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Mafia, 30 arresti nella «Società foggiana». Clan imposero calciatori 

Duecento uomini tra agenti e militari hanno arrestato esponenti delle batterie Moretti-Pellegrino-Lanza e Sinesi-Francavilla

Mafia, colpo alla criminalità organizzata a Foggia, arresti in diverse famiglie

Sono trenta le persone, tutte già note alle forze di polizia, che questa mattina sono state raggiunte da misure restrittive eseguite da parte di Polizia e Carabinieri in una importante operazione antimafia a Foggia. Sono tutti presunti componenti dei clan mafiosi Moretti-Pellegrino-Lanza e Sinesi-Francavilla. Una decina i pregiudicati che si trovano già in carcere. I reati contestati sono, a vario titolo, di associazione di stampo mafioso, estorsioni e tentato omicidio. Secondo gli investigatori i trenta indagati sarebbero i responsabili di tutti gli episodi di estorsione nei confronti di negozianti ed imprenditori a Foggia. Le indagini hanno riguardato il periodo compreso tra i primi mesi del 2017 fino ad oggi. Tra gli spunti investigativi che hanno portato agli arresti odierni, particolari emersi - secondo quanto si è saputo - nell’ambito delle indagini sull'omicidio di Roberto Tizzano, il giovane 21enne ucciso a Foggia, all’interno del Bar H24, a ottobre 2016.

Dagli atti delle indagini emergono anche presunte pressioni che sarebbero state esercitate negli anni scorsi su dirigenti, ex dirigenti ed ex allenatore del Foggia Calcio per l’ingaggio di un calciatore foggiano. E tra gli indagati, è emerso anche, ci sarebbe il nome di Rodolfo Bruno, il pluripregiudicato foggiano ucciso lo scorso 15 novembre all’interno di un bar alla periferia di Foggia.

Gli arrestati, che ora sono in carcere, sono: ABBRUZZESE Angelo, classe 1948; ABBRUZZESE Francesco classe 1977; ALBANESE Giuseppe classe 1980; APRILE Alessandro, classe 1984; BISCOTTI Luigi, classe 1976; D’AMATO Emilio Ivan, classe 1973; D’ANGELO Domenico classe 1993; FRANCAVILLA Ciro classe 1974; FRANCAVILLA Giuseppe classe 1978; FRASCOLLA Gioacchino classe 1985; GATTA Ernesto classe 1974; LANZA Leonardo classe 1979; LANZA Savino classe 1983; LANZA Vito Bruno classe 1953; MIRANDA Antonio classe 1957; MORETTI Alessandro classe 1991; MORETTI Rocco classe 1950; PALUMBO Raffaele classe 1984; PERDONO’ Massimo classe 1977; PESANTE Francesco classe 1988; RIZZI Fausto classe 1980; SALVATORE Antonio classe 1991; SINESI Cosimo Damiano classe 1985; SINESI Francesco classe 1985; SINESI Roberto classe 1962; SPIRITOSO Giuseppe classe 1956; SPIRITOSO Lorenzo classe 1981; TIZZANO Fabio classe 1980; TIZZANO Francesco classe 1972; VILLANI Patrizio classe 1977.

L’attività estorsiva della 'Società foggianà riguardava tutte le sale scommesse, anche quelle gestite da familiari e parenti «perché - affermavano i membri dei clan che sono stati intercettati - non ce ne frega niente...il giro delle macchinette noi li dividiamo ogni tre mesi"). Vittime delle estorsioni erano anche i costruttori edili ("Se non stai vendendo - avvertivano i clan - tu neanche costruisci. Comunque ho detto a noi non ce ne frega niente...ci devono pagare tutti quanti, tutti i costruttori").
«Gli esponenti della Società Foggiana - spiegano gli inquirenti - nello svolgimento dell’attività estorsiva per conto del sodalizio mafioso dispongono di una famigerata 'lista delle estorsionì, in cui sono riportati i nomi degli imprenditori foggiani che sistematicamente pagano il pizzo».
Le indagini, infatti, hanno accertato che «uno dei settori di maggiore interesse è rappresentato dalle estorsioni realizzate a tappeto nei confronti di tutti gli operatori economici operanti nella città di Foggia: dalle agenzie funebri ai gestori di slot machine, passando per gli esercizi commerciali e gli imprenditori edili».

Esponenti della 'Società foggiana', i clan mafiosi attivi nel territorio di Capitanata, volevano uccidere un ispettore capo della Squadra Mobile di Foggia. È uno dei particolari che emergono dall’indagine della Dda di Bari che ha portato oggi all’arresto di 30 persone.
«La forza della 'Società foggiana' - spiegano gli investigatori - emerge anche dalla volontà di colpire le forze dell’ordine impegnate ad assicurare il rispetto delle leggi, per come risulta dai propositi di uccidere un ispettore capo presso la squadra mobile di Foggia».

Corrompevano i fantini con 600 euro "per non piazzarsi» e far «vincere il fantino di volta in volta individuato». È uno dei particolari emersi dall’indagine che ha portato all’arresto per mafia di 30 persone della 'Società foggianà.
Oltre alle estorsioni e al traffico di droga, «altra fonte di guadagni illeciti - spiegano gli investigatori della Dda di Bari - è rappresentata dal progetto di infiltrazione nel settore delle scommesse truccate, con alterazione dei risultati delle corse dei cavalli».
«Tale circostanza - sottolineano - emerge dall’attività intercettiva che ha evidenziato come i membri della 'Società foggianà avevano agganciato il 'vecchiarello', uomo di Napoli, in grado di truccare le corse tris, facendo vincere il fantino di volta in volta individuato, corrompendo gli altri fantini con 600 euro per non piazzarsi».

CLAN IMPOSERO CALCIATORI - Gli ex dirigenti del Foggia calcio, il ds Giuseppe di Bari e il tecnico Roberto de Zerbi (ora mister del Sassuolo in A), «lungi da denunciare, come dovrebbe fare ogni vittima di estorsione, hanno preferito in maniera pavida accettare supinamente le richieste formulate, abiurando anche a quei valori di lealtà e correttezza sportiva che dovrebbe ispirare la loro condotta». E’ quanto emerge dagli atti sulla mafia foggiana: i clan avrebbero imposto alla società l’ingaggio di 2 giocatori, tra cui il figlio di un boss.

L’imposizione subita anche da mister de Zerbi da parte dei clan mafiosi foggiani è contenuta nel provvedimento del gip del Tribunale di Bari Francesco Agnino che ha portato all’arresto per mafia di 30 affliati a diverse "batterie» della «Società Foggiana».

Le indagini della Dda di Bari hanno rivelato che tra il 2015 e il 2016 i clan foggiani avrebbero imposto l’ingaggio di due giocatori, «pur non dotati di qualità sportive significative": Antonio Bruno, figlio del defunto boss Rodolfo, e Luca Pompilio, che da subito fu dato in prestito al Melfi (Potenza) dove gioca tuttora. Il pregiudicato Francesco Pesante, tra i destinatari della misura cautelare, avrebbe detto direttamente al figlio dell’ex presidente della società calcistica, Antonio Sannella (suo padre Fedele è stato arrestato nei mesi scorsi per riciclaggio), «vengo giù agli spogliatoi e prendi un sacco di botte, ti do forte». Gli indagati potevano «contare - aggiunge il giudice - anche dell’appoggio della tifoseria foggiana e, più in generale, degli sportivi».

OMERTA' ASSOLUTA - «L'attività d’indagine ha evidenziato lo stato di omertà assoluta» che «si rileva anche dal dato numerico delle denunce, che dimostra chiaramente un limitatissimo apporto all’accertamento di reati commessi in danno di cittadini, imprenditori, operatori commerciali, rispetto alla elevatissima percentuale di ipotesi che vengono colte durante le attività tecniche e investigative in corso». Lo scrive il gip nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato all’arresto di 30 esponenti della mafia foggiana.
«Che questi fatti-reato non siano denunciati - evidenzia il gip - è un’ulteriore conferma della totale soggezione di larghe fasce della popolazione, indotte a subire silenziosamente i torti e le angherie poste in essere da coloro che agiscono evocando l’appartenenza a questo determinato contesto criminale: la 'Società foggiana'».

BAMBINI TESTIMONI DEGLI AGGUATI - La presenza di bambini non scoraggiava gli agguati dei «killer feroci» della mafia foggiana. Lo ha spiegato il pm della Dda di Bari, Lidia Giorgio, nella conferenza stampa che si è tenuta oggi a Bari sui 30 arresti eseguiti nei confronti dei vertici della «Società Foggiana», l’organizzazione mafiosa del territorio dauno.
Sono almeno nove gli agguati ricostruiti dagli inquirenti tra il 2015 e il 2016 e in quattro occasioni è stata accertata la presenza di minori. In un agguato, quello del 6 settembre 2016 ai danni del boss Roberto Sinesi, il nipote rimase anche ferito ad una spalla, mentre era in auto con il nonno.


La Procura, mettendo insieme gli atti giudiziari di 11 diversi procedimenti, ha accertato che i bambini spesso erano testimoni oculati degli agguati. È quanto accaduto con la sparatoria ai danni di Mimmo Falco, il 21 novembre 2015, avvenuta nel pieno centro della città di pomeriggio. Dalle intercettazioni emerge che il sicario è stato poi rimproverato dai sodali i quali gli hanno detto «tu non sei buono a sparare" e lui si è difeso dicendo che c'era un bambino «balengo».
C'è poi una sparatoria del 7 gennaio 2016 in cui viene gambizzato il pregiudicato Michele Bruno, anche in questo caso alla presenza di un bambino. Ancora l’assassinio di Rocco Dedda, il 23 gennaio 2016, colpito a morte sull'uscio della propria abitazione con accanto il figlio minorenne. Quindi l’episodio del settembre successivo in cui viene ferito il nipote del boss. 

EMILIANO: «DURO COLPO ALLA MAFIA» - «Un altro duro colpo è stato inferto in queste ore alla mafia foggiana». Lo sostiene in una nota il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, commentando la maxi operazione antimafia che ha portato nella notte a numerosi arresti nel territorio foggiano.
«Si tratta - prosegue Emiliano - di un’imponente operazione portata avanti dalla Dda di Bari e da polizia e carabinieri, che segna un importante contributo alla legalità della Capitanata. Una condizione essenziale, quest’ultima, affinché la libertà, i diritti e lo sviluppo trovino terreno fertile».
«Quello di oggi è un successo investigativo di alto livello - sottolinea - un segno tangibile della presenza dello Stato. Ringrazio uno per uno i magistrati, i carabinieri, i poliziotti, il prefetto e il questore di Foggia: a loro - conclude Emiliano - va la sincera riconoscenza di tutti i pugliesi».

SINDACO: «UNA BELLISSIMA GIORNATA» - «Quella di oggi è una meravigliosa giornata per Foggia. È una giornata in cui si respira aria di legalità, in cui lo Stato afferma, forte e chiara, la sua presenza. La mafia subisce un colpo durissimo». Lo afferma in una nota il sindaco di Foggia, Franco Landella, commentando gli arresti nell’ambito della operazione antimafia a Foggia, e annunciando «sin d’ora la volontà del Comune di Foggia di costituirsi parte civile nell’eventuale processo che farà seguito all’operazione di oggi, nella speranza che la stessa posizione venga assunta anche da tutti i soggetti, le istituzioni, le associazioni di categoria e, più in generale, gli Enti titolati a farlo».


«I reati contestati alle 30 persone arrestate, molte delle quali esponenti di primo piano dei clan mafiosi della città e già in carcere - prosegue Landella - fanno tremare le vene ai polsi per la loro gravità: associazione a delinquere di stampo mafioso, tentato omicidio, estorsioni, possesso di armi».
«La spregiudicatezza del loro agire, il potere di pressione e di intimidazione esercitato - sottolinea - il presunto millantato credito nei confronti dell’assessore ai Lavori Pubblici - peraltro del tutto incompetente nel disporre la chiusura degli esercizi commerciali - emerso in alcune intercettazioni telefoniche diffuse stamani, sono esattamente quella palude che oggi lo Stato bonifica». «Una risposta esemplare, ferma e decisa - rileva il primo cittadino - non solo all’omicidio che solo pochi giorni fa ha scosso e terrorizzato Foggia, ma anche agli episodi, evidentemente riferibili al racket delle estorsioni, che si sono registrati negli ultimi tempi ai danni di esercizi commerciali».


«Nel giorno in cui trionfa la legalità - conclude - Foggia si stringe compatta attorno agli uomini che hanno ottenuto questo straordinario risultato. La mafia ed il malaffare non vinceranno. I foggiani non abbasseranno la testa».

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