società

Sesso, affetti e social: c’è una lezione che non si può rinviare

enrica simonetti

In queste ore, in cui si sprecano tante parole, anche pubblicando post sugli stessi social che ormai sono il male dell’universo, serve battere il tasto sull’azione

Compagni coltelli: per la foto di una ragazza pubblicata su Instagram, si può perdere la vita a scuola, con un fendente nel fianco, con un delirio di possesso che cancella ogni lucidità. Quello che è accaduto nell’istituto tecnico di La Spezia dimostra per l’ennesima volta quanto siamo lontani dall’ancora discussa educazione sessuo-sentimentale, una necessità impellente finita nelle more delle divisioni politiche. E allora, perché non la chiamiamo educazione ai social?

Chi ha a che fare con il mondo della scuola lo sa: ci sono intere generazioni di adolescenti, ragazzini e ragazzoni capaci di diventare violenti per un like. Mettere un cuore alla ragazza di qualcuno, commentare, ironizzare su quel mondo ristretto che è diventato il mondo immenso di internet, è ormai un’operazione a rischio. Possesso, ossessione, violenza. In queste ore, in cui si sprecano tante parole, anche pubblicando post sugli stessi social che ormai sono il male dell’universo, serve battere il tasto sull’azione. È necessario sostenere immediati progetti educativi, basta con il falso bigottismo, fermiamo i silenzi e l’immobilismo bacchettone di un’umanità che, invece di progredire, si sta arcaicizzando. In un liceo barese, il Socrate, sono appena partiti corsi di educazione sessuale in collaborazione con la Asl e una cosa del genere non dovrebbe nemmeno fare notizia, perché dovrebbe essere la normalità, una visione globale, condivisa, considerata utile e necessaria.

I segnali che vediamo in giro sono inquietanti. Riflettiamo sull’uso del coltello, simbolo sin dall’antichità di forza e di potere. È in questa metafora atavica che si snoda la violenza alla quale stiamo assistendo e - come purtroppo spesso accade - ora stanno venendo fuori tante testimonianze sulla presenza di adolescenti armati in classe: ieri un nuovo episodio a Frosinone e, tanto per tranquillizzare chi stigmatizza la nazionalità del ragazzo killer egiziano, non si tratta mai soltanto di stranieri. Le etnie, i maranza, il bullismo… tutto questo qui non c’entra, perché c’entra solo il vuoto esistenziale, l’incapacità di gestire relazioni, la mancata comprensione della parola libertà.

Quanto è disarmato un ragazzo armato a scuola, quanta assenza relazionale in questa cieca violenza degli affetti? Si pensi solo all’importanza che si dà a un «mi piace», un valore grande quanto la distanza dal reale e il vuoto in cui anneghiamo. Prolifera un'estetica della violenza che sembra legata alla subcultura del gruppo: gli adolescenti s’imbevono di video così come spesso fanno i loro genitori; crescono nella convinzione che la performance e l’esposizione mediatica siano il fulcro del vivere. Non riescono a gestire i conflitti perché, se c’è di mezzo una sconfitta social è ora di farla pagare. E chi può dare lezioni di mediazione? Chi può spegnere questi incendi dell’anima? Etica, valori, sembrano parole di vecchio stampo che è difficile trovare su TikTok, mentre invece sono questi social, insieme ai coltelli, l’unico specchio in cui un ragazzo si riflette. In un mondo che ha smesso di ascoltare e di insegnare.

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