavano a ogni eccesso proprio quando avrebbero dovuto meditare sulla pochezza dell’uomo e sulla sua fragilità.
La morte appare onnipresente nel testo tanto da far parlare di una Totentanz ovvero una danza macabra tardomedievale, colorata, tragica ma anche umoristica grazie alla ricchezza di una lingua permeata di proverbi, giochi di parole e licenziosità.
L’etimologia della parola “Carnevale” pare che derivi - secondo alcune testimonianze - dal carrus navalis ovvero il carro a forma di nave che veniva fatto sfilare in occasione del carnevale e che evoca appunto con la sua sagoma la “nave dei folli” che rappresentava anche un tema iconografico.
Sfilano così nell’opera di Brant la stoltezza delle inutili ciarle e – per contro – la preziosità del silenzio, l’attaccamento alle ricchezze, l’amore per crapule e gozzoviglie, l’insensatezza di chi concepisce vani progetti senza averne le prerogative, la tracotanza verso Dio, la follia di chi non ascolta i buoni consigli, di chi istiga alla discordia.
Nella recente edizione proposta (Spirali editore, dicembre 2025) la traduzione dal tedesco, l’introduzione e le note sono di Francesco Saba Sardi che restituisce la magia di questo testo grazie a una traduzione accurata e fedele.
Brant sembra volerci suggerire che non occorre travestirsi da matti in occasione del Carnevale perché matti, nel viaggio terreno, si è sempre e comunque: lui stesso si definisce “Sebastian Brant, il matto forsennato” nel capitolo “Protestazione“ e ammette di aver commesso follie deprecabili.
Onnipresenti sono, accanto alla Nave, la Ruota, la Fortuna, la Morte e infine il Carnevale cui spetta una funzione conclusiva, di bacino di raccolta di metafore ed esempi, in particolare il Carnevale di Basilea come luogo di convegno di ogni follia umana, laddove la nave dei folli è destinata al naufragio con tutto il suo bel carico.
Unica a salvarsi da questo naufragio allegorico è la Virtù: la strada stretta, impervia del bivio di Eracle a fronte di quella ampia, comoda del Vizio; scegliere la via della Virtù significa salvezza, redenzione anche attraverso il naufragio.
Se è vero che tutti noi, folli, dobbiamo naufragare, quelli che avranno praticato la Virtù potranno sperare nella ricompensa ultraterrena e non è poca cosa.
Laddove la Morte trionfa su tutto, il bagliore luminoso della Virtù potrà riempire di senso la nostra esistenza e indicarci la via, scomoda ma provvidenziale, per la salvezza, l’unica salvezza possibile.
Due anni prima della comparsa della Nave dei folli tre altre navi, quelle di Colombo, erano partite alla scoperta di un Nuovo Mondo e Brant lo sa bene come si evince dal capitolo 66 “Del voler esplorare le terre”; la smania tutta umana di percorrere mari e monti alla ricerca di nuove terre è sferzata come vizio della volontà, laddove non sia compensata da una accorta ricerca di se stessi e della propria interiorità.