Linguaggi
Millenni spesi a passare dai disegni alle parole. E noi torniamo indietro...
Con i geroglifici non esisteva modo di esprimere tutta la ricchezza del linguaggio. Ecco perché di lì a breve avrebbero affiancato alle figure dei segni fonetici per chiarirli, lettere che mutavano le vocali della parola dando un significato diverso
L’oggetto più visitato al British Museum è la celebre Stele di Rosetta, la pietra risalente al 196 a.C. su cui è stato inciso il decreto di un faraone egizio riportato in tre lingue, due delle quali conosciute a noi moderni e che ci hanno permesso di decodificare la terza, i geroglifici, mediamente noti a tutti dalle elementari.
I geroglifici sono la prima scrittura in cui le cose sono rappresentate dalle loro immagini: un sole per indicare il sole e così via. Conosciamo il significato di circa tremila segni, e molti di più ne sono attestati. Con questo sistema non esisteva modo di esprimere tutta la ricchezza del linguaggio. Molti concetti, soprattutto quelli astratti ma anche alcuni concreti, non potevano essere raffigurati con facilità. Problematico era indicare il tempo dell’azione. Un disastro comunicare le relazioni grammaticali. Ecco perché di lì a breve avrebbero affiancato alle figure dei segni fonetici per chiarirli, lettere che mutavano le vocali della parola dando un significato diverso (per esempio: mangiai/mangia).
Tutto questo per dire che del fatto che delle figure non fossero sufficienti a stabilire una comunicazione solida ce ne siamo accorti subito.
Negli anni ’60, sotto l’influenza di Marshall McLuhan e con l’euforia per i primi computer grandi come frigoriferi, si era convinti che le macchine avrebbero reso la scrittura più ordinata, rigorosa e illuminata.
Nessuno si aspettava che nel momento dell’espansione infinita dei flussi comunicativi, quello in cui tutti scriviamo messaggi e diffondiamo testi, noi adulti alfabetizzati non siamo più in grado di esprimere adeguatamente concetti, emozioni, sfumature senza utilizzare una faccina gialla, l’emoticon, come una stampella emotiva per un discorso che non regge più da solo. Non si dice più di essere ironici: si mette una faccina che fa l’occhiolino, demandando a un pittogramma il compito che una volta spettava all’intelligenza del lettore.
Millenni spesi a passare dai disegni alle parole, dalla figura al concetto, e noi che facciamo? Torniamo indietro, felici, a comunicare con geroglifici da tastiera, convinti di essere moderni mentre stiamo solo semplificando fino alla caricatura. Un mondo in cui “sto male” non basta più: serve la faccina che piange, altrimenti non è credibile.
Le emoticon sono il trionfo dell’imprecisione: ambigue, infantili, universalmente vaghe. Quel sorriso è gentile? Sarcastico? Passivo-aggressivo? Nessuno lo sa ma guai a non usarle: senza una faccina a chiarire il tono, ogni messaggio diventa sospetto, freddo, quasi ostile.
Questa sottospecie di ideogrammi di cui abusiamo, insieme ai supporti che scegliamo e le forme di produzione del testo (cellulare, tablet, tastiere) che con la loro scomodità hanno reso meno centrale il gesto della scrittura, ci costringono naturalmente a convergere verso forme di testo sintetiche e sciatte.
Il punto però non è che le emoticon abbiano invaso la scrittura, ma che la scrittura abbia smesso di bastare a se stessa. Dove una frase ben costruita richiederebbe attenzione, misura e responsabilità, inseriamo un simbolo che neutralizza ogni rischio interpretativo. L’emoticon non arricchisce il testo: lo disinnesca. Serve a evitare il pensiero, a prevenire il malinteso senza passare dalla chiarezza, a sostituire la competenza espressiva con un segnale standardizzato. Dopo aver lottato per secoli per dire di più con meno segni, oggi diciamo meno con più segni, e chiamiamo questo arretramento “immediatezza”. Non stiamo tornando ai geroglifici per ingenuità primitiva, ma per stanchezza intellettuale: perché pensare il linguaggio, ormai, ci sembra un lusso superfluo.