Martedì 25 Febbraio 2020 | 05:01

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Revocato il contratto di fitto
Multiservizi, scoppia il caos

A far precipitare la situazione le perizie tecniche delle ultime settimane che hanno di fatto certificato i maggiori costi da sostenere per il capannone: un milione di euro solo per i lavori di adeguamento

Revocato il contratto di fitto  Multiservizi, scoppia il caos

di FRANCESCO PETRUZZELLI

BARI - Nel capannone al quartiere San Paolo uomini e mezzi non ci metteranno mai piede perché il Comune ha chiesto di avviare le procedure per sciogliere il vincolo contrattuale della locazione. Arriva al capolinea, dopo settimane di fuoco, il caso della mega struttura da 2.700 metri quadri affittata dalla Bari Multiservizi sotto la presidenza di Giacomo Olivieri per farne la sede unica di uffici amministrativi, legali e tecnici. A deciderlo l’assemblea totalitaria dei soci – convocata con la prassi d’urgenza – che non ha ratificato il contratto d’affitto dando contestualmente mandato al nuovo cda, guidato dal capo della ragioneria comunale Giuseppe Ninni, di avviare ogni azione legale per rendere invalido il contratto di locazione da 120mila euro all’anno stipulato dal vecchio consiglio di amministrazione (peraltro in scadenza) con la Mipa Srl, proprietaria dell’ex capannone di ricambi d’auto. Un finale quasi annunciato e inevitabile per il socio unico, il Comune, per tentare di uscire quanto prima da un affare immobiliare che «determinerebbe uno squilibrio economico-finanziario irreversibile» per le casse di un’azienda già in sofferenza e che da due mesi paga un inutile fitto da 10mila euro per una struttura che non può ancora utilizzare e contestualmente altri due fitti per le sedi attuali, in via Viterbo e in via Oberdan.

A far precipitare la situazione le perizie tecniche delle ultime settimane che hanno di fatto certificato i maggiori costi da sostenere per il capannone: un milione di euro solo per i lavori di adeguamento, da effettuare nell’arco di 12-18 mesi, e aumenti per tutte le voci di spesa come tassa sui rifiuti, carburante, energia trattandosi di una sede molto grande – anzi troppo grande rispetto al reale fabbisogno – e logisticamente decentrata. In base alla lunga istruttoria condotta da Palazzo di Città, il cda di Olivieri non avrebbe chiesto, come da statuto, l’autorizzazione al socio unico, il Comune, per la firma del contratto di locazione trattandosi di un impegno di spesa superiore ai 250mila euro, né tantomeno avrebbe ascoltato in tal senso le segnalazioni del collegio dei sindaci.

Ma ora chi pagherà per questa scelta infelice? Non è da escludere – l’ipotesi è stata comunque presa in considerazione negli ambienti comunali – che vengano chiamati a risponderne sotto l’aspetto contabile gli ex amministratori della Multiservizi che autorizzarono ad agosto scorso l’operazione immobiliare, il presidente Olivieri e il consigliere d’amministrazione Mario Visciglia (l’altro consigliere, Daniela Maniglio, decise invece di votare contro la scelta della nuova sede per una questione di opportunità politica ed economica). Al vaglio ci sarebbe anche la posizione del responsabile unico del procedimento, il direttore del personale Oronzo Cascione.

Fin qui l’aspetto tecnico e amministrativo, ma la vicenda potrebbe incrinare e non poco la tenuta della maggioranza del sindaco Antonio Decaro. Olivieri non è solo l’ex presidente della Multiservizi, è anche il leader di Realtà Italia, il maggior partito di governo al Comune dopo il Pd e che vanta un assessore in giunta, il vice sindaco Vincenzo Brandi, una pattuglia di ben quattro consiglieri comunali e una presidenza di Municipio, il II Picone-Poggiofranco-Carrassi, retta da Andrea Dammacco. Le prossime settimane si annunciano quindi decise. A partire da lunedì prossimo quando il cda incontrerà i sindacati per informarli del recupero dalle buste paga dei dipendenti delle maggiorazioni percepite in contrasto con la spending review del 2012 voluta da Monti. Le cifre in ballo ammontano a circa 140mila euro, soldi che potrebbero far quadrare i conti in azienda dopo l’estate di promozioni a pioggia, pari ad 88mila euro, e all’indomani delle prime due mensilità da 20mila euro pagate a vuoto per la nuova sede mai utilizzata. Nemmeno per un minuto, nonostante i proclami di trasferimenti imminenti.

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