La fine della poetica orale

E l’epos perse la voce. Addio agli aedi

Milena Pistillo

La diffusione dell’alfabeto greco nell’VIII sec a.C. agevola la trascrizione creando una memoria “esterna” e una nuova struttura del pensiero. Ma naturalmente si perde l’emozione dell’immediato

L’epica omerica così come la leggiamo nell’Iliade e nella Odissea è quel che resta di una trasformazione epocale che mise fine alla trasmissione poetica orale per introdurre il testo scritto tra il 750 e il 600 a.C.; gli esperti parlano di “frattura epistemica” poiché il passaggio dall’oralità primigenia alla scrittura in alfabeto greco (che ebbe il suo immediato precedente nell’alfabeto fenicio integrato con i suoni vocalici) comportò conseguenze rilevanti nella percezione dell’opera d’arte: il canto orale legato a gesti, musica e danza si trasforma in testo scritto, fissato una volta per tutte, che non ruota più solo intorno a  esperienze sensoriali immediate.

La diffusione dell’alfabeto greco nell’VIII sec a.C. agevola la trascrizione creando una memoria “esterna” e una nuova struttura del pensiero. Ma naturalmente si perde l’emozione dell’immediato, la sapienza percettiva ed espositiva dell’aedo, costretto a lavorare con tecniche formulari per supportare la memoria - sempre e comunque prodigiosa - ma dotato di grande libertà espressiva nel modulare il canto, la voce, la gestualità. Persino la scelta degli epiteti formulari - Hera bianche braccia, Atena glaucopide, Ettore domatore di cavalli, Troiane bei pepli - è del tutto libera e svincolata da precetti normativi; la modulazione della voce fa dell’aedo un attore, un mimo, un cantore che si fa portavoce di valori identitari comuni. 

Nel passaggio alla trascrizione del testo tutto questo background culturale si perde, l’accompagnamento musicale della cetra si oblia, la metrica si smarrisce, il ritmo che è numero si affievolisce. Per avere una versione dell’epica greca il più possibile attendibile occorre assistere a una performance del grande Stefan Hagel, direttore del gruppo di ricerca di Musica antica dell’Istituto archeologico dell’Accademia austriaca delle scienze di Vienna, tra i massimi esperti a livello internazionale di musica dell’antichità. Una delle sue performance più belle è stata quella presso la Villa romana di Orfeo a Trento: tra i resti di Tridentum, al cospetto dello splendido mosaico policromo che raffigura Orfeo, il cantore tracio, mentre incanta gli animali con il suono della lira Stefan Hagel esegue alcuni dei rari frammenti sonori che ci sono giunti dall’antichità. I suoi studi comprendono la ricostruzione di strumenti e la riproposizione di tecniche musicali antiche; una sua peculiarità è l’applicazione di tecniche informatiche e metodi matematici nonché di un software, il Classical text editor, creato per studiosi di antichità classiche al fine di preparare edizioni critiche e scientifiche.

La magia delle sue rappresentazioni musicali ci riporta l’eco dei suoni dell’epos omerico, il ritmo incalzante dell’esametro greco, la melodia che scandisce la guerra, la morte, l’amore, l’onore, l’odio, gli affetti familiari, tutto ciò che di umano e disumano c’è nei poemi di Omero, una summa dei sentimenti possibili nel vocabolario emotivo dell’umanità intera, non solo greca. E come in un gioco di specchi ci sembra di vedere gli aedi Femio e Demodoco nell’Odissea, il primo ad Itaca a cantare per i Proci, il secondo chiamato a cantare le gesta degli eroi al banchetto di Alcinoo re dei Feaci, così bravo che intenerisce il cuore di Ulisse, proverbialmente fermo e deciso, in quel convito in cui Odisseo rivive l’incendio di Troia e la perdita di tante vite umane, mentre l’Aedo che canta gli aedi si commuove anche lui nel ritrarre se stesso, la memoria del mito, l’essenza del racconto magico che ha permesso ai greci di gettare le fondamenta della letteratura occidentale.

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