La grande illusione
Tute blu a destra, la storia si ripete
Basta, da sola, questa frase di Guevara per spiegare perché i lavoratori votano sempre meno o scelgono, sempre più spesso, il loro nemico peggiore?
«Quando il ricco e il povero votano lo stesso partito, uno dei due sbaglia, e non è il ricco».
Basta, da sola, questa frase di Guevara per spiegare perché i lavoratori votano sempre meno o scelgono, sempre più spesso, il loro nemico peggiore?
È successo di nuovo, è successo negli Usa. Ogni volta che succede, soprattutto tra gli analisti della cosiddetta sinistra, ci si affretta a chiedersi: ma dove sono finiti i lavoratori? Possibile che si astengano dal voto o, peggio ancora, che votino il loro carnefice? Perché lo fanno? Com’è che non ci votano più?
È un processo che parte da lontano, si diceva. Io, dal mio piccolo osservatorio, l’ho visto insinuarsi e affermarsi fin dalla prima adolescenza, quando a Taranto, una città con una classe operaia importante e già in crisi, s’imponeva come sindaco Giancarlo Cito, un ex picchiatore fascista dai modi rudi e volgari. Quasi contemporaneamente, questa volta su scala nazionale, muoveva i primi passi il ventennio berlusconiano, che riabilitava definitivamente ex missini e fascisti, più o meno redenti, inserendoli al comando delle istituzioni. Nel frattempo la Lega Nord di Bossi, alimentando un razzismo geografico e istituzionale, incassava consensi massicci anche tra gli operai del nord.
In quegli anni i berlusconiani si alternavano al governo con un centrosinistra sempre più annacquato e distante dai lavoratori. Nel 2004, quando entrai in fabbrica, l’affluenza elettorale era ancora abbastanza alta e Berlusconi godeva di un certo consenso operaio seppur nascosto dentro il segreto dell’urna. Nel 2013 la vertenza Ilva era deflagrata definitivamente. A Taranto, come nel resto d’Italia, operai pieni di rabbia votavano per il nuovo partito dei 5 stelle, allora molto diverso dall’attuale. Il partito del predicatore miliardario, dei tagli alla democrazia, della disintermediazione, dell’attacco ai sindacati e alle istituzioni, il partito che alternava in maniera confusa temi di destra a politiche progressiste, un partito composto da persone comuni che raramente avevano alle spalle un impegno nel sociale o nel volontariato: la supremazia di una società civile di memoria berlusconiana contro il dominio di una politica grigia e corrotta.
E allora, tornando ai giorni nostri e alla frase del Che: quando il ricco e il povero votano lo stesso partito, vince il ricco; ma quando i partiti sono tutti al servizio dei ricchi, i poveri per chi dovrebbero votare?
Non votano più, quasi in ogni parte del mondo - o almeno in quello occidentale - e, quando lo fanno, scelgono sempre più spesso lo stesso partito dei ricchi. I lavoratori si sentono abbandonati, rassegnati e disillusi. Orfani di qualsiasi speranza: di una partecipazione reale, ridotta ai minimi termini dai cambiamenti delle leggi elettorali che ti costringono a scegliere il vincente, il meno peggio, a discapito della rappresentanza; vittime dei cambiamenti del mondo che hanno estinto le sezioni di partito e svuotato le camere del lavoro. Votano per quello più arrabbiato, quello che promette il cambiamento più radicale, qualsiasi esso sia. Da questo punto di vista c’è una grande consapevolezza che la situazione non è buona, che le cose vanno sempre peggio.
La situazione economica, le condizioni reali, le possibilità concrete, per i lavoratori contano molto più della democrazia, dei diritti civili, di una qualche guerra che qualcuno si è inventato e che nessuno voleva. Il miglioramento della condizione economica è il punto di partenza irrinunciabile che rende vani tutti gli altri diritti e avanzamenti. Il problema, però, non è solo questo: manca l’impegno, la partecipazione, una condivisione delle responsabilità, manca una radicalità delle azioni concrete e soggettive che si avvicini quanto più possibile a una radicalità del pensiero che pure esiste. Alla fine, a badarci bene, i lavoratori continuano a votare per il cambiamento dello stato di cose esistenti, qualunque esso sia, senza condividerne conseguenze e responsabilità.