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In Puglia e Basilicata

Per un rimborso Iva

Documenti in ritardo? Nessuna
pietà: azienda pagherà 211mila €

Documenti in ritardo? Nessunapietà: azienda pagherà 211mila €

Nonostante due sentenze di «perdono», la Cassazione ribalta tutto e dà ragione all'Agenzia delle Entrate

23 Ottobre 2016

Giovanni Rivelli

Dovrà pagare 211mila euro, oltre sanzioni e interessi, per aver presentato in ritardo i documenti fiscali dopo aver aderito al condono del 2003. Non perché i documenti erano falsi, errati o contraffatti, ma semplicemente perché non sono stati presentati quando sono stati richiesti.
È un duro colpo quello inferto dalla Cassazione a un’azienda di Potenza operante nei settori delle forniture per agricoltura e zootecnia. Duro perché la somma è di quelle che rischiano di far saltare il banco. Duro, ancora, perché la decisione della suprema corte viene dopo due pronunciamenti delle Commissioni tributarie provinciale prima e regionale dopo che avevano ritenuto tutto sommato «sanabile» quella tardiva presentazione di documenti e, conseguentemente, da annullare la richiesta di 211mila euro presentata dalla Agenzia delle entrate. Agenzia che, come da giusti compiti di legge (anche se una legge legata più alla forma che alla sostanza) ha ricorso al massimo grado di giudizio per veder riconosciute le sue ragioni.
Le ragioni, a dire il vero, non sono state ancora riconosciute perché la Cassazione, come proprio di questo tipo di giudizio, ha annullato le precedenti sentenze rinviando a un nuovo giudizio della Commissione Tributaria regionale, ma con indicazioni che sembrano segnare la strada.
I fatti sono abbastanza datati e risalgono al 2002 quando l’azienda presenta istanza di rimborso iva. L’anno successivo, aderì alla «definizione automatica degli anni pregressi», ossia il «condono tombale» ma quando l’Agenzia entrate gli ha notificato l’invito a produrre la documentazione per l’anno 2001 la società non lo ha fatto. O almeno non lo ha fatto subito perché dopo aver ricevuto l’avviso di accertamento da 211mila euro più sanzioni e interessi ha ricorso presentando tutta la documentazione richiesta.
I primi due gradi di giudizio avevano osservato che solo l’omissione dolosa all’esibizione di documenti avrebbe prodotto effetti sfavorevoli per il contribuente e non era questo il caso visto che le carte sono poi arrivate. Ma la Corte Costituzionale ha invece sentenziato che «l’invio del questionario con la richiesta di carte e spiegazioni da parte dell’Agenzia al contribuente «assolve alla funzione di assicurare - giusta i canoni di lealtà, correttezza e collaborazione propri degli obblighi di solidarietà della materia tributaria - un dialogo preventivo tra Fisco e contribuente per favorire la definizione delle reciproche posizioni onde evitare l'instaurazione del contenzioso giudiziario. Ne consegue che l'omessa o intempestiva risposta è legittimamente sanzionata con la preclusione amministrativa e processuale di allegazione di dati e documenti non forniti nella sede precontenziosa, salva la facoltà concessa al contribuente dal quarto comma del medesimo art. 32» vale a dire se il contribuente dimostri che non ha presentato i documenti per causa a lui non imputabile (ad esempio causa di forza maggiore).
Anche se i documenti erano in regola, dunque, rischia di dover pagare con la forma che prevarrà sulla sostanza.

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