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inchiesta eni-total

«Risparmiavano soldi
e avvelenavano i lucani»

L‘accusa più grave, quella che radica la competenza della Procura Antimafia, è quella di traffico illecito di rifiuti

Tempa Rossa, Basilicata

di GIOVANNI RIVELLI

POTENZA - Il dubbio più atroce è che qualcuno possa aver scelto deliberatamente di avvelenare il territorio mettendo a rischio chi ci vive solamente per risparmiare. Per risparmiare tanti soldi, tra i 40 e i 114 milioni l’anno, ma solo per risparmiare.
Per questo da ieri mattina sono stati messi agli arresti domiciliari cinque dirigenti Eni mentre per un ex dirigente della Regione Basilicata ora in pensione è stato disposto il divieto di dimora a Potenza nell’ambito di un inchiesta che vede 37 indagati e che mostra tutte le lacune dei sistemi di controllo sulle estrazioni in Basilicata e che ha portato anche al sequestro di alcune vasche per il trattamento dei rifiuti liquidi al Cova (il centro trattamento olio di Viggiano) e di impianti per il trattamento dei reflui a Tecnoparco Valbasento di Pisticci.

UN CENTRO CHE INQUINAVA - Il Centro Olio di Viggiano, dove affluisce, per il primo trattamento, il petrolio estratto in Val d’Agri, per gli inquirenti era fonte di inquinamento. In aria e in acqua. E, per l’accusa, per le emissioni in atmosfera c’erano false comunicazioni agli enti che dovevano vigilare, mentre per lo smaltimento dei rifiuti liquidi c’erano falsi codici «cer» (quelli che individuano il tipo di rifiuto da trattare e il relativo trattamento) che consentivano uno smaltimento più a basso costo.

IL TRAFFICO ILLECITO DI RIFIUTI LIQUIDI - L‘accusa più grave, quella che radica la competenza della Procura Antimafia, è quella di traffico illecito di rifiuti. Un’accusa che associa ai vertici Eni al dirigente della regione Lambiase e ai responsabili delle diverse aziende che facevano lo smaltimento. I reflui dovevano essere classificati come «miscugli contenenti almeno un rifiuto pericoloso» o «miscugli di rifiuti delle camere a sabbia e dei prodotti di separazione olio/acqua» ma che venivano invece classificati come «rifiuti non pericolosi». Una differenza che pesava in termini economici: lo smaltimento costava 33 euro a tonnellata invece di 40 o 90 euro.
Ma il cambio di codice pesava anche in termini ambientali sia perché consentiva di reiniettare nel sottosuolo, tramite il pozzo Costa Molina 2, parte degli stessi rifiuti, cosa vietata in presenza di sostanze pericolose quali la metildietanolammina e il glicole trietilenico, sia perché le modalità di trattamento dei rifiuti avviati ai centri, in base alla classificazione non consentivano di eliminare gli inquinanti che finivano così nell’ambiente.

LA MANCANZA DI CONTROLLI - In tutto questo l’ulteriore elemento di incertezza è legato dall’assenza dell’Arpab. L’agenzia pur avendo riscontrato inquinanti nei piezometri lungo la condotta tra il Cova e il pozzo di reiniezione non avrebbe mosso foglia e quando dalla Regione avrebbero chiesto chiarimenti, avrebbe risposto di ritenere che «il controllo e il monitoraggio delle acque sotterranee ed in particolare di quelle di reiniezione non rientrassero nelle competenze del proprio ufficio». «Un atteggiamento a dir poco approssimativo e superficiale» osserva il Gip Michela Tiziana Petrocelli che rappresenta come la situazione sia addirittura peggiorata quando il permesso per la reiniezione è stato inglobato, come modifica non sostanziale, da Lambiase nell’Autorizzazione integrata ambientale che, osserva il Gip «diventerà illegittimamente l’autorizzazione in vigore per procedere allo scarico in unità geologica profonda mediante reiniezione».

FALSE COMUNICAZIONI AGLI ENTI SUGLI SFORAMENTI IN ARIA - Sugli sforamenti di inquinanti immessi in atmosfera, quali h2s, acido solfidrico o so2, anidride solforosa, c’era un efficiente sistema di controllo. Quando si verificavano, arrivava un Sms a vari dirigenti Eni. Per norma sarebbero dovute essere comunicate nel giro di 8 ore anche Arpab, provincia e Comune di Viggiano ma per i magistrati questo non sarebbe avvenuto con vari espedienti. In pratica, per l’accusa, sarebbero stati comunicati fatti non corrispondenti al vero, le comunicazioni sarebbero state inoltrate tardivamente o solo per alcuni casi, o indicando cause diverse «allo scopo di eludere i controlli sulle cause di inefficienza dell’impianto». Fatti che i magistrati documentano con intercettazioni messe in relazione agli sms che il sistema lanciava. «Ci inventiamo una motivazione» avrebbe detto qualcuno al telefono «non scriviamo anomalia sistema ammina» che era la causa più frequente di sforamenti. E proprio per ridurre la frequenza degli eventi, a volte gli eventi venivano lasciati «aperti» come se si trattasse di un’unica anomalia che inglobava più sforamenti.

LE FIAMMATE - Nell’inchiesta finiscono anche le «fiammate» che si sono verificate al centro oli. E in particolare i magistrati si soffermano sulle relazioni e le telefonate che si sviluppano in occasione di questi eventi tra Eni, l’ufficio regionale di Lambiase e Arpab, per riportare la situazione sotto controllo anche a fronte di lamentele e denunce dei cittadini.

SI FERMA «IL CANE A SEI ZAMPE» - Da ieri Eni ha «spento i motori» in Val d’Agri. La società ha fatto sapere di aver «provveduto alla sospensione temporanea dei lavoratori soggetto dei provvedimenti cautelari e sta completando ulteriori verifiche interne. Per quanto riguarda l'attività produttiva in Val d'Agri, che al momento è sospesa (75.000 barili al giorno) Eni conferma, sulla base di verifiche esterne commissionate dalla società stessa, il rispetto dei requisiti di legge e delle best practice internazionali. In tal senso Eni richiederà la disponibilità dei beni posti oggi sotto sequestro e continuerà ad interloquire con la magistratura, così come avviene da tempo sul tema, assicurando la massima cooperazione».

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