la tradizione

Pasqua, a Taranto il rito che si vive e che ti attraversa

Andrea Sestino

Da oltre due secoli, i riti non rappresentano soltanto una tradizione religiosa, ma attivano forme di attaccamento profonde e stratificate, che si manifestano sia nella dimensione visibile e condivisa, sia in quella più intima e personale

Se si volesse provare a descrivere la Settimana Santa Tarantina da una prospettiva scientifica, occorrerebbe partire da un dato molto semplice: non siamo di fronte soltanto a una tradizione della pietà popolare o religiosa, ma ad un vero e proprio “sistema esperienziale complesso” che attiva forme profonde di coinvolgimento individuale e collettivo. E’ questo che emerge chiaramente dai due studi etnografici, da cui è emersa una forma specifica e intensa di attaccamento, “fervido” nel più puro e appassionato senso del termine, che si costruisce e si rinnova attorno all’esperienza rituale.

A Taranto la Settimana Santa non si osserva. Si attraversa: e gli stessi riti attraversano le persone. Come a dire che, per molti, si abita.

Le sue radici, com’è noto, affondano nel Seicento, quando la presenza spagnola nel Mezzogiorno introdusse le prime forme rituali che ancora oggi trovano un’evidente continuità nelle grandi processioni della Semana Santa andalusa.

In questo contesto si inserisce la figura del patrizio Don Diego Calò il quale, nel 1603, fece realizzare a Napoli i simulacri del Cristo Morto e dell’Addolorata, affidandoli poi a quella che è oggi l’Arciconfraternita del Carmine. Tra i simboli più intensi vi è l’Addolorata “di San Domenico”, la cui devozione si radica tra XVII e XVIII secolo nel solco della tradizione iberica. Da quel momento, quei simboli diventano il centro di un sistema rituale che nei secoli si è strutturato.

Da oltre due secoli, i riti non rappresentano soltanto una tradizione religiosa, ma attivano forme di attaccamento profonde e stratificate, che si manifestano sia nella dimensione visibile e condivisa, sia in quella più intima e personale, secondo le dimensioni di ritualità, emozionalità, legame intimo e senso di appartenenza.

Basta fermarsi lungo il percorso delle processioni per cogliere: non esiste distanza tra chi partecipa e chi guarda. Le famiglie attendono per ore, spesso per tutta la notte, occupando uno spazio: partecipare è prerentorio. I bambini crescono dentro questi momenti, che iniziano ad assaporare e apprendono poiché è un’appartenenza che non si dichiara, ma si sedimenta nel tempo, attraverso la continuità e la condivisione.

Poi c’è la ritualità. Nulla è lasciato al caso. I movimenti lenti e oscillanti dei confratelli, la “nazziacata”, le pause, i silenzi, l’ordine delle processioni: ogni elemento segue una sequenza precisa, ripetuta nel tempo con rigore liturgico. In quei gesti si conserva e si rinnova la memoria collettiva: è qui che il rito diventa condiviso, un linguaggio che attraversa le generazioni.

Accanto a questa dimensione visibile, ne emerge una più profonda. Partecipare, per i confratelli, significa instaurare un legame intimo con il rito. Lo dimostrano i sacrifici sostenuti per prendervi parte, l’attesa, la preparazione, la scelta di indossare un abito che rende anonimi e, allo stesso tempo, parte di un tutto. Quello che emerge è un rapporto che si costruisce nel tempo, che non si esaurisce nell’evento ma accompagna le persone lungo la loro vita. Infine, c’è l’emozione. Ed è qui che il rito cambia natura.

Nelle ore della notte, mentre le marce funebri si diffondono lentamente, la città entra in una “condizione sospesa”. La temperatura che si abbassa, il silenzio interrotto solo dalla musica, il passo lento e cadenzato, le luci soffuse che accompagnano i simulacri: confratelli e astanti condividono uno stato in cui tutto concorre a creare una dimensione immersiva. È una forma di coinvolgimento che rende difficile distinguere tra partecipazione e contemplazione. In quei momenti, la città sembra entrare in uno stato di sospensione collettiva, in cui il tempo rallenta e le percezioni si amplificano. Il rito non viene più guardato: viene vissuto, attraversato, interiorizzato; il rito attraversa le persone.

È proprio questa combinazione, appartenenza, ritualità, legame intimo ed emozionalità, a rendere i riti della Settimana Santa tarantina un’esperienza unica e a qualificare questo attaccamento fervido. Un’esperienza capace di coinvolgere chi la custodisce da generazioni e, allo stesso tempo, chi vi entra per la prima volta, attratto da un’atmosfera, da un’energia condivisa, da una forma di partecipazione che supera la distinzione tra attore e spettatore, radicata nel credo e nella tradizione della pietà popolare.

Taranto, in questi giorni, non mette in scena una tradizione, poiché la rinnova, ogni anno, attraverso le persone. E in questo continuo rinnovarsi, trova la sua forma più autentica di identità ed essenza.

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