Uno spietato pamphlet

La maschera delle oligarchie nell’ultimo film profetico di Kubrick

Anton Giulio Mancino

In Eyes Wide Shut non sigla soltanto il limite estremo del dicibile della sua opera omnia, ma si incunea tra un secolo e l’altro, esattamente alla fine di un millennio per squadernare il fondo di un abisso sociale e culturale

Le maschere e l’orgia segreta, minacciosa e mascherata sono la chiave dell’ultimo tassello inquietante e terribilmente profetico della filmografia di Stanley Kubrick: Eyes Wide Shut nel fatale 1999 non sigla soltanto il limite estremo del dicibile della sua opera omnia, ma si incunea tra un secolo e l’altro, esattamente alla fine di un millennio per squadernare il fondo di un abisso sociale e culturale, all’epoca prossimo venturo, oggi invece con gli oligarchi mondiali sotto gli occhi di tutti e a volto scoperto. Gettate via definitivamente le maschere di un potere tragicamente svergognato, il repertorio carnevalesco assume rilievo: quei costumi neri, principalmente mantelli per gli uomini, e corpo nudo delle donne, culmina quindi nel mascheramento che esplicita il sistema dell’assoggettamento geopolitico, su scala internazionale. Nel film proviene dal repertorio veneziano, con esemplari che è ancora possibile ammirare e su ordinazione acquistarne una copia in una nota bottega artigianale nel sestiere di Dorsoduro che ricevette la prestigiosa commessa degli esemplari principali dalla produzione. Sono oggetti/sembianti che trascendono l’istituzione del Carnevale mondiale, con tanto di location sullo schermo di Mentmore Towers, di proprietà dei Rothschild, e coincidenze significative con il Surrealist Ball del 1972 organizzato da Marie-Hélène de Rothschild.

Ma le suggestioni tanto care alla rete e ai social, per invalidare apposta, in eccesso, anche le piste interpretative politico-indiziare più interessanti, non bastano a eludere la sostanza del discorso filmico in tutti quanti i titoli dell’autore: l’umano nell’orizzonte concettuale ed espressivo di Kubrick è sempre ridotto a travestimento ridanciano della propria deriva, con il progresso spogliato e restituito alla “maschera nuda” del regresso. L’antistoricismo di Eyes Wide Shut, riflettendo, ereditando e convogliando quello di 2001: Odissea nello spazio (1968), Arancia meccanica (1972) e Barry Lyndon (1975), condanna il soggetto umano sedicente evoluto, dalla preistoria al presente/futuro, a un destino segnato a monte di essere bestiale, aggressivo, dominato dalle pulsioni. Le maschere dunque, anche nel modo del regista di spingere gli attori alle estreme conseguenze della fisiognomica, comprovano l’assurda auto-persuasione civile, o incivile perché genealogicamente violenta, distruttrice e autodistruttrice.

Eyes Wide Shut non è un film erotico o accattivante, ma uno spietato pamphlet che esibisce per via sessuale il vicolo cieco dell’umanità, esemplificata nella sua ignominiosa verticalità dall’upper class internazionale di base a New York, dedita alla clausura, non meno di quella de L’angelo sterminatore (1962) di Luis Bunuel. I rituali della casta, travestita e religiosa nel denudarsi, surrogano il “sesso” come emblema di “possesso”, celebrando l’istinto animale naturale irrimediabilmente smarrito come sintomo di una frustrazione tecnologica, politica e sociopatica di lungo corso. Una prostituta incontrata per strada con a casa manuali di scienze sociali in bella vista sullo scaffale dimostra, anche fuori dal Carnevale degli onnipotenti secretati, il collasso collettivo, in cui la ragione di illuministico e immotivato ottimismo, come l’umanesimo teorico, hanno fallito da tempo e fatto i conti senza l’oste: l’Uomo, con la maiuscola, specie condannata al dominio e all’assoggettamento pulsionale, contraddice con le guerre le volenterose idee divulgate dal romanzo pedagogico di Rousseau, Emilio. Per Kubrick resta l’eterna scimmia trionfante che scopre la tecnica a partire da un osso contundente e ne diventa padrone e vittima, trasformandola in arma. Eyes Wide Shut porta dunque alle estreme conseguenze l’esclusività del “consesso” che pratica la “sessualità” e richiede spazi chiusi, parole d’ordine e assenza di scrupoli, con tanto di personaggi burattini, mascherati secondo una tradizione veneziana che simboleggia la temporalità estesa.

L’Arthur Schnitzler di Doppio sogno, in tedesco Traumnovelle, cioè Novella del sogno, del 1926, viene disadattato nel finale dal Kubrick a cavallo tra secoli e millenni, in sincrono verso l’infinito dell’astronave di 2001: con la semplice ma ristrutturante e lineare battuta di Alice/Nicole Kidman a Bill/Tom Cruise, “Fuck!”, muta il dialogo tra i due coniugi, che hanno tradito oniricamente o in forma di atto mancato il vincolo. Il valore attivo della psicanalisi, in Schnitzler, si scontra dunque con l’invito conclusivo senza giri di parole e indugi al sesso fisico: in Kubrick, lungi da ogni maschera/protesi meccanica e residuale, suona come ultimatum rivolto a una specie che ha tradito le premesse biologiche e la natura, gli istinti e le relazioni, compromettendo il pianeta e l’ipotesi sostenibile di avvenire.

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