L'intervista

«Giustizia più rapida ma troppi i processi», il Primo Presidente della Cassazione Curzio risponde alla «Gazzetta»

Oscar Iarussi

Lascerà il 5 marzo per limiti di età: «Cassazione vicina ai traguardi Pnrr. No alla confusione dei ruoli tra giudici e politici»

Pietro Curzio non è un magistrato abituato a proporsi mediaticamente, anzi questa con la «Gazzetta» che sarebbe l’ultima intervista da Primo Presidente della Corte Suprema di Cassazione, in realtà è la prima. Curzio non ne ha mai concesse: «Ho ritenuto che esercitando le funzioni dovessi parlare con gli atti, non sui giornali e tanto meno sui social». È appena tornato dal Qatar, dove si è svolto un confronto con le istituzioni dell’Emirato che guardano all’esempio delle nostre, e per motivi analoghi pochi mesi fa è stato in Armenia.

Presidente, sarà banale, ma è «inevitabile» cominciare con il chiederle un bilancio alla vigilia della pensione, anche di là da quello che ha presentato inaugurando poche settimane fa l’anno giudiziario.

«Il bilancio di quarantacinque anni di magistratura potrebbe essere un libro. Le dico solo una cosa: è stato molto positivo fare esperienze diverse come giudice (del lavoro, penale, civile) ed aver fatto anche il pubblico ministero. Cambiare funzioni è un arricchimento e fa bene, serve a rilanciarsi, e mi è tornato molto utile arrivato al vertice della Cassazione, perché lì devi seguire tutto. Quanto al bilancio da Primo Presidente, abbiamo ottenuto forti miglioramenti, come attestano i dati su numeri, tempi e qualità delle decisioni. Dico “abbiamo” perché è stato un lavoro di squadra. Ho avuto con me una squadra splendida».

Quali sono questi dati, li riepiloghiamo?

«Certo. Negli ultimi due anni e mezzo abbiamo deciso molte più cause di quante ne sono state introitate. In particolare, nel corso del 2021 abbiamo deciso più 40mila cause civili. Non era mai accaduto nei cento anni di vita della Cassazione civile e nell’anno successivo abbiamo raggiunto un risultato quasi analogo; nel Penale siamo arrivati a decidere 50mila cause nel 2022. Tanto nel civile che nel penale abbiamo deciso più ricorsi di quanti ne sono sopravvenuti. Questo ci ha permesso in soli due anni di ridurre la pendenza di 16.000 cause nel civile e 6.000 nel penale. Devo ringraziare i colleghi e tutto il personale per questo ottimo risultato».

Quello dell’«intasamento» della Giustizia è uno dei temi ricorrenti nel dibattito pubblico e legittimamente si ritiene sia un danno per il cittadino. Lei concorda?

«Sì, ma bisogna comprendere da cosa dipende. Se parliamo di Cassazione, le dico che non v’è una Corte di Cassazione nel mondo occidentale che abbia da decidere un numero di cause pari a quello che ho prima indicato. La legge italiana consente di ricorrere in Cassazione contro tutte le sentenze, mentre in altri Paesi vigono restrizioni a volte molto incisive. In Italia in Cassazione, l’abbiamo appena detto, sommando civile e penale decidiamo ottantamila cause annue, negli Stati Uniti la Corte Suprema ne tratta cento! Se decidi cento cause lo puoi fare in tempi molto più contenuti e controlli molto bene che tra una sentenza e l’altra non vi siano discrepanze, se ne decidi ottantamila questo rischio cresce esponenzialmente, perché devi incrementare il numero dei giudici e dei collegi. La soluzione più equilibrata sarebbe nel mezzo come avviene in Francia o Germania».

Quanti sono i giudici della Cassazione?

«Circa quattrocento, divisi in dodici Sezioni. Un ufficio nutrito per un lavoro immenso, che crea oggettive difficoltà, eppure, come le ho detto, la Cassazione sta vivendo un momento positivo, riducendo oltre che l’arretrato anche i tempi delle decisioni. Quello sui tempi è un tema fondamentale. Il PNRR ha fissato l’obiettivo di ridurli entro il 2026 del 25% rispetto al 2019, pena la perdita dei fondi europei. In Cassazione abbiamo raggiunto, con tre anni di anticipo, questa meta nel penale e ci siamo vicini nel civile. I dati precisi sono indicati nella relazione che ho tenuto il 26 gennaio 2023 alla presenza del Capo dello Stato».

Lei parlava anche della qualità delle decisioni. Come si valuta?

«La valutazione della qualità è difficile, perché bisogna considerare vari profili e vi è sempre un margine di opinabilità. Un punto per me è molto importante, mi batto affinché le sentenze - finanche le più complesse - siano comprensibili dal cittadino medio. Non è scritto da nessuna parte che il linguaggio giuridico debba essere oscuro e incomprensibile».

Resta il tema di fondo dell’eccesso di norme e di reati, su cui molti commentatori insistono in favore di una drastica riduzione.

«Sì, c’è una dottrina in favore del così detto diritto penale “minimo” sostenuta da autorevoli giuristi. La condivido e ritengo che sia una linea fondante per affrontare la crisi del processo penale. Abbiamo centinaia di reati dispersi in norme perfino difficili da rintracciare e conoscere, bisognerebbe fare una grandissima pulizia sul piano legislativo e concentrare le sanzioni penali su quei comportamenti che davvero lo meritano. È la linea enunciata anche del ministro Nordio nelle sue prime dichiarazioni e io spero che la porti avanti».

Che ne pensa della cosiddetta «giustizia riparativa»?

«Sono d’accordo sul fatto che non si può risolvere tutto con il carcere ed è invece necessario avere una tastiera di sanzioni ed interventi molto più ampia. La riforma Cartabia ha intrapreso questa strada. Ora lo Stato deve attrezzarsi per gestirla in maniera intelligente ed efficace».

Giustizia e Politica, un binomio «dialettico», per così dire, che ha segnato gli ultimi trent’anni della storia italiana. Il conflitto è diventato quasi uno stigma del nostro Paese, da ultimo di nuovo sul caso delle intercettazioni. Ne usciremo mai?

«La democrazia si basa sulla distinzione delle funzioni: legislazione, amministrazione, giurisdizione. Ciascuno dovrebbe rispettare i limiti della sua funzione e in quell’ambito impegnarsi al meglio. La confusione di ruoli è patologica».

E gli errori giudiziari, v’è un ipotetico rimedio?

«Nessun sistema ne è immune. Il problema è: come ridurli al minimo e come ristorare chi li ha subiti. Noi abbiamo un duplice controllo: appello e Cassazione, vi sono quindi gli strumenti per correggere gli errori. L’eccesso dei processi dilata però i tempi e l’ultima parola, il “terzo grado” della Cassazione, arriva spesso dopo molti anni. Un processo lungo è una pena in sé. Su questo magistratura e politica devono lavorare, ciascuna per la sua parte ma in piena convergenza di intenti».

In proposito, cosa pensa dell’idea avanzata da taluni di rendere «ordinario» il rito abbreviato? Aiuterebbe a contrarre i tempi?

«Sarebbe un tornare al codice precedente, il codice Rocco che non è più in vigore dall’89, ovvero all’acquisizione delle prove fuori dal dibattimento».

Il rapporto magistratura-stampa continua a far discutere e a sollevare polemiche, in particolare quando vengono pubblicate le intercettazioni di cui sopra. C’è un modo per mitigare queste tensioni?

«La funzione della stampa è fondamentale: fa parte dei pesi e contrappesi che rendono democratico uno Stato, tanto più in materia di giustizia. È però necessario il massimo riserbo da parte di tutti coloro che dispongono di dati o atti che devono rimanere segreti a tutela delle indagini e delle persone indagate (o non indagate ed incolpevolmente coinvolte in conversazioni, magari su dati sensibili ed aspetti intimi). È necessario un forte impegno nel reprimere il comportamento di chi fa filtrare notizie, violando i suoi doveri, specie se si tratta di pubblici ufficiali. Non è facile individuarli, ma la tolleranza deve essere pari a zero».

Presidente Curzio, dal 6 marzo tornerà a scrivere? Magari un altro libro non proprio giuridico come il suo «Quasi saggio»?

«Vedremo. Avrò più tempo per me e scrivere mi è sempre piaciuto».

DAGLI STUDI A BARI ALLA CORTE SUPREMA - LA SCHEDA

Settant’anni il prossimo 5 marzo per Pietro Curzio, Primo Presidente della Corte Suprema di Cassazione. Barese di padre nato a Lauria, ergo con le stesse radici lucane della fiorentina Margherita Cassano che gli succederà, Curzio ricopre la carica di magistrato più alta in Italia dal 15 luglio 2020. È il prestigioso coronamento di quarantacinque anni di magistratura in cui è entrato nel 1978, esordendo come pretore a Ruvo di Puglia, poi pretore del lavoro di Bari e sostituto procuratore della Repubblica (anche per quattro anni alla Direzione distrettuale antimafia). Nel 2000 passa in Corte d’appello in qualità di consigliere della Sezione lavoro.

Nel 2007 accede alla Corte di Cassazione: dapprima consigliere della seconda Sezione penale, quindi della Sezione lavoro e delle Sezioni unite civili. Nel 2016 Curzio viene nominato Presidente di Sezione, due anni dopo Presidente Titolare della Sesta Sezione civile e infine nel 2020 della Sezione lavoro, che è la sua disciplina essendosi laureato a Bari con Gino Giugni nel 1975, discutendo una tesi sul contratto collettivo di lavoro.

In verità, all’Università di Bari è legatissimo e tiene anche in questa occasione a ribadire l’orgoglio di essersi formato con maestri quali – fra gli altri - lo stesso Giugni, padre dello Statuto dei Lavoratori, o il sommo civilista Nicolò Lipari. «È stata una grande scuola – dice Curzio – come dimostra il fatto che anche la presidente della Corte Costituzionale, Silvana Sciarra, si è laureata a Bari con Giugni e che a Bari si sono laureati alcuni Presidenti di Sezione della Cassazione e del Consiglio di Stato».
Per l’editore Cacucci, Curzio ha concepito e dirige la “Biblioteca di cultura giuridica” in cui hanno trovato posto anche titoli su Dante e Sciascia in relazione al diritto, sulla scia delle passioni umanistiche - la letteratura e la fotografia, l’arte e il cinema - che in filigrana affiorano nel suo raffinato libro dal titolo «Quasi saggio» (Cacucci editore, 2017).

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