l'analisi
Sbagliato polarizzare, non basta la maggioranza per cambiare la «carta»
Il referendum costituzionale conferma una dinamica ricorrente nella storia repubblicana: le riforme approvate da una sola maggioranza politica, quando diventano terreno di scontro tra schieramenti, faticano a superare il vaglio del voto popolare
Il referendum costituzionale di ieri conferma una dinamica ricorrente nella storia repubblicana e cioè che le riforme approvate da una sola maggioranza politica, quando diventano terreno di scontro tra schieramenti, faticano a superare il vaglio del voto popolare.
Non è una legge matematica, il merito delle riforme conta, ma l’esperienza degli ultimi venticinque anni mostra che, quando il referendum ex articolo 138 si carica di significato politico, tende a trasformarsi in un giudizio sulla maggioranza che quella riforma ha scritto, più che sul contenuto della riforma stessa. Per comprendere il risultato di ieri, vale la pena guardare ai precedenti.
Nel 2001, con la riforma del Titolo V, il centrosinistra portò a casa una vittoria ampia. Fu, però, una vittoria con bassa affluenza, scarsa politicizzazione e quasi assenza di opposizione. Il centrodestra, appena tornato al governo, non fece di quella consultazione una battaglia identitaria, anche perché su alcuni contenuti come il rafforzamento delle autonomie, vi era una convergenza implicita. Quella riforma passò non perché fosse di una parte, ma perché non fu percepita come contro l’altra parte. Il 2006 segna il cambio di paradigma. La riforma voluta dal centrodestra viene respinta dal 61% degli elettori. Il referendum diventa uno scontro frontale tra coalizioni e un giudizio politico sul governo appena sconfitto alle elezioni. Nel 2016 lo schema si ripete e si intensifica: la riforma promossa dal governo Renzi viene bocciata dal 59% dei votanti, al termine di una campagna fortemente polarizzata, in cui il fronte del No si salda trasversalmente, includendo tutte le opposizioni e una parte della stessa maggioranza.
Il 2020 rappresenta un caso diverso. La riduzione del numero dei parlamentari viene approvata con quasi il 70% dei voti. Ciò avviene, però, in un contesto di ampia convergenza politica e con un quesito percepito come semplice e immediato. In assenza di una contrapposizione netta tra schieramenti, il referendum perde la dimensione di scontro e il corpo elettorale non si polarizza.Il 2026 riporta il sistema dentro una dinamica più tradizionale. La riforma sulla separazione delle carriere, sostenuta dalla maggioranza di governo, si è trovata di fronte a un fronte contrario composto dalle opposizioni e sostenuto da una parte significativa della magistratura. Non è stato solo uno scontro politico, ma anche un confronto tra poteri dello Stato, che ha inevitabilmente contribuito ad alzare il livello di conflittualità.
Quando una revisione costituzionale viene approvata senza un consenso ampio e si inserisce in un clima di forte contrapposizione, il referendum tende a diventare il luogo in cui l’opposizione, sia politica che sociale, si ricompone e si rafforza. In questo senso, una maggioranza parlamentare, pur pienamente legittima, rappresenta inevitabilmente solo una parte del Paese. Quando interviene sulla Costituzione senza coinvolgere in modo significativo le altre forze politiche, espone quella riforma a un giudizio più ampio e meno controllabile. Il quesito referendario, per sua natura binario, accentua questa dinamica, semplificando una materia complessa in una scelta netta tra sì e no. La lezione che emerge non è che le riforme di parte siano sempre destinate a fallire, ma che difficilmente possono reggere alla prova del referendum quando si trasformano in uno scontro politico aperto. Al contrario, le riforme condivise o comunque non fortemente divisive hanno maggiori probabilità di essere confermate.
Il risultato odierno non esaurisce il tema della giustizia, né chiude il dibattito sulla separazione delle carriere ma pone, ancora una volta, una questione di metodo. Se l’obiettivo è modificare l’equilibrio costituzionale, non basta disporre di una maggioranza parlamentare. È necessario costruire un consenso più ampio, capace di reggere non solo nelle Aule, ma anche davanti al giudizio diretto dei cittadini.