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la cattura

Trepuzzi, preso l'ergastolano
che sparò in ospedale a Lecce

perrone ergastolano

LECCE - Aveva una pistola con il colpo in canna nella cinta dei pantaloni e un kalashnikov in spalla, in uno zaino, quando Fabio Perrone, 42 anni, ergastolano, legato alla Sacra Corona Unita, conosciuto da tutti come 'Trigliettà, in fuga da 63 giorni, è stato bloccato e arrestato. E’ stato catturato alle 5.45 del mattino da agenti della Polizia della Questura di Lecce e da agenti della polizia penitenziaria.

Era evaso il 6 novembre scorso dall’ospedale Vito Fazzi di Lecce dove, dal carcere, era stato condotto per essere sottoposto ad un esame medico. Si era impossessato della pistola di una delle guardie penitenziarie che lo accompagnavano, sparando, ferendo tre persone (tra cui l’agente di polizia penitenziaria), e rapinando un’auto dopo aver puntato la pistola alla testa dell’automobilista. Una fuga da film durante la quale - si è scoperto oggi solo dopo la cattura - era stato ferito ad un polpaccio da un colpo di pistola sparato da uno dei poliziotti che lo inseguivano.

L’ergastolano era nascosto nel suo paese, Trepuzzi, dove era diventato addirittura un idolo. Era in via 2 giugno, a casa di un incensurato, Stefano Renna, di 32 anni, proprietario di un bar, che è stato arrestato. Perrone era pronto a sparare: con sè aveva il kalashnikov e l’arma sottratta all’agente di polizia penitenziaria il giorno della sua fuga. Quando gli agenti della polizia di Stato e gli agenti di polizia penitenziaria hanno fatto irruzione nell’appartamento ha tentato di fuggire, ma è stato bloccato sul terrazzo dell’abitazione.

«Triglietta sei fritto», ha detto il comandante della polizia penitenziaria della Casa Circondariale di Lecce Riccardo Secci, che ha partecipato al blitz. Ed è stata festa anche davanti alla Questura di Lecce dove il pericoloso ergastolano è stato portato per poi essere trasferito nel carcere di Borgo San Nicola, in isolamento. Solo una frase pronunciata, a voce bassa, dall’uomo: "se volevo, scappavo pure adesso».

Perrone «stava diventando un idolo, con apprezzamenti espressi anche su Facebook e questo - ha raccontato Sabrina Manzone, dirigente della Squadra mobile di Lecce - ha complicato l'indagine perchè ha avuto una rete di protezione locale non solo di pregiudicati ma anche di insospettabili come Stefano Renna, il gestore del Bar8 di Trepuzzi che lo ospitava».

Fabio Perrone è considerato un soggetto molto pericoloso: una condanna, già scontata, a 18 anni di reclusione per attività mafiose legate alla Sacra Corona Unita; un’altra condanna, questa volta all’ergastolo - sette anni dopo - per aver ucciso in un bar per futili motivi un 45enne di etnia rom e aver ferito gravemente il figlio di quest’ultimo e il 6 novembre scorso l'evasione, senza aver premeditato nulla perchè dell’esame medico era stato informato in carcere solo la sera prima.

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando e il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Santi Consolo hanno espresso «vivo apprezzamento per il determinante apporto della Polizia Penitenziaria» nell’operazione. Gli uomini della Polizia Penitenziaria della casa circondariale di Lecce hanno ricevuto il plauso del Procuratore Cataldo Motta che si è congratulato con il Capo del Dap per la tenacia e la determinazione con cui hanno collaborato alle attività investigative, condotte anche dalla Polizia di Stato e coordinate dallo stesso procuratore. Un «ottimo lavoro di squadra» che ha ricevuto il plauso anche dal vice ministro dell’Interno, Filippo Bubbico.

«Una operazione difficile e molto rischiosa che si è conclusa senza spargimenti di sangue», ha detto il procuratore aggiunto Antonio De Donno (oggi è assente a Lecce il procuratore Cataldo Motta) nel corso dell’affollata conferenza stampa, in procura. Nel covo dove è stato catturato Perrone sono stati trovati anche 4.600 euro in contanti, un centinaio tra proiettili e cartucce e un passamontagna nero. Perrone era pronto a fuggire ancora.

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