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I No Kings nelle piazze: voci dell’altra globalizzazione vanno all’attacco di Trump
No Kings è diventato un brand mondiale, condiviso da Boomers e Millennials. Oltre le proteste, cominciate sulle strade delle capitali yankee, che aumentano di volta in volta e che si estendono alle più diverse latitudini: Non vogliamo Re
L’altra globalizzazione, non limitata ai mercati, dal profilo culturale, più politica e tecnologica sembrava una chimera, invece è realtà. Inconsapevolmente, generando il caos, Trump ha creato l’anti-Trump, più grande e più forte di quanto un americano irragionevole, megalomane e collerico come lui potrà mai essere. No Kings è diventato un brand mondiale, condiviso da Boomers e Millennials. Oltre le proteste, cominciate sulle strade delle capitali yankee, che aumentano di volta in volta e che si estendono alle più diverse latitudini: Non vogliamo Re. Non siamo sudditi, proteste, cementate soprattutto dal brutale disegno egemonico sul Medioriente di marca israelo-americana, si sta saldando ovunque quel «Patto» tra le generazioni, che l’era digitale aveva annientato.
I più giovani, per troppo tempo abulici e inconsistenti, sottovalutati per la loro estraneità a un presente peraltro infiacchito nei valori e senza orizzonti, si ritrovano finalmente nello stesso obiettivo, che altri giovani, all’epoca figli e nipoti del dopoguerra, avevano fatto proprio: prendere in mano il destino e costruirlo. Come loro, stanno riscoprendo le passioni. Possono scendere in campo per difendere la Costituzione, come è appena accaduto in Italia, ma anche nel nome dei diritti umani. Naturalmente, lo fanno nella versione che esprime il tempo attuale, effetti digitali compresi, con i cappellini da baseball a rovescio calati sugli occhi, le connessioni d’obbligo e i social a manetta, si somma però la consapevolezza di quale sia il disastro provocato dal primato della forza, che arriva a giustificare l’abuso. Ovvero le guerre illegittime per trarre profitti, le smisurate violenze su chi non ha la pelle bianca, la mano regolarmente in tasca per pagare il prezzo della solidarietà e dell’eguaglianza negate.
In sostanza, se negli anni ‘60 e ‘70 (benché sarebbero seguiti gli anni di piombo) i Boomers e i loro nipoti si erano lasciati dietro le spalle le macerie degli imperialismi sconfitti, i Millennials pare che abbiano compreso che tocca evitarne di nuovi, altrettanto miopi e feroci. Come sempre accade, il nastro della Storia tornerà ad avvolgersi, eppure, se non ora quando? L’interrogativo, posto dalle donne, già da qualche anno, in una visione a periscopio, che abbraccia invece di escludere e che non si declina con i muscoli, oggi si ripropone perché potremmo essere a fine corsa. Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo sosteneva che «se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi» – e siamo stati per anni d’accordo - ma si poteva immaginare che la rivoluzione digitale arrivsse alla pericolosa accelerazione che ci travolge, mentre l’Intelligenza Artificiale dimentica le promesse per passare alle minacce? Oppure: che la proliferazione nucleare potesse ignorare la deterrenza, mentre è già esplosa la produzione di armi sempre più letali? E gli abusi di Trump, che calpesta chiunque gli si pari dinanzi, bianco o coloured che sia, già alleato o improvvisamente nemico, nel sottile piacere di infierire piuttosto sui più deboli, mentre una schiera di cortigiani smidollati non smette di ossequiarlo ed altri pavidi sono pronti ad emularlo? No, neanche Tomasi poteva prevedere l’implosione della globalizzazione formato 4.0. Dunque, che l’opinione pubblica, nel nuovo patto che si è ristabilito, si faccia sentire e non molli la presa: la politique politicienne del momento, per dirla alla francese che indora il grottesco, riferendosi ai politicanti senza storia né disegno, non può che tenerne conto.
Del resto, lo si sta già facendo: leggi Italia, con le misure apprestate di furia dalla premier Meloni dopo la sconfitta al referendum, ma senza lasciare fuori l’Europa, che sembra aver superato la paura di dire no all’America di Trump. La recente presa di posizione della responsabile esteri dell’Ue, Kaja Kallas, nello scontro duro con il parigrado americano Marco Rubio, a proposito del conflitto in Ucraina racconta che i conti si pagano. Che ne è della promessa di un sostegno americano per la fine della guerra, mentre gli attacchi russi si intensificano, anche sulla pacifica e bellissima Odessa, sulla costa ucraina meridionale, dove bombe sganciate per terrorizzare hanno colpito una scuola materna? E Zelensky, che rimane fermo nel suo rifiuto di cedere ai russi la regione ricchissima del Donbass per le sue risorse naturali, cosa fa? Si allea con gli Emirati. Un accordo per intercettare i droni, intanto. L’Ucraina ha bisogno di continuità nell’appoggio alla guerra che non finisce, perché no dalle monarchie del Golfo, che cercano stabilità oltre i conflitti. Kiev non può rassegnarsi alla deriva del silenzio, mentre la scena è occupata dal blocco dello stretto di Hormuz, nel collo di bottiglia del Golfo Persico e dal rischio di un altro blocco allo stretto di Bab al Mandeb tra lo Yemen e le coste africane del Somaliland.
Sarebbe? Uno staterello di nuovo conio. Per una trentina d’anni, poco di più di un’entità geografica sotto la guida di un improbabile presidente. Tre mesi fa, nel periodo di Natale, riconosciuto da Israele, unico paese al mondo, come stato sovrano. Nella strategia dello scaltro Netanyahu – ricordiamolo- accusato di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale, la possibilità di prendere due piccioni con una fava. Vale a dire: primo, creare un avamposto militare proprio di fronte alle coste yemenite, territorio dei miliziani Houthi ostili a Israele, già tornati a lanciare missili, dopo che l’aviazione israeliana per la terza volta ha bombardato siti nucleari in Iran; secondo, farne la terra di deportazione dei poveri palestinesi, oramai ammassati come bestie in una strisciolina dell’ex Striscia di Gaza, spazzata dal freddo, dalle piogge, dalle malattie, dalla fame e sotto il controllo militare di Israele. E il copione di Gaza, non si ripete per il Libano? Morti quotidiani soprattutto tra la popolazione civile (ben oltre 1000 in un mese, mentre gli sfollati arrivano a 100 mila), dietro il paravento di attacchi ai miliziani sciiti Hezbollah, proxy dell’Iran, disposti alla difesa ad oltranza. Dalla firma per il cessate il fuoco con Israele, nel delirio pacificatore di Trump, la situazione è solo peggiorata. Israele bombarda ogni giorno, le truppe di terra fanno il resto, la popolazione del Sud si sposta sempre più a Nord, tutti gli aggrediti hanno perso tutto, ma Israele al momento non ci guadagna. E le proteste affiorano anche lì. La guerra all’Iran, obiettivo fortissimamente voluto dal governo fondamentalista di Tel Aviv, si sta rivelando per quello che chiunque conosca il Medioriente, avrebbe potuto pronosticare: un avversario durissimo, nonostante il regime feroce degli Ayatollah- soprattutto oggi nelle mani spregiudicate dei Guardiani della Rivoluzione- che non si tira indietro, forte di una strategia collaudata nel tempo.
L’arroganza muscolare, spesa nel confronto tra israeliani e americani, si frantuma dinanzi al bastione persiano, che non ha mai conosciuto dominazioni, vantandosi a pieno titolo di discendere da Ciro il Grande. Servirebbe una exit-strategy che non facesse perdere la faccia agli uni, né agli altri, dopo un mese di esplosioni continue, con gli arsenali impoveriti e le macerie ovunque, mentre i mercati continuano a fibrillare, ma la via d’uscita non si trova. La exit strategy arranca. In Pakistan, snodo strategico dei negoziati, si incontrano i mediatori senza le parti. Cliché già fallito, nel caso dell’Ucraina e di Gaza, le altre due perle della corona di Trump. Lui si si infuria, minaccia sfracelli. Afferma, smentisce, cavalca l’ambivalenza quotidiana per rassicurare i mercati, ma anche le opinioni pubbliche, testimoni di una guerra senza strategia, pericolosa però come non mai e sanguinosa come sempre. Lui che ha minacciato anche gli alleati europei di abbandonare la Nato, cosa racconterà ai suoi elettori all’appuntamento di midterm nel prossimo autunno? Da dove inizierà: dall’amicizia particolare con lo zar di Mosca, non proprio al centro degli interessi americani o dai dazi, sperando che nel frattempo la pesante situazione economica americana sia riuscita in qualche modo a temperarsi?
Riuscirà ancora una volta a cambiare l’acqua in vino, illustrando i suoi mirabolanti successi per la pace, costati vite, devastazione e soldi nella destabilizzazione globale?
Anche il suo giardino di casa – come la dottrina Monroe, anzi Donroe (gioco di parole, perché il tycoon se l’è cucita addosso) - è tutt’altro che rigoglioso. Dal Nord delle Americhe, all’Isola di Cuba, che lo stesso Trump – ha usato un’espressione che avrebbe voluto essere spiritosa, risultata invece sinistra- ha messo nel mirino a breve termine. L’ex fortino del Lider Maximo sembra aver raggiunto l’agonia. Gli abitanti, stretti da un embargo spietato, vivono la peggiore crisi economica dei tempi moderni. Non hanno cibo, non arrivano medicine, si vive al buio tra i blackout che si rinnovano, non si entra né si può uscire. Cosa può spaventarli, ancora? E nel paradosso, anche questa volta, le simpatie non sarebbero dalla parte di Trump. Ferma il giro, una nota inattesa s pubblicata su America Magazine, l’autorevole periodico dei gesuiti americani, molto vicino a Papa Francesco e prossimo anche all’attuale Pontefice, Leone XIV. Il titolo è esplicito: Il governo degli Stati Uniti è in guerra con la Chiesa cattolica. Non solo, l’editorialista, ben noto negli ambienti vaticani, arriva a definire l’attuale amministrazione della Casa Bianca: una potenza ostile. Quasi tutte le politiche interne e internazionali di Trump sono passate al setaccio per mostrare la frattura insanabile sulla strada tracciata da Dio: dalle guerre, alle politiche migratorie, fino ai fatti di Minneapolis.
Sicuramente un colpo duro, per il progetto MAGA, sponsorizzato come messianico. Nel segno del cambiamento possibile, è larga la scelta delle priorità.