al voto
L’ottavo vizio capitale degli italiani il buttarla in politica
Ed è tutto l’universo che ormai sembra in preda alla lottizzazione: nessuno è risparmiato, nessuno può esimersi. Anche quando la questione non ha nulla a che fare con la politica
Aggiorniamoci: i vizi capitali non sono più sette. Ai «soliti» superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia – tutti ben praticati in modo eccellente dall’umanità – si è aggiunto l’ottavo più diffuso vizio del popolo italico: il buttarla in politica. Non c’è purtroppo un sostantivo unico capace di riassumere queste parole, perché se diciamo «strumentalizzazione» o «polarizzazione», non basta.
No… è quel «buttarla in politica» che rende meglio l’idea. È un’espressione completa, quasi ci mostra il lancio effettivo di ogni questione di merito o di buon senso nelle pastoie, nella melma, nelle diatribe e nelle ripicche di stampo strettamente politico. Un «paesaggio» che spesso è incredibilmente personalizzato, complice la nostra era populista.
Guardiamoci attorno. Aiuto! Domenica 22 e lunedì 23 siamo chiamati a votare su un referendum che è cruciale per la nostra storia democratica, eppure, quanto poco ne è stato approfondito il contenuto. Rischiamo di cambiare (senza quorum) alcuni articoli della Costituzione, un’operazione serissima sulla quale abbiamo sentito più polemiche che fatti, più offese che idee, con quel pericolo costante della disinformazione, male classico della nostra era attuale, quella dell’infodemia. Affoghiamo (in)felici nella sovrabbondanza di informazioni sbagliate, esagerate, lottizzate.
Ed è tutto l’universo che ormai sembra in preda alla lottizzazione: nessuno è risparmiato, nessuno può esimersi. Anche quando la questione non ha nulla a che fare con la politica. Negli ultimi mesi, un caso dopo l’altro, una recrudescenza dell’ottavo vizio capitale. Destra, sinistra nella canzone di Sal da Vinci a Sanremo; destra, sinistra nel caso della famiglia nel bosco. Non c’è più possibilità di avere un’opinione slegata, come se il modo di pensare critico e personale fosse passato di moda, anzi, non è nemmeno diventato vintage, ma davvero introvabile, inconcepibile.
Per non parlare degli screzi sull’arte: la Biennale di Venezia, un paradiso per gli occhi e per il cuore di chi riesca a visitarla, è al centro di un’arena di litigi (questa volta tra anime della stessa destra, a quanto pare) per la presenza della Russia. Giuli versus Buttafuoco e viceversa. Persino chi si schiera alla fine lo fa solo perché appartiene a questa o a quell’area ed è come se il vizio di buttarla in politica fosse più irrinunciabile della pruriginosa lussuria.
Che poi, se vogliamo, questo ottavo vizio riassume tutti gli altri sette. Chi la butta in politica è anche assillato dall’invidia per l’altrui successo, dalla superbia che da sempre anima gli inetti, dall’avarizia dettata dalla voglia di guadagnare consensi e prebende, dall’eterna invidia o dall’ira che vediamo quotidianamente in ogni dove. Golosi di notorietà, accidiosi e indolenti nel formarci un’idea nostra, viva, vera. Ma possibile che non possiamo più pensare con la nostra testa?
E accade non solo in Italia. In Russia, va in guerra anche un simpaticissimo peluche che ha le orecchie tonde come il nostro Topolino: si chiama Čeburaška ed è la risposta russa a Mickey Mouse dal giorno in cui è nato, nel lontano 1966. Insomma, ora ci si divide anche su questo Topolino russo che di recente si è trasformato in un Rambo e fa propaganda di Mosca anche contro l’Ucraina, nemmeno rispettando l’idea del suo disegnatore, il quale sin da subito condannò l’invasione della Crimea. Bene, ora che il Walt Disney russo è morto, il Če (attenti a leggere bene, è l’abbreviazione del pupazzo Čeburaška e non il Che!) fa Minculpop, festeggia le imprese di Mosca e diventa eroe di guerra.
Non che sia una novità, perché purtroppo ci sono stati tanti fumetti trasformati in propaganda, anche in Occidente, in Giappone e in Corea del Nord. Per non parlare degli scrittori prezzolati, del mondo a comando che permea ogni professione. Chi ci salverà?
Però che tristezza. Il fatto è che dietro tutta questa «gettata in politica» c’è un piano ben preciso. Tutto congiura verso la voglia di strumentalizzare in modo da non far capire. Attenzione, questo è il trucco: più si lancia in alto a stridere, più si urla la polemica e meno si ha la possibilità di approfondire, chiarire, rispondere. Buttarla in politica è più facile che decidere. E dire che dovevamo parlare e votare sui diritti, che ci riguardano ogni giorno. Invece no: anche i diritti dell’umanità diventano di destra o di sinistra. Dalla giustizia ai migranti, si dimentica che tutto è esercizio di democrazia e questa fa parte di noi umani. Sì, umani non politici. Sono valori, essenza della nostra esistenza, ai quali non possiamo rispondere con gli otto vizi capitali.