Che musica
L’idioma del pop: ABC e il lessico dell’amore
Il synth-pop e il movimento new romantic non nascono come una semplice moda musicale, bensì come risposta simbolica alla fine traumatica del punk
L’alfabeto musicale degli ABC. Il synth-pop e il movimento new romantic non nascono come una semplice moda musicale, bensì come risposta simbolica alla fine traumatica del punk. Se quest’ultimo aveva operato una radicale tabula rasa del passato attraverso la violenza iconoclasta del “no future”, l’inizio degli Anni ‘80 riapre il dialogo con la storia, con lo stile e persino con il dandismo, filtrandoli tuttavia attraverso la mediazione tecnologica. Non si tratta di una restaurazione nostalgica, ma piuttosto dell’affermazione di un nuovo umanesimo elettronico: i sintetizzatori sostituiscono in parte gli strumenti tradizionali senza annullare l’ambizione culturale del pop, anzi riformulandola. Le radici di questo passaggio sono molteplici. Da un lato l’avanguardia tedesca dei Kraftwerk, che aveva dimostrato come la macchina potesse farsi linguaggio emotivo; dall’altro il glam inglese di David Bowie e dei Roxy Music, in cui identità, moda e ambiguità sessuale erano già elementi strutturali del discorso pop.
Il new romantic nasce infatti prima nei club londinesi - il Blitz su tutti - che nei dischi: è una scena soprattutto estetica prima ancora che musicale, un laboratorio di immagini, pose e citazioni colte. Duran Duran, Spandau Ballet, Visage e Pet Shop Boys incarnano la fusione di pop accessibile e sofisticazione visiva, mentre Soft Cell, Human League, Depeche Mode, Ultravox e New Order spingono il synth-pop verso territori più urbani, alienati e riflessivi. All’interno di questo panorama si collocano gli ABC, caso singolare e per certi versi anomalo. Provenienti da Sheffield, città operaia e post-industriale, scelgono un nome elementare, quasi didattico: le prime lettere dell’alfabeto. Al di là delle suggestioni collaterali - dai Jackson 5 a un celebre alfabetiere illustrato - l’intento è chiaro: costruire un pop “primario”, immediato e memorizzabile, che non rinunci però alla raffinatezza new wave. Martin Fry, frontman e intellettuale prestato alla forma-canzone, intuisce prima di molti che il synth-pop non debba necessariamente essere freddo o minimale: può essere barocco, sentimentale, persino melodrammatico. The Lexicon of Love (1982) è il manifesto di questa visione.
Un album che fonde soul, funk, disco e pop sinfonico, filtrandoli attraverso la tecnologia dei sintetizzatori e una produzione lussureggiante firmata da Trevor Horn, figura chiave del periodo: già protagonista con i Buggles di Video Killed the Radio Star, poi membro degli Yes e produttore, tra gli altri, di Frankie Goes to Hollywood, Grace Jones, Seal e Paul McCartney. Ma soprattutto The Lexicon of Love è un progetto concettuale: un vero e proprio “lessico dell’amore” che suggerisce come i sentimenti non siano soltanto vissuti, bensì narrati, codificati, messi in forma. Fry, affascinato dal modo in cui Bryan Ferry trattava le parole come oggetti di design, costruisce un dizionario emotivo della modernità: ogni brano diventa una possibile definizione dell’amore, sospesa tra desiderio, ironia e disincanto. Dietro la superficie scintillante di The Look of Love o Poison Arrow si articola una riflessione sul linguaggio delle relazioni, sulla distanza strutturale tra ciò che si dice e ciò che si prova.
In questo senso gli ABC rappresentano l’anima più letteraria del new romantic. Dove altri puntano sull’edonismo o sull’impatto visivo, Fry insiste sulla retorica, sulla parola, sull’idea che il pop possa essere uno spazio di pensiero: leggero, ma non superficiale. The Lexicon of Love - seguito da altri quattordici album, non tutti allo stesso livello dell’esordio -, rimane così uno dei vertici di quell’ambizione: la dimostrazione che anche in una canzone di tre minuti può nascondersi un intero vocabolario sentimentale.