«È un mondo difficile e vita intensa. Felicità a momenti e futuro incerto». È il pre-ritornello di una canzone di tal Tonino Carotone che dilagò in forma di tormentone all’inizio degli anni 2000. Un incipit che sembrerebbe descrivere la rovinosa caduta del prezioso cristallo in cui era conservata la lunghissimo luna di miele della Meloni con gli elettori italiani. Almeno quella parte, non esuberante, che si recava alle urne . Fino a lunedì 23 marzo 2026, quando il pendolarismo emotivo ha colpito ancora una volta, così come accadde con Berlusconi e con Renzi, la sicumera del premier con l’ ambizione di lasciare il suo segno di Zorro nella Costituzione.
Dopo giornate di esegesi dei perché e dei per come, non aggiungerò tedio analitico ma solo la considerazione su cui credo quasi tutti possano concordare: l’unica cosa che manca a questo voto referendario è la consapevolezza del «merito», peraltro complessa e di non facile digestione. Pertanto di fatto il risultato si è tramutato in un voto contro Giorgia Meloni che, oltretutto, ha ceduto alla hybris di pensare che il metterci la faccia avrebbe potuto cambiare le sorti della partita. Ora la sua maggioranza, come spesso accade in caso di sconfitta, fa emergere tutte le crepe tenute sottotraccia nel tempo delle vacche grasse, con una ricorsa a farsi male.
Vedremo quanto, rammentando che circola l’analisi del voto disubbidiente da Forza Italia e dalla Lega al No, e non è proprio irrilevante. Per quel che interessa queste righe registriamo quanto effimera possa essere la grazia nella politica: assistiamo a partiti che da un giorno all’altro passano dall’irrilevanza al governo per poi ritornare, da un giorno all’altro ai valori iniziali. Le fasi ascendenti e discendenti le hanno già segnate in passato il succitato Renzi e Salvini. Fino a ieri la Meloni aveva descritto solo una formidabile risalita ma da oggi nessuno si meraviglierebbe di una discesa ardita.
È la stagione dei «partiti personali»: senza pensiero pensato ma solo brand ad ornamento del comandante. Cosa farà la Destra per raddrizzare la baracca probabilmente sarà un tentativo di restyling cercando di togliere conflitti, una postura più dialogante con le opposizioni sulla legge elettorale, forse qualche dichiarazione europeista più marcata e un filotrumpismo più sfumato. Basterà? Dipende dalla profondità delle crepe e dal sangue freddo della Meloni che, per la verità, sembra aver accusato abbastanza la botta. Che farà l’opposizione quando avrà finito di festeggiare la vittoria? Nell’alternanza emotiva che ha caratterizzato l’ultimo trentennio, potrebbe avere chance di scalzare la Destra che sembrerebbe ancora avere una base elettorale non evaporata (gli infedeli al referendum, che però non votano a sinistra, erano più del 20%)? Certamente sì, a condizione, però, che riesca a fidelizzare un fronte assai eterogeneo che si è raccolto in chiave esclusiva di antagonismo alla Destra. E la modalità non è gonfiare di estrogeni populistici sulla linea dell’antagonismo, ma di riempire di contenuto la proposta alternativa.
Chi tipo d’Italia si vuole? Con quali risorse e con quali impulsi prioritari? Con quale politica energetica? Con quale visione internazionale? La fascinazione populistica, però, comincia già a circolare sotto forma di primarie, il plebiscito popolare per scegliere il capo. Un Vietnam che cristallizza le distanze e i personalismi. Cercatelo fuori dal cerchio il candidato premier del centrosinistra, magari guardando a chi abbia una comprovata reputazione internazionale e sappia parlare ai ceti medi che un agglomerato di sinistra-sinistra potrebbe non convincere. Andrebbe ripristinata la buona pratica democristiana dei tempi d’oro, quando i segretari di partito non venivano proiettati a Palazzo Chigi per evitare il cumulo di incarichi e il sovrappiù di potere.
Comunque, di certo il 23 marzo è partita la campagna elettorale per le politiche: prepariamoci ad un anno con l’elmetto sulla testa.















