il commento
Legge elettorale e giustizia, un investimento sulla governabilità del Paese
Partiamo da un presupposto, tanto ovvio quanto necessario: a nessuno piace perdere. Un presupposto che vale a maggior ragione quando sconfitta, vittoria o pareggio riguardano le elezioni politiche
Partiamo da un presupposto, tanto ovvio quanto necessario: a nessuno piace perdere. Un presupposto che vale a maggior ragione quando sconfitta, vittoria o pareggio riguardano le elezioni politiche, ovvero quelle consultazioni da cui dipende la composizione del Parlamento e da cui scaturisce, nell’alveo del modello della democrazia rappresentativa, la nascita di un governo. Auspicabilmente di legislatura. Se c’è una certezza che deriva dall’analisi dell’attuale contesto politico, connotato dalla leadership di Giorgia Meloni e dal primato della coalizione di centrodestra, essa è rappresentata dalla stabilità dell’esecutivo. Stabilità garantita dai partiti vincitori delle elezioni politiche del 2022, in occasione delle quali la Meloni si presentò davanti agli italiani con il claim «pronti». Sì, pronti a mettere a disposizione degli altri la visione politica e la propria esperienza amministrativa e pronti ad assumersi la responsabilità della guida del Paese. Governi stabili, interlocuzioni internazionali efficaci, reazioni positive dei mercati grazie alla credibilità personale della premier e alla spendibilità del progetto politico nel medio e lungo periodo, non solo nel breve.
È questa la motivazione ufficiale della presentazione da parte del centrodestra del disegno di legge di riforma della legge elettorale. Motivazione che stride con le interpretazioni di quegli analisti politici che in queste ore stanno parlando di una maggioranza pronta a blindarsi nel caso in cui i No al referendum sulla giustizia dovessero prevalere sui Sì e che puntano a mettere in evidenza forzature al limite della costituzionalità. Attenzione, quando si parla di esigenze di governabilità e di stabilità politica ci si riferisce, almeno sostanzialmente, a due necessità che si evidenziano sia a livello politico, sia a livello istituzionale: da un lato scongiurare il pericolo del pareggio alle prossime elezioni ed evitare la costituzione di maggioranze risicate; dall’altro avere ruolo e capacità di impatto nella scelta del prossimo Presidente della Repubblica, a scadenza del secondo settennato di Sergio Mattarella.
Si contesta alla maggioranza di avere scarsa sensibilità nei confronti delle opposizioni, ma così non è, visto che è proprio il Parlamento la sede in cui ricercare con Pd, Movimento Cinque Stelle, Avs, Italia Viva e Azione una possibilità di dialogo nel merito e nel metodo della riforma. È lì che vanno trovate soluzioni condivise, sempre che da parte di tutti i partiti ci sia la volontà politica di farlo. È soprattutto Fratelli d’Italia a puntare sul superamento della prospettiva dei governi traballanti e degli esecutivi tecnici, come nelle ultime ore ha ribadito con grande chiarezza e determinazione Giovanni Donzelli, citando esperienze del passato da scongiurare. Non si dimentichi che, almeno in questa prima fase finalizzata alla creazione di un testo legislativo su cui instradare la discussione con le opposizioni, la maggioranza perseguiva anzitutto l’obiettivo di ricercare una sintesi al proprio interno, ovvero tra Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi moderati, eliminando l’indicazione del nome del candidato premier. Indicazione considerata dagli alleati come un pericolo nella gestione dei rapporti dentro la maggioranza e come una forma di penalizzazione per i partiti più piccoli. Un’operazione resasi necessaria per evitare troppi schiacciamenti di ruolo tra i gruppi parlamentari della coalizione e per rappresentare plasticamente l’idea che, in fin dei conti, è tutto frutto di intese politiche. Intese da consolidare ad esito elettorale avvenuto, sapendo che il processo al quale qui ci si riferisce deve nascere dalla presa d’atto dei voti ottenuti dai singoli partiti.
L’intesa nella maggioranza è stata trovata. Il nome del premier sarà indicato solo nel programma. Ora il centrodestra punta al dialogo con le opposizioni, provando anzitutto a dimostrare che la riforma è utile a tutti e non solo alla maggioranza. La nuova legge elettorale, che non piace al Pd di Schlein, prevede un super premio nel caso in cui una coalizione superi il 40% dei voti. Prevista, altresì, la soglia di sbarramento al 3%. Alla Camera vengono assegnati alla coalizione 70 seggi aggiuntivi, mentre al Senato i seggi in più sono 35. Seggi calcolati sulla base della ripartizione proporzionale dei voti rimanenti. Se nessuna coalizione raggiungesse il 40%, sarebbe previsto un ballottaggio tra le due coalizioni che ottengono almeno il 35% dei voti. I seggi conquistati tramite il premio di maggioranza si sommano a quelli ottenuti proporzionalmente dai partiti della coalizione. Sia alla Camera, sia al Senato il premio non potrà superare il 15% dei seggi, rimanendo comunque ancorato alla soglia massima di 230 seggi a Montecitorio e di 114 seggi a Palazzo Madama. Le altre due novità sono relative al superamento definitivo dei collegi uninominali e alla presenza dei candidati in liste bloccate, con la conseguenza che si voterà solo il simbolo. I seggi verranno assegnati, infatti, seguendo l’ordine dei candidati stabilito nelle liste dai leader politici. Un sistema che si applica in entrambi i rami del Parlamento e che riguarda tutti i seggi attribuiti proporzionalmente. Mentre con la legge in vigore nei collegi uninominali l’elettore votava direttamente un candidato, in quelli proporzionali è chiamato ad esprimersi solo su un simbolo di partito o di coalizione, appunto senza preferenze.
Situazione che consente ai leader di partito di avere le mani libere sulle candidature, premiando solo quei candidati che sono funzionali ai propri disegni. Il cosiddetto «Rosatellum» prevedeva, invece, un sistema ibrido: maggioritario uninominale per il 37,5% e proporzionale per il resto con possibilità di scegliere i candidati. È questo il motivo per cui le opposizioni (che pure trarrebbero vantaggio da questa norma, visto che potrebbero far scegliere ai propri leader i propri rappresentanti in Parlamento) parlano, con una certa dose di ipocrisia, di assemblee elettive composte da «nominati» e non da «eletti». E di proposta irricevibile.
Ci si domanda se le posizioni del Pd, del Movimento Cinque Stelle e di Avs resteranno iper-critiche fino alla fine o se, invece, ci sarà un ripensamento anche in base a valutazioni utilitaristiche. Sebbene al momento non si vede all’orizzonte una consistenza elettorale del campo largo tale da rappresentare una reale alternativa al governo Meloni. I Cinque Stelle, ai quali premono soluzioni che evitino l’appiattimento sui Dem, potrebbero risolvere con questa legge elettorale l’impasse delle primarie di coalizione, mentre Avs potrebbe avere la propria convenienza a non alterare troppo la riforma elettorale del centrodestra, posto che potrebbe ottenere qualche seggio in più, mantenendo la propria distintività a sinistra. Lo sbarramento al 3%, poi, di certo non penalizza i partiti più piccoli come Azione e Italia Viva. Fratelli d’Italia, pur di agevolare una soluzione alla polarizzazione, si dichiara disponibile a reintrodurre le preferenze.
Alcuni analisti si stanno cimentando in queste ore in simulazioni elettorali. Il sondaggista Antonio Noto sostiene che se si applicassero i sondaggi di questi giorni alla nuova legge elettorale, il centrodestra sarebbe in vantaggio anche con il movimento di Vannacci fuori dalla coalizione e anche in caso di collocazione terzopolista da parte di Calenda. L’attuale maggioranza di governo raggiungerebbe, infatti, il 47,5% di consensi che, considerando il premio di maggioranza, significherebbe poter contare su un numero di seggi che oscilla tra i 220 e i 242 alla Camera, contro la forbice dei 138-152 attribuibili al campo largo. Parallelamente, l’analisi condotta da Lorenzo Pregliasco di Youtrend segnala come l’unione di forze che va da Avs, +Europa sino a Italia viva, Pd e M5S perderebbe seggi, poiché la quota di consenso sarebbe insufficiente ai fini dell’assegnazione del premio di maggioranza. Ovviamente sono dati da prendere in considerazione con molta prudenza per due ordini di motivi. Il primo: occorre verificare la fluttuazione dei voti in base al momento in cui ci si recherà alle urne. Del resto, un conto è votare a scadenza della legislatura, altro è farlo anticipatamente. Il secondo: non si può omettere di valutare la presenza di alcune variabili in campo, come per esempio quelle relative a partiti concorrenti e quelle inerenti la definizione di un nuovo assetto politico dentro e tra partiti e coalizioni. Si pensi alla tensione già in atto tra la componente riformista del Pd e quella che fa capo alla segretaria in vista delle candidature per la prossima legislatura. La prima teme di essere tagliata fuori.
Ci si chiede quali effetti la nuova legge elettorale avrà non solo sull’astensionismo, ma anche sulla riforma del premierato. Anche in quest’ultimo caso sono governabilità e stabilità a rappresentare il criterio guida da adottare per interpretare le prossime mosse.