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Crac Popolare Bari e gli incroci con il «buco» del Vaticano

I 30 milioni chiesti alla Santa Sede per il palazzo londinese «Sloane Square» dovevano finire nella banca pugliese

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BARI - Un lungo e sottile filo internazionale potrebbe unire il palazzo londinese di Sloane Square, quello al centro dello scandalo sugli investimenti del Vaticano, con il crac della Banca Popolare di Bari. Il trait d’union di questa storia sarebbe Gianluigi Torzi, 41 anni, il finanziere molisano protagonista dell’operazione che avrebbe causato un buco milionario nei conti della Santa Sede.
Sugli affari del quarantenne finanziere lavorano, al momento, almeno tre Procure. Quella di Milano, che - come ha scritto dieci giorni fa il «Fatto Quotidiano» - ha quattro fascicoli aperti sugli affari di Torzi. Quella di Bari, che nel fascicolo madre su PopBari (in cui sono già a processo gli ex patron Marco e Gianluca Jacobini) ha agli atti una informativa del Valutario della Finanza datata ottobre 2019. E infine la Procura di Larino, competente per territorio dato che molte delle aziende di Torzi hanno sede nei paraggi di Termoli. Un incrocio che, con giri e valutazioni diverse, porta a raggiungere conclusioni simili: da Londra, i soldi del Vaticano sarebbero dovuti finire a Malta per rientrare a Bari e volare in Lussemburgo.

Tra fine 2018 e inizio 2019 (anche questa storia è nota: è stata raccontata tempo fa da vari giornali) l’allora consigliere delegato di PopBari, Vincenzo De Bustis, predispone una operazione di rafforzamento patrimoniale che alla fine non andrà in porto. Il veicolo è la Muse ventures, una società maltese da 1.200 euro di capitale che avrebbe dovuto sottoscrivere un prestito obbligazionario da 30 milioni emesso dalla PopBari. In parallelo, Bpb avrebbe acquistato 51 milioni di azioni di un fondo lussemburghese chiamato Naxos Plus. Il meccanismo - secondo la Finanza - è (inutilmente) complesso e mirerebbe a «alleggerire la giacenza del fondo azioni proprie della banca» per aumentare fittiziamente la dotazione patrimoniale della banca. Ciò che rileva per il prosieguo della storia è che la Muse risulta amministrata proprio da Gianluigi Torzi. E se l’operazione barese non andrà in porto, oltre che per i dubbi dell’antiriciclaggio interna a proposito di quella scatola vuota da 1.200 euro di capitale, è (anche) perché il finanziere, insieme al padre Enrico, «risulta presente nelle liste mondiali di bad press»: aveva ed ha a suo carico numerose indagini per fatture false e truffa.

Torzi entra nell’affare del palazzo londinese di Sloane Square a fine 2018, quando il Vaticano liquida con 40 milioni le quote del fondo Athena che aveva avviato l’operazione nel 2014: la gestione dell’immobile nel quartiere di Chelsea (già sede di Harrods) a quel punto passa nella disponibilità della Gutt sa, una società lussemburghese riconducibile a Torzi che ne mantiene il controllo attraverso 1.000 azioni con diritto di voto. Per cedere le azioni al Vaticano e consentirgli di vendere il palazzo, il finanziere molisano chiede 30 milioni: ne otterrà (solo) 15, e a giugno verrà arrestato dalla giustizia vaticana con l’accusa di estorsione.

Su Sloane Square sono in corso vari approfondimenti partiti da una rogatoria del Vaticano. Le indagini (quelle di Milano sulla rogatoria e, in parallelo, quelle di Bari sui conti della banca) da alcune settimane stanno esaminando alcuni sospetti. Ovvero che i 30 milioni chiesti da Torzi al Vaticano per restituire le chiavi del palazzo di Sloane Squadre fossero gli stessi soldi necessari a finanziare la Muse capital affinché sottoscrivesse le obbligazioni della Popolare di Bari. Quella operazione, che per la Finanza sarebbe «circolare» (una sorta di specchietto per le allodole), doveva portare la banca barese a investire 51 milioni nel fondo lussemburghese di cui nessuno al momento conosce la reale intestazione: anche in questo caso, il sospetto su cui lavorano gli inquirenti (sospetto su cui non ci sono conferme) è che dietro il fondo Naxos possa in qualche modo nascondersi proprio Torzi. Per il momento si può solo dire con certezza (ma anche questo è un fatto già noto) che Naxos ha fatto causa alla PopBari per non aver versato il corrispettivo dovuto. Anche De Bustis è indagato insieme agli Jacobini per la gestione della Popolare, e a gennaio è stato sottoposto a interdizione: nei corridoi del Tribunale di Bari si racconta che, ad oggi, il manager romano non ha nemmeno chiesto le copie degli atti con le accuse a suo carico.

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