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inchiesta

Riina voleva investire a Brindisi
nel settore della vitivinicoltura

di FRANCESCO OLIVA

LECCE - Un’inchiesta della Procura antimafia di Lecce incrocia il nome del capo dei capi, dell boss di Cosa nostra, la mente delle stragi contro magistrati e politici. Totò Riina è al centro di un’indagine su vini e mafia. Il fascicolo è coordinato dal procuratore aggiunto Antonio De Donno. Per mafia sono indagate altre tre persone. La Procura ha blindato qualsiasi comunicazione. Quel che è certo è che (al di là del nome di Riina) le attenzioni maggiori si sono concentrate sulla «saldatura» stretta dai vertici di Cosa Nostra con esponenti di spicco della frangia brindisina della Sacra corona unita. Proprio come scrivono gli inquirenti nei brogliacci e nelle richieste di intercettazioni.

L’indagine è condotta dalla Dia di Lecce. Alcune informative svelano l’oggetto degli accertamenti. Gli investigatori si sono soffermati sulla realizzazione di un’azienda agricola e di un opificio industriale da destinarsi a casa vinicola nelle campagne tra le province di Lecce e Brindisi. Beni immobili stimati per un valore di 8 milioni di euro. Un affare in odor di mafia spalmato in una triangolazione tra società differenti, tutte con sede nel palermitano: la ditta proprietaria dei terreni coltivati a vigneto, una seconda per la coltivazione e una terza che, avendo preso in affitto i terreni, si occupa di vinificazione delle uve e commercializzazione del vino prodotto.

I sospetti degli inquirenti si sono soffermati su un possibile interesse di Riina nel reinvestire i profitti illeciti in attività pulite grazie agli amministratori delle società a lui vicini utilizzati come «teste di legno». Personaggi contigui con gli ambienti mafiosi. Una tesi che troverebbe una sponda nelle dichiarazioni di alcuni pentiti che hanno squarciato il velo sui tanti segreti sulla mafia siciliana. I verbali dei vari collaboratori di giustizia, l’acquisizione di fonti confidenziali e i riscontri investigativi hanno consentito di appurare come l’azienda agricola abbia nominato a responsabile del personale dipendente dell’azienda un 49enne originario di Trepuzzi, ritenuto affiliato alla Sacra Corona Unita. L’uomo avrebbe rappresentato - secondo gli inquirenti - il trait d’union tra mafie siciliana e salentina.

Gli interessi della famiglia Riina, poi, sarebbero emersi anche per la concomitante presenza della figlia e del genero del boss di Corleone (che non risultano indagati) a San Pancrazio Salentino già otto anni prima. La donna avrebbe iniziato i lavori di ristrutturazione della masseria distante dal paese circa nove chilometri presentandosi alla gente del posto come la figlia di Totò Riina.

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