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Quell’«anatema» di Trump, la pace è l’obiettivo solo per un premio Nobel
A nulla serve l’epopea dei conflitti e il prezzo pagato dalla umanità. Le guerre sopravvivono alla pace e guidano il mondo verso il cataclisma
«Considerando che il vostro Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato 8 guerre in più, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla Pace, anche se sarà sempre predominante, ma ora posso pensare a ciò che è buono e giusto per gli Stati Uniti d’America».
E che significa questo pensiero di Trump, espresso con tanta lucidità nella lettera al premier norvegese? In primo luogo sembra ancora stizzito perché si aspettava il Nobel dopo il successo dei conflitti da lui fermati. Ma Trump introduce un altro concetto, ben più arduo, la comparazione, sia pure non esplicita, tra la pace e ciò che può essere buono e giusto per un popolo come quello degli Stati Uniti d’America.
E che non insinui che pensare e praticare la pace non è di per sé sempre buono e giusto?
Ma è proprio così? È una affermazione che ha fondamenti? Si potrebbe ampliare il discorso e arrivare a dire, per paradosso, che, se non sempre è buono e giusto, comunque esistono alcune situazioni e condizioni in cui, allora, non la pace ma la guerra sia buona e giusta per un popolo?
Bisognerebbe però provarlo. Ignorando le ecatombi e le distruzioni provocate da alcune guerre, gli strascichi di odio e violenze che queste si portano. Chiedendolo ai popoli, in particolare a quelli che stanno vivendo situazioni belliche, per esempio il popolo russo o quello ucraino, l’un contro l’altro armati in questo altro inverno di sofferenze. Al paesaggio di droni e distruzioni preferirebbero una tranquilla vita, di quelle che si spendono nella quiete di una anonima felicità. Ma potremmo anche chiederlo ai derelitti di Gaza in perenne stato di moto. E a tutti gli uomini che perdono affetti e vita, mezzi di sostentamento e sicurezza quando vengono coinvolti in conflitti.
E che ne pensano le opinioni pubbliche del mondo? Oggi che la loro presenza è sempre più affievolita dall’immanenza delle informazioni in tempo reale è a questi popoli silenziosi che bisogna chiedere se la pace non è sempre buona e giusta di per sé.
E dovremmo chiederlo soprattutto agli sconfitti, che sono quelli cui preme di più avere spazio in un mondo di serenità. Ma delle guerre come della storia sono soprattutto o quasi sempre i vincitori a imporre il loro racconto. E infatti a nulla serve l’epopea dei conflitti e il prezzo pagato dalla umanità. Le guerre sopravvivono alla pace e guidano il mondo verso il cataclisma.
Ma se i secoli passati ce ne hanno lasciato un ricordo terrificante, ai nostri giorni l’immanenza ci distrae dalle analisi del futuro impedendoci di capire che sono proprio le guerre il maggior nemico dell’uomo perché minano alla base le radici e più ancora le propaggini dell’uomo. La pace invece è sempre buona e giusta perché ripristina le condizioni di vivibilità e di reciproca convivenza di una umanità che dovrebbe essere uscita dai secoli bui. Per questo un’affermazione come quella di Trump suona come un anatema sulle sorti dell’umanità.