Il commento

La riforma della magistratura è un piccolo passo che però non va cancellato

nicola rosato

Alla base del prossimo referendum sulla separazione delle carriere di magistrati inquirenti e magistrati giudicanti c’è un antico e fondamentale principio di civiltà giuridica, messo in ombra da un dibattito non di merito ma di pregiudiziale contrapposizione politica tra destra e sinistra

Alla base del prossimo referendum sulla separazione delle carriere di magistrati inquirenti e magistrati giudicanti c’è un antico e fondamentale principio di civiltà giuridica, messo in ombra da un dibattito non di merito ma di pregiudiziale contrapposizione politica tra destra e sinistra.

L’Illuminismo lombardo, sulla scia della teoria della separazione dei poteri di Montesquieu, con Cesare Beccaria, nell’introduzione a Dei delitti e delle pene, così si esprime: «Il sovrano, che rappresenta la società medesima non può formare che leggi… ma non già giudicare che uno abbia violato il contratto sociale… Egli è dunque necessario che un terzo giudichi della verità del fatto». Oggi, a rappresentare la «società» è ovviamente il pubblico ministero, ma l’esigenza di tenere separato chi accusa qualcuno di aver violato «il contratto sociale» da chi deve accertare se il fatto sia vero non viene scalfito dall’evoluzione degli ordinamenti istituzionali nel tempo. Il fascismo la cui magistratura indipendente non fu, si tenne alla larga da questi princìpi. Ma perché la Costituzione ha mantenuto l’unificazione formale delle carriere? I padri costituenti commisero un peccato di ingenuità pensando che l’autogoverno della magistratura con un organo ad hoc, il CSM istituito però soltanto il 1958, fosse sufficiente a correggere l’ordinamento fascista. La soluzione, certo, ha funzionato per l’indipendenza della magistratura dal Governo retto da princìpi democratici. Ma non dalle correnti ideologizzate della magistratura stessa.

I padri costituenti non potevano prevederlo. L’Associazione Nazionale Magistrati, scioltasi volontariamente per non essere sciolta d’imperio dal fascismo e ricostituita nel 1945, a cavallo degli anni ‘60 e ’70, con la comparsa dei pretori d’assalto, che diedero origine ad una giurisprudenza che pretendeva di colmare carenze normative, dismette gradualmente i caratteri di «apoliticità» e di «asindacalità» sanciti statutariamente. È da quel momento che la magistratura comincia ad invadere lo spazio del potere legislativo fino ad impedire le soluzioni politiche di Tangentopoli con il risultato che, come lo stesso procuratore capo di Milano Saverio Borrelli ha ammesso, «non valeva la pena di buttare all’aria il mondo precedente per cascare poi in quello attuale».

Le distorsioni che il potere delle correnti ha prodotto e gli scandali venuti in luce negli ultimi anni, che anche qui in Puglia hanno coinvolto alcuni pm, sono la prova che le associazioni né apolitiche, né asindacali che fanno il bello e il cattivo tempo nell’organo di autogoverno della magistratura vanno disarmate. Il rafforzamento della garanzia di un giudice terzo, libero da qualsiasi ombra di condizionamenti provenienti da una promiscuità con la magistratura inquirente, non sfiorato dal minimo sospetto come la moglie di Cesare, che appare ed è, come quasi sempre in effetti è, equidistante dalle parti in causa, non è – a ben vedere – il risultato principale della riforma; è una conseguenza, un effetto secondario rispetto al ridimensionamento del potere delle correnti.

Ma a dare senso alla riforma concorrono anche altre ragioni, tecniche, come il completamento della riforma Vassalli che ha introdotto il rito accusatorio, e di coerenza politica, o di onestà intellettuale, come si diceva una volta. Dopo la caduta del muro di Berlino, in Italia dirsi liberali è divenuto un mantra, un atto di fede. Ebbene, questa riforma ci allinea a tutti i Paesi liberali mentre ora siamo nella non entusiasmante compagnia di pochi altri, come Turchia, Bulgaria e Romania.

Secondo una visione apocalittica di chi è contrario alla riforma staremmo invece precipitando in uno stravolgimento dei fondamenti della nostra vita democratica. La riforma non tocca né sottopone a direttive del governo l’obbligatorietà dell’azione penale. Regola, con un procedimento neutro, il sorteggio dei componenti togati e laici da elenchi rigorosamente basati su requisiti oggettivi di competenza e profilo etico, la nomina sei due Csm, come già avviene per la nomina dei giudici del Tribunale dei ministri. Mantiene l’autogoverno della magistratura e rende indipendente il potere disciplinare affidato ad un Alta Corte.

Dove sia lo stravolgimento della Costituzione proprio non si vede. Di una Costituzione che, poi, così bella, come si dice, non è se ancora inseguiamo la stabilità dei governi, l’equilibrio dei poteri regionali, la singolarità di una Repubblica fondata sul lavoro, elevato a principio cardine della democrazia, come compromesso con la idea del PCI togliattiano di fare dell’Italia una repubblica dei lavoratori, che sarebbe crollata come è crollata l’URSS. Il cammino per uno Stato liberale è lungo e accidentato.

Beccaria ci ha anche spiegato che «le macchine politiche conservano più di ogni altra il moto concepito e sono le più lente ad acquistarne uno nuovo». La riforma della magistratura è un piccolo passo che non ci farà male. Annullarla, invece, sì.

Privacy Policy Cookie Policy