Il commento

Quando anche Togliatti criticava il «pieno autogoverno dei magistrati»

Bruno Vespa

All’inaugurazione dell’anno giudiziario presso la Cassazione la parola referendum, pur non agitata espressamente, è stato il fantasma comparso dappertutto

All’inaugurazione dell’anno giudiziario presso la Cassazione la parola referendum, pur non agitata espressamente, è stato il fantasma comparso dappertutto. Ha ragione il primo Presidente della Cassazione quando dice che «l’autonomia e l’indipendenza della magistratura non sono un privilegio, ma presupposti perché il giudice sia sempre imparziale». E ha ragione il Procuratore Generale quando sostiene che lo scontro tra giudici e politica ha raggiunto livelli inaccettabili e che una «giurisdizione sfregiata non giova a nessuno». Ma né l’uno, né l’altro possono sottovalutare gli inconvenienti interpretativi, per usare un eufemismo, le esondazioni di alcuni magistrati che sono alla base degli scontri degli ultimi anni. Esondazioni e scontri da tempo prevedibili.

Colpisce infatti che fin dal 1946, nei lavori preparatori dell’Assemblea costituente, un gigante dell’antifascismo e del diritto come Pietro Calamandrei temesse addirittura che «con un corpo di magistrati completamente indipendente che deciderebbe delle nomine e auto eserciterebbe la disciplina, si potrebbero verificare i conflitti con il potere legislativo o con l’esecutivo in quanto la magistratura potrebbe per esempio rifiutarsi ad applicare una legge o attribuirsi il potere di stabile i criteri generali di interpretazione delle leggi». Cosa puntualmente verificatasi ancora ottanta anni dopo.

Calamandrei - e non Licio Gelli - proponeva di designare un alto magistrato Procuratore generale e Commissario della Giustizia nominato dal Presidente della Repubblica su designazione della Camera come organo di collegamento tra Magistratura e Governo. «Parteciperebbe con voto consultivo alle sedute del Consiglio dei Ministri e risponderebbe di fronte alle Camere del buon andamento della legislatura».

D’altra parte, Palmiro Togliatti – e non Licio Gelli - nella stessa sede sosteneva che «il pieno autogoverno della Magistratura non è accettabile democraticamente» e «che il Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura deve essere il Ministro della Giustizia». (E Alberto Malagugini, già deputato comunista e giudice costituzionale, amico di Cossiga, lo metteva in guardia dall’attaccare i magistrati «altrimenti ci ammazzano»).

Alla fine, i costituenti concordarono un testo più equilibrato, ma sbagliano i sostenitori del No a dire che la riforma stravolge la Costituzione quando invece paradossalmente specifica e rafforza l’autonomia del pubblico ministero meglio che nel testo entrato in vigore nel 1948. Si può votare legittimamente a favore contro la riforma, ma l’Associazione magistrati non giova alla propria autorevolezza invitando a votare No se non si vuole che i giudici vengano assoggettati al potere politico. Per questo Nordio ha usato un termine molto forte – «blasfemo» – per denunciare chi accusa il governo di voler attentare all’autonomia della magistratura.

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