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In Puglia e Basilicata

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L'inchiesta

Puglia e Basilicata, a causa del virus è boom di parti in casa

Bari, neonato di 48 giorni abbandonato in ospedale perché malato: gara di solidarietà

Ma è un lusso, costa 2-3.000 euro e non c’è alcun rimborso

27 Dicembre 2020

Marisa Ingrosso

Con il virus che, talvolta, è riuscito a infiltrarsi anche nei reparti di Ostetricia e Ginecologia, sono sempre di più le donne che scelgono di evitare le cliniche. Due però le condizioni pregiudiziali: la prima è che mamma e feto siano in perfette condizioni e nulla faccia presagire problematiche, la seconda è che la famiglia sia benestante. Come spiegano le ostetriche, infatti, nonostante il risparmio netto per le casse regionali, i sistemi sanitari di Puglia e Basilicata non offrono contributi in denaro e chi partorisce in casa deve prepararsi a spendere tra i 2 e i 3mila euro. Ciononostante, in Puglia, in un anno i casi sono quasi raddoppiati.

Puglia al raddoppio «In Puglia - spiega Rosa Campobasso, ostetrica libero professionista - nel 2019 sono stati assistiti circa 25 parti a domicilio. Sul totale di nascite in Puglia penso rappresenti lo 0,1%. Nel 2020 i dati che ho raccolto, ma che non sono definitivi, sono di circa 35-40 parti a domicilio. Pertanto è stato evidente un aumento della richiesta, sicuramente anche dovuto alla situazione del Covid e alle modalità di assistenza nei reparti di Ostetricia». Secondo Campobasso, «le motivazioni più frequenti che spingono le coppie a richiedere il parto a domicilio sono: la necessità di avere un ambiente intimo e rispettoso dei tempi della madre e del bambino; il desiderio di condividere l’esperienza della nascita con il padre (oggi a causa della pandemia i papà generalmente restano fuori dalla sala parto; ndr) e far emergere anche la competenza del padre nel sostegno e nell’accudimento delle prime ore di vita del neonato; il bisogno di non separazione con il neonato, la possibilità di fare un “pelle a pelle” continuativo e non disturbato nelle ore successive alla nascita e favorire l’imprinting tra mamma e bambino».
un «lusso»Questa scelta è però preclusa alle pugliesi e lucane che non sono benestanti. «Nelle nostre regioni – dice Campobasso - il parto in casa non è regolamentato come in Emilia-Romagna, Lombardia e Piemonte, dove la Asl riconosce un rimborso. Nei Piani di assistenza alla nascita, con ostetriche libere professioniste, lì ci sono protocolli precisi per cui, per esempio, le ostetriche hanno corridoi preferenziali con l'ospedale, in caso di necessità. Inoltre, preavvisano il 118 quando si apre il parto. Qui la spesa è tutta a carico della famiglia e parliamo di una cifra che varia tra i 2 e i 3.000 euro. Lì, invece, c’è un rimborso alle famiglie, dell’80%. In Regione Puglia ci sono un paio di proposte di legge depositate, ma non discusse. C’è stata anche una petizione popolare trainata dalle mamme. Bisogna anche considerare che il parto in casa è un risparmio per il Sistema sanitario nazionale, rispetto ai costi di uno ospedalizzato. Inoltre, a domicilio si demedicalizza la nascita e ciò previene il rischio di un cesareo. E anche questo è risparmio».

Dati ballerini C’è da dire che dati certi sul numero di nascite in casa non ve ne sono. Le ostetriche pugliesi spiegano che, a livello nazionale, i dati li raccoglie l’Istituto Mario Negri in collaborazione con l’Associazione nazionale culturale ostetriche parto a domicilio. Ed esse, dopo ogni parto in casa, compilano il Cedap, Certificato Assistenza al Parto, che è un documento obbligatorio che serve proprio a raccogliere dati epidemiologici e che viene inoltrato, via email, all'Ufficio della Salute della Regione Puglia. Però è anche vero che più fattori concorrono a non avere un quadro chiaro. Un esempio su tutti è il caso della Basilicata. Come spiegano Annunziata Faccia (vice presidente dell’Ordine delle Ostetriche di Matera), Maria Rosaria Zirpoli e Alessandra Telesca (rispettivamente, ex presidente e neo-presidente dell’Ordine di Potenza), in Basilicata non ci sono ostetriche che fanno la libera professione che si occupano di parto in casa. E, se da un lato la legge vieta alle ostetriche ospedaliere di assistere a domicilio le partorienti, dall’altro le donne preferirebbero avere l’assistenza proprio di chi opera quotidianamente in clinica. Così capita che le donne lucane «importino» ostetriche dalla Puglia oppure - racconta Telesca - «pare ci siano state donne che hanno partorito in casa e hanno dichiarato che era stato un parto precipitoso, cioè che avevano partorito da sole. Ma la verità potrebbe essere che, spesso, con loro c’era qualcuno che però non poteva essere lì. Molte volte, forse, non lo si dice nemmeno che si è fatta questo tipo di scelta in maniera consapevole. Non è esplicita la cosa».

Questione culturale Anche le ostetriche lucane, così come le pugliesi, sottolineano come ci sia anche un profilo culturale da «illuminare». Non soltanto, a loro dire, bisognerebbe fare chiarezza su ruolo e professionalità delle ostetriche ma, soprattutto - se non si è in presenza di controindicazioni al parto fisiologico - anche in Puglia e Basilicata le donne dovrebbero essere informate e messe nelle condizioni di poter scegliere liberamente dove e come partorire.

«Molte lucane si sono affidate a ostetriche venute dalla Puglia o a colleghe in pensione che hanno un’esperienza forte – spiega Telesca – La mancanza di una cultura del parto in casa è un peccato per tanti motivi. La problematica alla base è ricca di dettagli. Per esempio, io posso fare il travaglio in casa e partorire in ospedale, esiste anche questa modalità. C’è l’assistenza al parto in casa. C’è l’assistenza al puerperio. C’è un mondo. Ma il parto in casa è una cosa impegnativa da un punto di vista del costo perché l’ostetrica deve dare la disponibilità di più giorni, H24, in base alla situazione specifica. C’è una grande responsabilità e ci vuole sempre un’assistente. Poi ci sono tutta una serie di attrezzature: lo strumentario, una vasca gonfiabile per il parto in acqua, lo strumento per sentire il battito cardiaco fetale, farmaci in caso di emergenza e altro ancora. Un’attrezzatura che ha un costo e una manutenzione. Alla base c’è una professionalità. In pratica il parto in casa, qui, è una cosa per ricchi, mentre in ospedale il costo è zero. Invece io, da ostetrica, posso dire con certezza che il parto in casa può essere molto più sicuro, a maggior ragione in questo periodo di alto rischio infettivo. Si immagini una donna che rimane nelle mura domestiche e una che prima va al pronto soccorso, poi va in reparto e lì si interfaccia non con 4 o 5 persone, ma con una intera turnistica di persone. Il parto, inoltre, non è solo un fenomeno meccanico, con qualcuno che esce dal corpo di qualcun altro, è un evento carico di emotività e ormoni ed emozioni vanno a braccetto, se l’aspetto emotivo ci viene compromesso è un problema. Quindi, se io mi sento al sicuro a casa mia e nei 9 mesi precedenti non è emersa alcuna indicazione contraria, devo poter fare la scelta di partorire a casa mia e devo essere supportata».

I benefici «I benefici della scelta del parto a domicilio sono quelli che dovrebbero far riflettere di più – dice Campobasso – Quest’anno è stato pubblicato un grosso studio su “The Lancet” che metteva a confronto gli esisti del parto in ospedale con quelli del parto in casa e confermava la sicurezza del secondo e dimostrava come quello a domicilio favorisce la demedicalizzazione della nascita, prevenendo i parti cesarei o i parti operativi, induce minori lacerazioni perineali o episiotomie, ma soprattutto favorisce l’allattamento al seno e migliora la soddisfazione materna, migliorando l’accudimento nel post partum, sia a livello fisico che psicologico».

E Domenica De Tommaso, presidente Ordine ostetriche Bari e Bat, conclude: «La riscoperta della buona nascita, oggi passa per il tema della sicurezza. Questa è garantita dalla professionalità delle ostetriche che lavorano in questo settore, dal loro saper essere e saper fare, ma anche dall’utilizzo della opportuna tecnologia. Posto che ogni parto è un unicum, oggi partorire in casa vuol dire minimizzare al massimo le sorprese, tanto più che le ostetriche pugliesi cercano sempre di lavorare in raccordo con le strutture ospedaliere, con i punti nascita, e nel rispetto dell’intimità e della scelta della donna e dei coniugi».

LE PAROLE DI LOPALCO: OGGI LO SCONSIGLIEREI - «Se, oggi, una mia amica mi chiedesse un consiglio, io le direi che partorire in casa non è una buona idea». Di primo acchito, quella dell’assessore alla Sanità della Regione Puglia, Pierluigi Lopalco, appare una totale «chiusura». Invece la chiave di volta del suo approccio critico è in quella parola: «oggi».
«Il mio parere - spiega - è che il parto a domicilio potrebbe costituire una opportunità di affiancamento al parto in ospedale solo e soltanto a determinate condizioni. Perché non credo che il tema sia tanto “partorire in casa o in ospedale”. Il tema è, a mio avviso, in generale, la gestione del parto fisiologico. Se noi nella nostra regione ripensiamo a tutta la gestione del parto fisiologico, quello in casa può rappresentare un pezzetto».
Il punto, secondo il professore, è «la demedicalizzazione del parto che, come funzione fisiologica, deve essere demedicalizzato». Secondo lui bisognerebbe tendere a «ridurre al minimo un sacco di esami strumentali, anche eccessivi, cui sono abituate anche le mamme italiane, ed eccessivi se paragonati al altre situazioni europee. Se poi l'atto del parto viene fatto in casa o in una struttura territoriale che offre maggiori garanzie di igiene e sicurezza, si può discutere. Non è una questione ideologica, per dire “voglio partorire a casa mia”. Perché i parti in casa portano a dei rischi, che hanno spinto sempre più a partorire in ospedale. Forse, però - ammette Lopalco - ora siamo arrivati a un eccesso di medicalizzazione e di ospedalizzazione, primo fra tutti un eccesso di parti cesarei rispetto agli standard dell’Organizzazione mondiale della sanità».
Loplaco annuncia, quindi, che il suo Assessorato sta affrontando la questione del parto in Puglia, in modo olistico. «È tutto il percorso da rivedere e ripensare - dice - alla luce delle considerazioni fatte».
Sa benissimo che già oggi ogni donna è libera di scegliere dove partorire, se a casa o in clinica. Ma, anche se nel primo caso c’è un bel risparmio per le casse regionali, non ritene «oggi» di dover valutare un rimborso alle famiglie. «Qualunque pratica sanitaria deve essere incentivata quando porta un miglioramento in termini di benessere e salute. Io personalmente ho appena messo mano a questo file e non so se incentivarlo vuol dire aumentare il benessere della partoriente. Se non sono garantite tutte le condizioni di sicurezza, io non lo voglio incentivare. Dobbiamo prima mettere mano ai protocolli e poi studiamo le eventuali incentivazioni».
E conclude: «Io oggi, in assenza di questi protocolli, non vedo una buona idea quella di incentivare il parto in casa con ristori economici. Dobbiamo sederci a tavolino e rivedere tutto il sistema di questo percorso di accompagnamento al parto, di cui il parto è solo l’atto finale. E, magari, vedremo che ci sono sul territorio regionale le strutture, l’organizzazione, per consentire il parto in casa in tutta sicurezza; allora quello sarà il momento in cui ci diremo di incentivarlo».

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