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caso Cerere

E il sogno del pastificio
finì in malversazione

stabilimento, pastificio

MATERA - Il sogno di una filiera tutta materana che partisse dai campi di grano per finire sulle tavole con una pasta prodotta solo con grano «Senatore Cappelli» è finito in un caso di malversazione ai danni dello Stato in cui le attività sostenute da un contributo pubblico di 3 milioni e 800mila euro sono state distratte dalle loro finalità.
Il giudizio definitivo su quel progetto che portava l’evocativo nome di «Cerere» (la divinità romana della fertilità dei campi) è venuto dalla Cassazione che ha giudicato «inammissibile» il ricorso presentato da Filippo Tandoi, amministratore unico della «Tandoi Filippo e Adalberto F.lli Spa», Antonio Maino, amministratore della Cerere Srl, condannati a un anno di reclusione prima (con rito abbreviato) dal Gup di Matera e poi dalla Corte d’Appello di Potenza, e dalla società «Tandoi Filippo e Adalberto F.lli Spa» che si era vista tra l’altro sequestrare il mulino acquisito dalla Cerere.

Una «inammissibilità» che è anche più dura rispetto a un respingimento perché preclude il ricalcolo dei termini di prescrizione che, ad avviso delle difese, avrebbe potuto mandare la vicenda in archivio senza danni per gli imputati. Ma i giudici della Suprema Corte hanno ritenuto che i ricorsi presentati fossero «meramente reiterativi dei motivi già proposti in Appello, disattesi dalla Corte di Appello con argomentazioni lineari, puntuali e coerenti, con le quali i ricorrenti non si confrontano minimamente, limitandosi a ribadire la propria prospettazione ed articolando motivi in fatto, così da incorrere nel vizio di aspecificità» ossia da non rispettare i requisiti per il ricorso in Cassazione «potendo riguardare il giudizio di legittimità solo la verifica dell’”iter” argomentativo accertando se questo abbia o meno dato conto adeguatamente delle ragioni che lo hanno condotto ad emettere la decisione».

E le motivazioni sono state brevemente ripercorse nella sentenza di Cassazione. «I giudici di merito - si legge - hanno evidenziato che l’iniziativa industriale era stata finanziata con il contributo statale e si inseriva nel Patto Territoriale del Materano con la specifica finalità di promuovere i sistemi imprenditoriali locali e delle aree interessate sul piano della competitività, dell’occupazione e dello sviluppo». Il modello ipotizzato era che gli agricoltori conferissero il grano pregiato al mulino destinato esclusivamente a produrre per il collegato pastificio. Questo anche perché le attività di molitura non erano finanziabili per un divieto comunitario, mentre il collegamento funzionale consentiva il finanziamento come attività unica. «Molino e pastificio - si legge in sentenza - costituivano elementi inscindibili, tant’è che solo in forza di tale elemento era stato possibile derogare alla normativa comunitaria».

«Impegno affatto rispettato dalla Cerere Srl - spiegano i giudici - essendosi accertato che «dopo la cessione del ramo di azienda (molino e pastificio) alla Tandoi spa, oltre i due terzi della semola prodotta venivano dirottati presso gli impianti della società acquirente, siti in Corigliano d'Otranto, in patente violazione del vincolo di destinazione imposto all'atto dell'erogazione del finanziamento e del radicamento territoriale del complesso industriale, che ne aveva giustificato l'inserimento nel Patto Territoriale del Materano». E il fatto che fosse stata chiesta l’autorizzazione alla provincia per portare fuori dall’impianto la farina prodotta in eccesso dopo il potenziamento dello stesso e che, anche a fronte del diniego ricevuto il trasferimento sarebbe continuato, per i giudici testimonia che «l'obiettivo del Tandoi era pertanto, più che chiaro ed è stato perseguito nella consapevolezza della non conformità al progetto finanziato». 

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