Mercoledì 27 Marzo 2019 | 03:42

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Omicidio Mizzi, nel giorno del ricordo lo sconto di pena al boss mandante

Il 38enne fu ucciso a Carbonara per caso. I giudici di secondo grado: non ci fu premeditazione

Omicidio Mizzi, nel giorno del ricordo lo sconto di pena al boss mandante

L’agguato in cui fu ucciso per errore Giuseppe Mizzi fu pianificato la mattina stessa del delitto, poco tempo per ritenerlo un omicidio premeditato. Sono le motivazioni della sentenza, depositate nei giorni scorsi, con le quali la Corte di Assise di Appello di Bari spiega la decisione presa ad ottobre di ridurre dall’ergastolo a 20 anni di reclusione la condanna inflitta nei confronti del boss del clan Di Cosola di Bari Antonio Battista, mandante dell’agguato.

Il 38enne Giuseppe Mizzi fu freddato nel quartiere Carbonara di Bari la sera del 16 marzo 2011, giorno di cui oggi ricorre l'ottavo anniversario, celebrato questa mattina con una commemorazione alla presenza di istituzioni e familiari della vittima innocente di mafia. Per i giudici della Corte di Assise di Appello di Bari, il lasso di tempo tra la decisione di Battista di commissionare l'omicidio e l’agguato stesso fu troppo breve per configurare la premeditazione. Valutazione che la Procura generale di Bari non ha condiviso e ha impugnato dinanzi alla Corte di Cassazione.

Nelle motivazioni della sentenza i giudici dell’appello ricordano che Battista, che il giorno prima aveva subìto un agguato rimanendo ferito ad una mano, espresse esplicitamente la volontà di vendicarsi solo la mattina successiva quando, recatosi in caserma per il quotidiano obbligo di firma, disse che avrebbe «sistemato le cose». Quelle dichiarazioni rendono «palese - secondo i giudici - quale fosse la direzione della volontà dell’imputato che, nella logica ferrea delle organizzazioni criminali di stampo mafioso, non avrebbe di certo mai richiesto agli organi dello Stato di difendere la propria incolumità, dovendo provvedere agli stesso, con i mezzi, gli strumenti e le persone adatte, a ristabilire la posizione di supremazia che intendeva conservare a dispetto di tentativi di detronizzazione da parte dei rivali». Ma questo, secondo la Corte di Assise di Appello, non prova che il delitto fosse già stato ideato.

Quello che non è più in discussione, secondo la giustizia penale, è che il boss ordinò ai suoi di rispondere all’agguato subìto uccidendo un uomo, «il primo che trovate» del clan rivale Strisciuglio e quella sera, per errore, Emanuele Fiorentino e Edoardo Bove, spararono a Mizzi scambiandolo per uno spacciatore. I due esecutori materiali sono già stati condannati con sentenza ormai definitiva rispettivamente a 20 anni e a 13 anni e 4 mesi di reclusione.

DECARO: PER LA MAFIA LA VITA NON HA VALORE - «La vita delle persone, per la mafia, non ha valore. Nessuno di noi ha valore. Solo il contrabbando, la droga, le armi hanno un valore perché significano soldi, potere, affermazione». Lo ha detto il sindaco di Bari e presidente Anci, Antonio Decaro, durante la cerimonia di ricordo in occasione dell’ottavo anniversario della morte del 38enne Giuseppe Mizzi, ucciso per errore in un agguato mafioso il 16 marzo 2011. «Una brava persona - ha ricordato Decaro - che è finita nella spirale violenta e criminale di persone senza scrupoli, interessate solo a perseguire i propri interessi criminali».
La mafia, ha precisato il sindaco, «ammazza i nostri cari, i nostri figli, ogni giorno. Non soltanto sparando, ma attraverso lo spaccio, l’usura, il racket, la violenza di strada».

«Ogni volta che qualcuno difende la mafia non parlando, non esponendosi, praticando l’omertà - ha rilevato Decaro - diventa complice di questo meccanismo».
Il messaggio dei sindaco ai più giovani è «che esiste una linea di confine chiara e inequivocabile, tra noi e loro, che va tracciata. Tra la società dei giusti e la società mafiosa. Senza aree intermedie, né aree grigie, interpretazioni o sfumature».
«Perché - ha concluso Decaro - da una parte ci sono la civiltà, il diritto, il lavoro, l’onestà, gli affetti, la morale. Dall’altra la barbarie, il sangue, il carcere e la morte».

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