Giovedì 21 Febbraio 2019 | 03:28

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Il caso nel 2016

Soffocò figlia di 3 mesi nel sonno, Procura Bari chiede ergastolo

L’uomo è accusato di omicidio volontario premeditato pluriaggravato e di due precedenti tentativi di omicidio.

Ospedale Pediatrico Giovanni XXIII, Via Giovanni Amendola, 207, 70126 Bari, Italia

La Procura di Bari ha chiesto l'ergastolo con isolamento diurno per il 31enne di Altamura Giuseppe Difonzo, accusato di aver ucciso nel 2016 la figlia di 3 mesi soffocandola nel sonno. L’uomo è accusato di omicidio volontario premeditato pluriaggravato e di due precedenti tentativi di omicidio. La piccola era nata nell’ottobre 2015 ed era stata ricoverata per 67 giorni in meno di tre mesi a causa di crisi respiratorie provocate, secondo l’accusa, sempre dal padre.

Al termine della requisitoria i pm Simona Filoni e Domenico Minardi hanno chiesto ai giudici della Corte di assise di trasmettere gli atti alla Procura per «valutare le condotte delle due assistenti sociali e della psicologa del consultorio familiare» di Altamura (Bari) che avevano preso in carico la minore. Furono le loro relazioni, pochi giorni prima del decesso della bambina, ad escludere ipotesi di maltrattamenti convincendo i giudici minorili a revocare il provvedimento di affidamento in comunità già disposto per la piccola.

Stando alle indagini dei Carabinieri, Difonzo avrebbe soffocato la figlia Emanuela, di soli tre mesi, nel suo letto di ospedale nella notte fra il 12 e il 13 febbraio 2016. Difonzo, che era presente in aula, è detenuto per il delitto dal novembre 2016 ma all’epoca era già in carcere per violenza sessuale su una minorenne, una 14enne, per la quale è stato condannato con rito abbreviato alla pena di 3 anni di reclusione.

Oggi in aula c'era anche la mamma della piccola Emanuela, che è scoppiata in lacrime al termine della requisitoria. In suo nome l’avvocato di parte civile ha chiesto un risarcimento danni con provvisionale di 500 mila euro. Nella prossima udienza del 22 febbraio la parola passerà alla difesa, rappresentata dall’avvocato Antonello Contaldi. La sentenza è prevista per l’11 marzo.

«Emanuela si doveva e si poteva salvare. È morta per mano assassina di suo padre e per le azioni e omissioni di chi sapeva e aveva gli strumenti per impedire la sua morte, di chi per legge doveva tutelarla e non lo ha fatto». È uno dei passaggi della requisitoria al termine della quale la Procura di Bari ha chiesto la condanna all’ergastolo per il 31enne di Altamura Giuseppe Difonzo, imputato dinanzi alla Corte di Assise di Bari per l’omicidio della figlia di 3 mesi, morta il 13 febbraio 2016.

Nella lunga requisitoria, durata circa 5 ore, i pm Simona Filoni e Domenico Minardi si sono alternati nella ricostruzione dei mesi precedenti la morte della bambina, dal primo ricovero quando Emanuela aveva 20 giorni, il 19 novembre 2015, fino alla notte del decesso per soffocamento, il 13 febbraio 2016.

I pm si sono soffermati sulle consulenze tecniche, sulle intercettazioni, sulle dichiarazioni delle decine di testimoni sentiti nel processo e, soprattutto, sulla personalità dell’imputato, «freddo e amorale, impassibile davanti alla sofferenza e al dolore, incapace di provare sentimenti di pietà, abile manipolatore e bugiardo», come evidenziato anche dalla perizia psichiatrica alla quale è stato sottoposto nell’ambito di un incidente probatorio nel corso delle indagini. I pm hanno ricordato la testimonianza del bambino di 3 anni, ricoverato nella stessa stanza di Emanuela, che «ha raccontato l'orrore visto dai suoi occhi», il tentativo del professor Nicola Laforgia, primario della neonatologia del Policlinico, di salvare la bambina segnalando al Tribunale per il minorenni i sospetti di maltrattamenti e ipotizzando la 'sindrome di Munchausen per procurà, che consiste nel fare del male ad altri per attirare l’attenzione su di sé.

I pm hanno evidenziato i sospetti della stessa madre di Emanuela, «abbandonata dalle istituzioni e dai servizi sociali che avrebbero dovuto aiutarla», «ingannata e spinta a mentire». E infine hanno descritto l’imputato, «colui che le aveva dato la vita e che poi gliel'ha tolta perché non reggeva il peso dell’impegno», «premeditando argutamente il suo progetto di morte», «che era stato capace di assistere al sezionamento degli organi della figlia senza mai piangere» e che, la sera del 12 febbraio, «tornò in ospedale dopo l’orario di visita, impietosendo le infermiere, per portare a termine il suo progetto omicidiario, nel buio della notte, infierendo su un batuffolino di 57 cm e chiedendo aiuto quando ormai era troppo tardi».

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