I retroscena

Affari loschi a Manfredonia, lo scandalo viene da lontano

Filippo Santigliano

Nell’inchiesta «Giù le mani» sono riuniti tre filoni d’indagine. Tra oggi e domani si dovrebbero completare gli interrogatori

MANFREDONIA - Manfredonia si è risvegliata con la consapevolezza di non aver compreso la lezione del 2019, quando il Consiglio comunale fu sciolto per condizionamento e infiltrazioni mafiose. L’inchiesta «Giù le mani» coordinata dalla Procura della repubblica di Foggia, e che ha riunito in un solo colpo tre filoni di indagini, ha confermato storie che, al di là degli esiti processuali, in città tutti conoscevano o quasi, anche perché precedute dal maxi blitz «Omnia nostra» - questa volta coordinato dalla Dda di Bari, con 32 arresti e la scoperta dei “vasi comunicanti” tra clan mafiosi manfredoniani e garganici più in generale, esponenti politici e pezzi dell’economia legale con le mani sulle attività portuali legale alla pesca.

Invece anche in quella occasione si sono chiusi gli occhi in una città che, dopo la chiusura dell’ex Anic e il fallimento delle politiche del Contratto d’area (centinaia e centinaia di milioni di euro spesi per la reindustrializzazione ma che hanno lasciato solo pezzi di archeologia industriale e altri disoccupati), avrebbe dovuto ribaltare certe pratiche borderline che hanno accomunato esponenti della criminalità organizzata ed una certa borghesia mafiosa nell’assalto – a volte anche riuscito – al Palazzo e alle pratiche amministrative con tanto di infiltrazione nell’economia.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: Comune commissariato (ma per lo scioglimento anticipato dopo le dimissioni di 13 consiglieri), un tessuto socio economico in affanno, una difficoltà delle stesse forze politiche a tutti i livelli nell’individuare profili credibili per la prossima campagna elettorale (si vota tra due mesi).

Nel blitz della Guardia di Finanza del comando provinciale di Foggia e della compagnia di Manfredonia, sono state eseguite sette misure cautelari a carico di altrettanti indagati. Sono finiti in carcere Michele Antonio Romito e Michele Fatone, quest’ultimo dipendente dell’azienda pubblica Ase di Manfredonia che si occupa di rifiuti e che utilizzava la municipalizzata a fini personali. Ai domiciliari Raffaele Fatone, figlio di Michele, anche lui dipendente della municipalizzata, Grazia Romito, titolare dell’impresa di pompe funebri, e l’ex assessore Salvemini. È stato invece disposto il divieto di dimora a Manfredonia per Luigi Rotolo, ritenuto dagli investigatori prestanome di Grazia Romito, mentre è stata sospesa per 12 mesi delle funzioni Giuliana Maria Galantino, segretario comunale di Manfredonia, accusata di corruzione assieme all’ex assessore Angelo Salvemini per essersi piegata alle richieste dello stesso.

Michele e Grazia Romito sono fratelli di Franco ucciso a Siponto, frazione marina di Manfredonia, nell’aprile 2009 e di Mario Luciano Romito, ucciso nella strage dell’agosto 2017 a San Marco in Lamis, nell’ambito delle guerra tra gli ex alleati Romito e i Libergolis e i clan della mafia garganica che spadroneggiano a Manfredonia, Monte Sant’Angelo, Mattinata e Vieste. In quell’occasione furono uccise quattro persone, tra cui i fratelli Luciani, agricoltori di San Marco in Lamis, vittime innocenti della sanguinosa guerra di mafia sul Gargano.

Le accuse ipotizzate dalla procura della repubblica di Foggia, a vario titolo, sono di estorsione, concussione e corruzione, peculato, falso, lesioni personali, minacce e violenza privata e sono contenute nei tre filoni d’indagine: il primo riguarda presunti episodi di violenza ed intimidazione che sarebbero stati compiuti nell’azienda municipalizzata del comune di Manfredonia che si occupa della raccolta dei rifiuti, e che coinvolgono il dipendente Michele Fatone, 63 anni, finito in cella ed il figlio Raffaele 32enne, anch’egli dipendente della municipalizzata e posto ai domiciliari; il secondo filone riguarda l’autorizzazione all’esercizio di un’attività di onoranze funebri da parte di Grazia Romito (posta ai domiciliari) già destinataria di provvedimento interdittivo antimafia, disposto dalla Prefettura di Foggia, e che, tramite un prestanome avrebbe eluso il divieto proseguendo nell’attività; il terzo capitolo d’indagine riguarda invece il ristorante riconducibile Michele Romito che con minacce (rivolte a funzionari comunali e a politici) avrebbe cercato di evitare lo smontaggio del manufatto abusivo del suo locale. Tutto ciò sarebbe avvenuto con la collaborazione attiva dell’ex assessore Angelo Salvemini che avrebbe riferito all’uomo informazioni carpite all’interno del Comune. Lo stesso Salvemini si sarebbe prodigato minacciando colleghi di giunta con dossieraggi sulle “frequentazioni” degli stessi. Tra oggi e domani si dovrebbero completare gli interrogatori di garanzia delle persone coinvolte nell’inchiesta. Qualcuno potrebbe aggiungere altri particolari. Manfredonia, quella borderline, trema.

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