Il pericolo

Una mappa in difesa della scrittura quasi dimenticata intorno al mondo

Dorella Cianci

Purtroppo la ricerca accademica si concentra pochissimo sullo stato di salute degli alfabeti e sulle prime conseguenze della loro perdita

«La storia è scritta dai vincitori e l’alfabeto che utilizzano per scriverla è quello a cui sono abituati. Se facciamo parte delle culture dominanti del mondo, in particolare quelle occidentali, abbiamo buone probabilità di saper leggere i cartelli in aeroporto o in stazione», scrive così Tim Brookes, autore universalmente riconosciuto come autorevole nell’ambito della conservazione degli alfabeti in pericolo. Il suo libro, “Atlante degli alfabeti in pericolo. Un giro del mondo in 80 scritture (quasi) perdute”, spiega innanzitutto quali pericoli corrono realmente gli alfabeti. Dal momento che nessun censimento chiede alle persone di indicare quale sistema di scrittura utilizzano, non possiamo dire, al momento, di avere dati precisi. Inoltre, purtroppo, la ricerca accademica si concentra pochissimo sullo stato di salute degli alfabeti e sulle prime conseguenze della loro perdita.

Pensiamo per un momento al continente africano. Qui gli alfabeti a rischio di scomparsa non sono molti, poiché le popolazioni tendono a difendere le loro radici. Tuttavia un fenomeno che lascia quasi basiti è, invece, quello della comparsa di una buona quantità di alfabeti emergenti, soprattutto nell’area subsahariana occidentale, dal Senegal al Camerun. Se ne parla pochissimo. Eppure, anche qui, qualcosa scompare sotto i colpi della presunta modernizzazione.

Uno dei più straordinari esempi di scrittura al mondo è visibile sulle pareti di una grotta nel bel mezzo del Sahara. Scrive Brookes: «È sorprendente trovare una traccia della presenza umana in un luogo così inospitale, così lontano da tutto ciò che, in genere, associamo al concetto di civiltà; e, a dire il vero, è anche difficile associare al concetto di scrittura questa striscia di grossi simboli, piuttosto semplici, alcuni dei quali assomigliano di più a numeri che a lettere».

Duemila anni fa, gran parte del Nordafrica apparteneva agli Amazigh, cioè a degli “uomini nobili”, ma i romani pensarono bene di affibbiare a questa popolazione il nome di “barbari”, da cui poi è nato il termine “berberi”. Che cosa hanno di “barbarico” queste popolazioni? Nulla! Coesistevano pacificamente con i fenici e i cartaginesi e il loro alfabeto si può sovrapporre a uno dei più antichi dell’area mediterranea e mediorientale. All’arrivo degli invasori, ovviamente, anche la lingua degli Amazigh dovette soccombere e, moltissimo tempo dopo, giungendo al periodo coloniale, la presenza europea perseguitò coloro che usavano questa lingua preistorica.

C’è tantissimo da dire ancora sui Paesi africani, ma è interessante soffermarsi anche sull’Asia, il continente che più di ogni altro ha dei miti fondativi legati alla scrittura. Gli Zhuang, per esempio, sono una minoranza etnica del sud della Cina. Secondo i loro racconti epici, una divinità primordiale donò al loro popolo ben due alfabeti: la cosiddetta “scrittura delle radici” e quella “degli insetti”. Il dono del dio era particolarmente generoso, poiché in questa scrittura si contavano ben quattro mila glifi. Un alfabeto davvero in pericolo, in quell’area della Terra, è il manciù, ideato nel 1599; eppure dopo il 1912, con l’abdicazione dell’ultimo imperatore Qing, si diede un colpo di grazia a quest’ identità linguistica. Va ricordato che, a Pechino, negli anni ’50, esistevano solo cinque persone in grado di leggere e scrivere fluentemente in questa preziosa lingua antica.

C’è poi un caso abbastanza strano: l’alfabeto della Mongolia, il soyombo, che non è più usato da nessuno, ma ogni persona di quel posto sa leggerlo e, costantemente, si trova davanti quei segni. Quell’alfabeto è entrato nei testi religiosi buddisti e, anche se è in disuso, quei simboli rappresentano credenze e verità spirituali universali. Al di là della sua riconoscibilità in ambito mistico-religioso, la situazione potrebbe migliorare se il soyombo venisse incluso nello standard Unicode, ma potrebbe anche essere l’unico alfabeto al mondo a ridursi a una sola lettera, che è poi il suo carattere più noto e denso di simbolismo. In Mongolia, però, per molti secoli si è parlato il mongolo classico, risalente alle imprese di Gengis Khan. Nel corso dei secoli, poi, l’impero mongolo si è sfaldato e quella lingua è andata perduta, almeno fino al 2013, quando l’Unesco l’ha inserita nella lista del patrimonio culturale immateriale.

Dell’Asia potremmo scrivere pagine e pagine, ma per esigenza di spazio, vogliamo dare uno sguardo alla nostra Europa, dove ci sono molte più minoranze linguistiche e lingue in pericolo di via d’estinzione (solo l’Italia conta più di trenta dialetti). Quali lingue sono in pericolo da queste parti? Il mandaico, il samaritano, il siriaco, il glagolitico, l’avestico, il copto e il nubiano. L’autore stesso del prezioso volume Utet precisa che occorrerebbero continui aggiornamenti a questi dati, soprattutto attraverso viaggi e contatti con le popolazioni locali. Tim Brookes da vent’anni porta avanti un progetto ambiziosissimo di mappatura di tutti gli alfabeti a rischio, come se avesse creato una sorta di “wwf della scrittura”. Nell’incipit del suo libro,  con toni severi, aggiunge: «L’alfabeto latino in un pugno di secoli ha conquistato il mondo, con la forza bruta delle armi occidentali e con quella suadente della cultura e dell’economia».

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