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Il caos della guerra e la strana illusione di un nuovo ordine
«Se la guerra, questa guerra che miete vittime con la brutalità e la ferocia dei tempi antichi, non fosse altro che il precipitato di una mutazione profonda di noi tutti?»
«Decido io il successore». «Resa incondizionata»… Si direbbe che solo il Donald, attraverso battute secche e convinzioni sferzanti, abbia in mano le sorti del pianeta. Di sicuro, nell’assenza di titubanze, il presidente ha almeno confermato una delle leggi della grammatica del potere: le guerre le lanciano i capi ma le fanno e le patiscono i sudditi.
Gli stessi che in queste settimane, nei diversi ruoli, da apicali a di puro servizio, dalle diplomazie agli armamenti, assistono disorientati a questa guerra continua che si diffonde a macchia. Senza nutrire una ragione che sia visibile e plausibile sino in fondo. Per questo, allora, vanno cercate motivazioni più profonde di quelle che fino ad oggi, secondo un modo di pensare tradizionale, hanno provocato l’accendersi di conflitti.
Si affastellano i quesiti. La guerra è un mezzo per sconfiggere l'altro? Per imporre un nuovo ordine? Per incutere la paura? Non dimentichiamo che, dalle origini del mondo, l’uso offensivo o difensivo della guerra nasce in primo luogo da una condizione dell’uomo, l’insicurezza, che ha accompagnato la storia nella sua evoluzione. Ma se nei secoli, dunque, l'uso strumentale della guerra come antidoto alla insicurezza è prevalso, che succede oggi? La guerra sviscerata, temuta, invocata, respinta, agognata, diventa un fine a sé stesso. E come tale abbiamo ancora più difficoltà a capirla.
E allora, bloccati come siamo sul senso, le domande diventano più ostiche. E abbiamo il coraggio di chiederci: se la guerra, questa guerra che miete vittime con la brutalità e la ferocia dei tempi antichi, non fosse altro che il precipitato di una mutazione profonda di noi tutti? Una mutazione che è andata maturando in questi ultimi anni come effetto cumulativo di alcuni schiaffi significativi ricevuti dalla nostra specie?
Le guerre vengono sferrate dai potenti della terra ma nascono e si sviluppano dalla somma di condizioni che maturano nella mente e nelle condizioni di vita degli uomini. Sono i grandi a scrivere la storia ma sono gli individui a viverla. In principio fu la grande insicurezza a ferire l'animo dell'uomo e a generare la diffusione dell'irrazionale collettivo.
Questo a sua volta è nato da una sommatoria dell'irrazionale singolo, le paure degli individui, le frustrazioni che si ergono intorno a noi e non superiamo. Il ritorno della guerra infine si impone come il terzo atto della tragedia che sta vivendo la nostra civiltà come grande illusione. Uno schema semplice può essere costruito per adagiarci anche noi in interpretazioni plausibili di stati d'animo e situazioni che si ripetono nella storia dell’uomo. In principio è stata la grande pandemia che ha prostrato le sicurezze e la ubris dell’umano che non sapeva spiegarsi come l’infinitamente piccolo insidiava la vita e la scienza.
Piano piano siamo scivolati dal singolo malessere a una sommatoria che non salva l'individuo ma aggrava gli stati d'animo collettivi. E qui arriva il momento più dirompente che è quello dell'illusione delle guerre come momento liberatorio, catartico, appunto l’illusione che le schermaglie e gli scontri possano restituire gli equilibri e la pace. Così non è perché la guerra è anche il governo del caos e del disordine. Scaturirà un nuovo ordine? No, ed è questa la grande illusione rispetto alla quale dobbiamo fermarci. Prima che sia troppo tardi.