Martedì 31 Marzo 2026 | 12:35

Conflitto e tempeste, le conseguenze economiche sul Sud

Conflitto e tempeste, le conseguenze economiche sul Sud

Conflitto e tempeste, le conseguenze economiche sul Sud

 
Nicola Didonna

Reporter:

Nicola Didonna

Conflitto e tempeste, le conseguenze economiche sul sud

La Regione, con i propri mezzi più limitati specie in questo momento storico per le note vicende, deve permettere alle imprese di poter attendere che «passi a nuttata»...

Martedì 31 Marzo 2026, 10:09

In economia quella che conta è la distanza economica, non quella geografica; l’unità di misura non sono i chilometri ma il tempo. E così l’Iran e la «sua guerra», anche dopo il lancio del missile per rappresaglia contro gli Usa a oltre 4.000 chilometri di distanza nell’Oceano Indiano, non appare così lontano per l’economia italiana e pugliese. Non è un problema di mercato; quel mercato vale relativamente poco sia per l’export italiano, con circa 22 miliardi quasi il 3,4%, che per la Puglia, con 200 milioni quasi il 2%. Vale per l’impatto sul sistema.

Ce ne stiamo accorgendo tutti come consumatori costretti a subire la crescita esponenziale dei prezzi del carburante prima e dei prodotti poi, se ne stanno accorgendo le imprese sui propri bilanci e lo hanno denunciato Standar & Poor Global e l’Ufficio studi Confindustria. La crisi e la relativa speculazione ha fatto schizzare il costo dell’energia in un’Italia già debole per le scelte negazioniste sul nucleare e per le «non scelte» fatte sull’energia rinnovabile. Francia e Spagna, al contrario, hanno rispettivamente spinto sul nucleare e sulle rinnovabili e possono offrire alle proprie imprese un costo dell’energia «più umano» che le rende più competitive. Come se non bastasse, il blocco dei trasporti - non solo Hormuz - ha inflitto una frenata alla principale valvola di sfogo della nostra economia nazionale negli ultimi decenni: l’export. E così si paventano scenari dal colore che vira dal grigio, per i più ottimisti, al nero pece, per i più pessimisti. Confindustria ne ha descritti 3 in base al tempo necessario per arrivare alla fine delle ostilità. Il primo prevede la fine della guerra nel giro di 4 settimane, il secondo entro 4 mesi e il terzo entro fine anno. A parte l’effimera certezza che la guerra abbia una fine, le conseguenze nei 3 scenari sono diverse. Si passerebbe da una situazione - come quella attuale - che potremmo definire di «crescita anemica» con un PIL appena sul livello dell’acqua e un’inflazione appena sopra il target BCE del 2%, ad uno scenario di stagnazione con crescita zero e inflazione più alta, fino ad una situazione di recessione conclamata con un PIL sotto zero.

Confindustria invita il Governo ad attivarsi prontamente per porre rimedio a quella che potrebbe essere una situazione disastrosa per la nostra economia nazionale; disinnescare il famigerato ETS, che fa dipendere il costo dell’energia dal costo del gas soggetto a speculazione sul mercato, e sostenere con forza gli investimenti orientati alla transizione digitale e a quella energetica. Standard & Poor Global guarda più vicino, nell’immediato, ma non per questo è più ottimista, anzi. Considera come molto probabile il rischio di stagflazione consistente nella concomitante presenza di stagnazione, quindi crescita nulla o quasi come quella che ormai attraversiamo da qualche anno, e inflazione crescente con conseguente decrescita dell’occupazione.

È questa la situazione peggiore, considerato il mandato della BCE che la vede «guardiano arcigno dell’inflazione» mentre meno interessata all’andamento dell’economia, del PIL e dell’occupazione. La moneta appare più importante dell’economia reale. La paura che paventa S&P è che a costi crescenti dell’energia, delle materie prime e rarefazione degli scambi, le imprese non potranno che rispondere alzando i prezzi e facendo aumentare ulteriormente l’inflazione. La risposta del mercato porterà così ad una riduzione della domanda per il potere di acquisto sempre minore dei consumatori. Avremo maggiori perdite nei bilanci delle imprese e blocco degli investimenti. Ma la cosa più sorprendente sarà la reazione della BCE, come già fatto nel post-COVID: alzare i tassi per combattere l’inflazione! Già ora il mercato si aspetta 3 rialzi dei tassi di interesse entro l’anno. La tempesta perfetta. E la recessione, paventata per fine anno dalla Confindustria, sarà presto servita. Non si può restare inermi ad attendere l’avverarsi di uno scenario che appare inevitabile domani, non dopodomani.

Bisogna agire su più fronti, sia come Governo che come Regione; ognuno per le proprie competenze. Lo Stato deve sostenere il potere d’acquisto dei consumatori che rappresentano la domanda interna con sussidi che compensino i danni della speculazione che svuota i portafogli delle famiglie con carrelli della spesa sempre più leggeri e sempre più vuoti; come fatto durante la pandemia. Deve agire urgentemente a sostegno delle imprese liberandole del peso della speculazione che gonfia il costo dell’energia e deve sostenere gli investimenti per far recuperare alle imprese una produttività che langue da troppi lustri in Italia.

La Regione, con i propri mezzi più limitati specie in questo momento storico per le note vicende, deve permettere alle imprese di poter attendere che «passi a nuttata». Deve mettere in sicurezza tante piccole imprese fragili e i loro dipendenti chiamando a raccolta un sistema bancario che scoppia di utili e di patrimoni inutilizzati e un sistema di confidi su cui ha puntato negli ultimi anni dotandolo di fondi rischi la cui forza può essere amplificata dalla sinergia con la garanzia pubblica, almeno fino a fine anno. Bisogna attivare una «potenza di fuoco» di covidiana memoria. Con soli 15 milioni, destinati a rimborsare gli interessi, si potrebbero mettere in sicurezza 1.000 micro e piccole imprese. Ogni impresa potrebbe avere un finanziamento fino a 100 mila euro, per un totale complessivo di 100 milioni di finanziamenti a 5 anni a tasso zero, con cui affrontare in serenità l’incertezza del momento storico. Urge, come sempre, un’azione di sistema per salvare il sistema. Non serve nemmeno alle banche, specie quelle di territorio, domani potersi vantare di essere riuscite ad essere le «più ricche del cimitero».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Marchio e contenuto di questo sito sono di interesse storico ai sensi del D. Lgs 42/2004 (decreto Soprintendenza archivistica e Bibliografica Puglia 18 settembre 2020)

Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725 (Privacy Policy - Cookie Policy - - Dichiarazione di accessibilità)