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Paisiello, un tarantino
alla corte dello zar e dei re

Il grande prolifico musicista e la sua storia: dalla Puglia al mondo

Paisiello, un tarantino alla corte dello zar e dei re

di Nicola Sbisà

Fino al 1982, anno in cui si ferma la riedizione di quell’utilissima pubblicazione assemblata a suo tempo da Alfredo Giovine e dedicata al Petruzzelli, nel maggior teatro barese (ma si può ben aggiungere pugliese) non era stata mai rappresentata un’opera di Giovanni Paisiello. Né d’altra parte il grande musicista tarantino era stato preso nella dovuta considerazione nell’attività ospitata nel teatro Piccinni nelle cui programmazioni – antecedenti l’apertura del Petruzzelli ­ il nome ricorre solo per alcune «arie» incluse in qualche concerto. Ma la situazione – a Bari, e potremmo comunque aggiungere, in Puglia – non è che sia molto migliore. La città natale, Taranto cioè (peraltro, per la precisione, il musicista era nato a Roccaforzata), gli ha in tempi abbastanza recenti dedicato un festival e si accinge ora a celebrarne il bicentenario della scomparsa, il che ci induce a tracciarne un ritratto biografico, senza prima trascurare di ricordare che il Festival della Valle d’Itria, nell’ambito delle sue programmazioni, gli ha reso dovuto omaggio. Già nel 1978 (quarto anno di vita del festival), andò in scena Nina, ossia la pazza per amore; seguirono nel 1982 Il barbiere di Siviglia, nel 1985 La serva padrona, nel 2000 Le due contesse e Il duello comico; nel 2003 Proserpina e nel 2006 I giochi d’Agrigento.

Bari rese omaggio al compositore mettendo in scena nell’estate del 1990, nel cortile del Castello svevo, La scuffiara, mentre un allestimento del Barbiere di Siviglia, creato sotto l’egida di Carlo Vitale, andò in scena a Brindisi. Aggiungeremo poi che un altro allestimento del Barbiere, allestito dal Petruzzelli ai tempi della gestione di Ferdinando Pinto, venne portato in giro per il mondo, innanzitutto nei luoghi in cui Paisiello aveva soggiornato, e poi anche in quelli cui anche vagamente l’opera si poteva rapportare (ad es. Granada, in Spagna).

Il musicista Giovanni Paisiello nacque a Roccaforzata – frazione di Taranto – il 9 maggio 1740 e morì a Napoli il 5 giugno 1816. I suoi primi contatti con la musica li ebbe nella chiesa dei Gesuiti a Taranto e venne notato dal tenore ecclesiastico Resta che gli impartì i primi rudimenti tecnici. L’intervento di due mecenati locali ai quali il promettente ragazzo era stato indicato, i nobili Carducci e Gagliardo, gli permise di essere accolto – 8 giugno 1754 – al Conservatorio di S.Onofrio a Napoli, dove ebbe come maestri F.Durante e poi G.Abos e C.Cotumacci. Nel 1759, gli fu conferito, nello stesso istituto, l’incarico di «maestrino» che mantenne fino al luglio del 1763, anno in cui lasciò il Conservatorio. In quel periodo compose varia musica sacra e un «intermezzo buffo». Uscito dal conservatorio venne nominato «maestro di cappella» di re Ferdinando. Si trasferì quindi a Bologna, dove il 12 maggio del 1764, fece il suo esordio come operista, presentando al teatro Marsigli­Rossi Il ciarlone (libretto di A. Palomba). Ebbe modo di recarsi in veste di musicista anche a Modena, Venezia e Parma: appartengono a questo periodo I francesi brillanti (Bologna 1764), Madama l’umorista (libretto di Palomba, Modena teatro Rangoni, 1765), L’amore in ballo (Venezia, S.Mosè 1765), Demetrio (opera seria su libretto di Metastasio (Modena 1765), I bagni di Abano (lib. Di Goldoni, Parma 1765) e nello stesso anno sempre con libretto goldoniano a Venezia Le virtuose ridicole, Il negligente e Le nozze disturbate (lib. di Martinelli, 1766, Venezia). Ma alla fine tornò a Napoli dove – nel 1766 ­ presentò con successo La vedova di bel genio (teatro Nuovo) e quindi l’anno successivo L’idolo cinese, al quale fece seguito Lucio Papirio (libretto di Apostolo Zeno, data al S.Carlo di Napoli). L’impegno partenopeo proseguì sino al 1776, quando invitato a Pietroburgo dall’imperatrice Caterina come «educatore musicale» della granduchessa Maria Fedorovna, colse l’occasione per presentare I nitteti. Il soggiorno a Pietroburgo si protrasse per ben otto anni e l’impegno creativo si sostanziò in una quindicina di opere fra le quali il suo capolavoro e cioè Il barbiere di Siviglia (dato nel 1782 al teatro imperiale). Appartiene al periodo russo anche La serva padrona.

Sollecitato a rientrare a Napoli ed anche in considerazione di una grave malattia della moglie, riuscì – dopo notevoli contrasti con la corte della zarina – a ottenere un «congedo» di un anno. Ripartì per Napoli, ma con molta ... calma. Infatti ­ era il gennaio 1784 – tornò a casa, ma dopo una sosta a Varsavia, ospite di re Stanislao II ed a Vienna, ospite di Giuseppe II. In questo soggiorno nella capitale imperiale ebbe modo di conoscere Haydn, Salieri e Mozart. Val la pena ricordare che la sua inesauribile vena creativo lo portò anche a creare non poche opere strumentali e da camera nonché musica sacra. Merita di essere citata anche la «festa teatrale» (ripresa in tempo nostri alcuni anni fa) La Daunia felice (presentata a Foggia nel 1797).

A Napoli succedette a Caffaro nell’incarico di maestro di cappella e compositore di corte. E’ di questo periodo (1789) l’ opera Nina ossia la pazza per amore. Fu con quest’opera che, grazie anche al virtuosismo canoro della sua prima interprete – Celeste Coltellini – la fama di Paisiello giunse all’apice. Nel 1799 ci fu la «rivoluzione napoletana» e Paisiello divenne «direttore della musica nazionale», ma al ritorno dei Borboni finì sotto inchiesta e venne «epurato» per due anni. Nel 1802 Napoleone (che lo reputava il «più grande musicista di tutti i tempi») lo chiamò a Parigi. Tuttavia la sua opera Proserpine non ebbe molto successo per cui, ottenuta una «pensione», tornò a Napoli dove riebbe l’incarico di maestro di cappella e quello di maestro dell’Arcivescovado e del Tesoro di S.Gennaro. Giuseppe Bonaparte lo chiamò quindi, insieme a Fenaroli e Tritto a dirigere il Collegio Reale di Musica.

Tuttavia al rientro dei Borboni (1815) incominciarono di nuovo i guai. Nel gennaio del 1815, morì la moglie Cecilia; il 30 maggio del 1816, Ferdinando IV durante un ricevimento a Corte, lo umiliò pubblicamente e pochi giorni dopo una malattia epatica lo spense. Scorrendo le pagine di quella preziosa pubblicazione dovuta al fattivo impegno del musicologo Lorenzo Mattei Operisti di Puglia (Edizioni del Sud, 2009), si trovano ben undici pagine che elencano scritti dedicati al musicista tarantino. Da segnalare anche il volume (uscito nel 2006 – Edizioni B.A.Graphis – Strumenti musicali) – a cura di Pierfranco Moliterni – Paisielliana – Un napoletano in Europa: Paisiello, Mozart ed il ‘700.

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