Domenica 20 Gennaio 2019 | 10:02

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Foggia, l'appello dei ricercatori: «Noi, precari a vita»

Protestano i prof a contratto foggiani: «Non ci assumono e anche il privato non chiama»

Foggia, l'appello dei ricercatori: «Noi, precari a vita»

FOGGIA - Ricercatori sul piede di guerra, a Foggia come in tutta Italia i neolaureati in cerca di un futuro occupazionale all’interno dell’università o anche all’esterno, sono alle prese con una crisi di sistema tra le più gravi dell’ultimo decennio. «Siamo i campioni della precarietà», dicono i dottori foggiani che giovedì hanno srotolato un manifesto dalle finestre del dipartimento di Studi umanistici. Martedì 11 i ricercatori hanno convocato un incontro nella sede della Camera del lavoro, sede della Cgil, organizzati dall’Associazione dottorandi di ricerca italiani e dalla Flc Cgil, la federazione dei lavoratori della Conoscenza. Parliamo di una platea che a Foggia si aggira intorno alle 200 unità, attivamente impegnata nei sei dipartimenti, costretta ogni anno a fare i conti con il rinnovo dell’assegno (dai 1200 ai 1400 euro mensili), senza orari di lavoro fissi, appesa al filo dell’improvvisazione di una vita che a 35-40 anni non sei ancora in grado di poter pianificare. I ricercatori adesso spingono sull’acceleratore, per il 14 dicembre hanno già fissato una manifestazione nazionale a Roma nelle ore calde dell’approvazione della Legge di Stabilità 2019: chiedono un piano strutturale per l’assunzione di personale, norme meno rigide per l’immissione in ruolo, una riforma che dia prospettiva di vita. «Siamo sul filo dell’improvvisazione - dice Francesco Di Noia, dottore di ricerca assegnista in Diritto del lavoro - il mio contratto può essere prorogato fino a un massimo di 12 anni, poi potrei essere assunto come ricercatore per altri 3-5 anni. Ma finito tutto questo a 45 anni, oggi ne ho 31, paradossalmente potrei trovarmi fuori dall’università. Vi sembra normale tutto ciò?». Il fattore forse più grave e sconcertante in questo scenario è che i ricercatori foggiani puntino su una carriera universitaria tralasciando a priori le possibilità di poter spendere il titolo di studio all’esterno. Il privato non chiama (salvo rare eccezioni) e anche nel pubblico ci sono seri problemi di collocamento:

«Sono un biologo - dice Francesco Sessa, 39 anni - il mio titolo di studio mi abilita a fare il professore universitario, ma non posso insegnare nelle scuole superiori perchè dovrei abilitarmi ulteriormente. All’estero invece la mia abilitazione è molto apprezzata sia nel privato che nelle università: sono questi paradossi che alla fine ti spingono a cambiare aria, ci sto pensando». I ricercatori chiedono un piano straordinario di 20mila assunzioni, il governo risponde con mille nella nuova legge di Stabilità ma non è detto che l’emendamento rientri nel pacchetto. «I ricercatori costituiscono ormai l’ossatura delle università - sottolinea il prof. Giovanni Messina, delegato alla ricerca scientifica tecnologica e terza missione dell’Ateneo dauno - a Foggia siamo perfettamente in linea con la media nazionale, il 56% del corpo docente è formato da loro». A Foggia i professori a contratto sono circa 200, su 370 docenti di ruolo (associati e ordinari). La platea della precarietà in cattedra è molto variegata: ci sono i ricercatori cosiddetti di “tipo A” (tre anni più due di contratto), gli assegnisti, i dottorandi (circa 90) che sono un po’ gli studenti “senior”, il primo gradino della scala gerarchica che porta al dottorato di ricerca. «Un piano straordinario è auspicabile - aggiunge Messina - tenuto conto che negli ultimi anni il personale di ruolo nelle università è diminuito del 20%. Chiediamo l’assunzione di giovani che non sono più giovani - aggiunge - perchè a quarant’anni si abbia finalmente il diritto di aspirare a quel posto tanto agognato». Le contraddizioni sono enormi, abbiamo detto che il settore privato non aiuta ma quando lo fa i ricercatori si ritrovano a doversi quasi giustificare per aspirare a un posto di lavoro: «Ti dicono sei troppo qualificato - aggiunge Sessa - nel mio settore ci cercano soprattutto le aziende farmaceutiche e qualche multinazionale. All’estero non è così, la riforma dovrebbe intervenire a mio avviso anche su queste palesi incongruenze che scoraggiano oggi i giovani a intraprendere un percorso professionale».

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