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«Figli da vincere o figli da amare? La sottile linea tra sostegno e pressione»

Emanuela Megli

Forse la vera medaglia, allora, non è l’oro olimpico né il titolo accademico. È la capacità di un genitore di fare un passo indietro quando serve

Ci sono cadute che raccontano più di una medaglia. Quando sul ghiaccio olimpico Ilia Malinin ha perso l’equilibrio nel momento più atteso, non è stata soltanto una sbavatura tecnica. È stata l’immagine plastica di quanto possa pesare l’attesa – del pubblico, dei media, talvolta della famiglia – sulle spalle di un figlio che diventa progetto.

La storia dello sport è attraversata da padri-allenatori, padri-registi, padri-visionari. In Italia il rapporto tra Gianmarco Tamberi e il padre Marco Tamberi ha conosciuto successi straordinari e una dolorosa frattura. Nel tennis, l’autobiografia di Andre Agassi ha svelato il peso di un’infanzia scandita dagli allenamenti imposti dal padre Mike Agassi. Storie diverse, unite da un nodo comune: quando l’amore si intreccia al risultato, il confine diventa fragile.

Che cosa accade al genitore? Perché si arriva a pressare così tanto? Spesso non è ambizione fredda, ma paura. Paura che il figlio non trovi posto nel mondo. Paura che resti indietro. A volte, il bisogno inconsapevole di riparare un proprio sogno incompiuto. Il successo del figlio diventa risarcimento, prova di valore, certificato di buona genitorialità. Ma quando identità e performance si fondono, ogni gara, ogni esame, ogni colloquio di lavoro smette di essere esperienza e diventa giudizio.

È un meccanismo che non riguarda solo lo sport. Accade nelle aule scolastiche, dove il voto misura più dell’apprendimento. Accade nelle scelte universitarie “sicure”, nei mestieri “giusti”, nelle carriere “all’altezza”. Il figlio rischia di vivere in funzione di un copione già scritto, e il genitore di non accorgersi che sta chiedendo di interpretare una parte, non di essere sé stesso.

Eppure, al contrario di quanto avviene in alcune aspettative genitoriali disfunzionali, è proprio la scoperta del figlio il vero dono d’amore. Il genitore genera non solo al concepimento, ma durante la vita, stando in osservazione aperta e neutrale della meraviglia del figlio, del capolavoro che si rivela, dispiegandosi sotto i propri occhi. E perché questo accada serve un contenitore di grazia, di amore, di calore, camera gestazionale umana autentica, psichica oltre che fisica, in cui il figlio compone la propria perfetta realizzazione. Figurativamente l’agave, la pianta che svetta con il suo fiore all’apice e che poi, avendo donato sé stessa, si compie e muore. Questa è la catarsi dell’esistenza e si compie nella stanza interna dei figli, che possono dire chi sono al mondo se sono amati e guardati con un amore unico e speciale, con fiducia nella loro identità e nelle loro potenzialità. In questo senso, il supporto nell’educazione è tutto emotivo, psicologico, affettivo e relazionale: non si sostituisce soffocando, non abbandona trascurando, ma è presente con l’amore di chi attende di vedere quel fiore, nella libertà e autenticità di una relazione tra due soggetti d’amore che danzano nel ritmo della vita.

Forse la vera medaglia, allora, non è l’oro olimpico né il titolo accademico. È la capacità di un genitore di fare un passo indietro quando serve, di distinguere il proprio desiderio da quello del figlio, di restare accanto senza invadere. Perché un figlio sostenuto sente: “Puoi provarci, io sono qui comunque”. Un figlio pressato, invece, teme che l’amore dipenda dal risultato.

Le cadute sul ghiaccio, come quelle nella vita, non sono fallimenti se trovano uno sguardo che accoglie. È in quello sguardo che si decide il futuro: non nella perfezione del salto, ma nella libertà di essere e nel piacere di vivere con e per amore.

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