il commento
Serve un grande patto per salvare l'ex Ilva, il resto è solo fumo
Il ministro Urso parla, parla, ma non dice come intenda sbloccare la crisi della siderurgia pubblica. Una scusante ce l’ha: non può da solo affrontare un dramma industriale di tali proporzioni
Girare il fumo con la manovella. Il ministro Urso parla, parla, ma non dice come intenda sbloccare la crisi della siderurgia pubblica. Una scusante, in fondo, ce l’ha: non può da solo affrontare un dramma industriale di tali proporzioni. A dirla tutta, è diventato il capro espiatorio. Il governo, per bocca del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, sostiene di non poter finanziare un’impresa che non produce. Ed è qui che si innesta il nodo cruciale: due bandi di gara sono andati deserti. L’azera Baku Steel aveva mostrato interesse, sine qua non fosse stato portato il gas al polo DRI tramite una nave rigassificatrice off-shore. Ma il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, si è opposto, arrivando a dimettersi per 48 ore salvo poi indossare nuovamente la fascia tricolore.
Un atteggiamento ondivago, che non giova alla già compromessa situazione dello stabilimento. La sua dichiarazione rilasciata prima dell’incontro a Palazzo Piacentini - pur solidarizzando con chi ha scelto di non esserci e con le istituzioni locali e regionali liguri presenti e con la partecipazione di Michele Emiliano: suo ultimo atto di presidente della Puglia - e la critica al governo per la doppia convocazione separata Nord-Sud si chiude con un affondo: no alla «vendita a pezzi dell’ex Ilva», che priverebbe Taranto di una quota strategica di mercato e condannerebbe l’intero sistema siderurgico nazionale all’incertezza. Le delegazioni sindacali, come palline di ping pong, passano da Palazzo Chigi a Palazzo Piacentini. Urso convoca le istituzioni liguri e pugliesi, con l’inedita assenza di Fiom e Uilm, mentre Fim Cisl e Usb siedono al tavolo. La presenza dell’Usb sorprende molti - data la sua impostazione tradizionalmente massimalista - mentre Fiom e Uilm, non avendo ottenuto garanzie sul ritiro del piano a ciclo corto, scelgono di disertare.
Il nuovo piano prevede un ricorso massiccio alla cassa integrazione: da 4.550 dipendenti si salirebbe a circa 5.700, di cui 3.800 solo a Taranto. E non è tutto. Dal 1° gennaio, con lo stop delle cokerie per gli interventi di decarbonizzazione - una prospettiva che sembra più un miraggio che un cronoprogramma, vista l’assenza di investitori e l’impossibilità per lo Stato di impegnare miliardi - si arriverà a 6mila lavoratori in cassa integrazione, con il peso maggiore sullo stabilimento jonico.
I sindacati sono sul piede di guerra: vedono in questo percorso la premessa della chiusura. Urso replica: «Nessun piano di chiusura, anzi il contrario». Dove stia la verità, è difficile dirlo. Una cosa è certa: è in marcia un solo altoforno, il numero 4, con una produzione di appena due milioni di tonnellate annue. Così non si regge. L’incontro a Palazzo Piacentini si svolge in due tempi: prima Genova, poi Taranto. Forse sarebbe stato meglio non convocarlo affatto, vista l’assenza di proposte concrete. Alla fine entrambe le città tornano a casa con l’amaro in bocca: a Genova Fim, Fiom e Uilm sono unite; a Taranto, solo Fim e Usb sono presenti. Le novità? Zero. Solo una conferma: le attività di formazione riguarderanno 701 lavoratori anziché 1.550. Urso ribadisce che sono in corso negoziati con i due player che hanno partecipato alla gara, oltre a due nuovi soggetti extra-Ue. Negoziati che includono la messa a disposizione delle aree non utilizzate per favorire nuove iniziative industriali. Ma di che parla realmente Urso? «Tu vuo’ fa’ ll’americano, sient’ a mme chi t’o fa fa’». A scherzarci su, sembra riferirsi ai Fondi americani Blackrock Industries e Flacks Group. A questi si aggiungerebbero altri soggetti, rigorosamente top secret. Tra i nomi spunta EmSteel; settimane fa circolò perfino Qatar Steel, poi rivelatasi una bufala. I tecnici siderurgici di uno di questi Fondi hanno visitato lo stabilimento e presentato un’offerta simbolica, impegnandosi a finanziare i costi di ripartenza. Da indiscrezioni, l’impianto sarebbe meno disastrato di quanto raccontato da certa stampa. Resta comunque necessaria una manutenzione immediata per avviare qualsiasi percorso di decarbonizzazione. Vero che i fondi americani sono interessati, ma il loro interesse è spesso incurante dei livelli occupazionali: intervengono come avvoltoi su imprese in crisi, decotte e moribonde, per poi monetizzare vendite di aree dismesse, asset e immobili. E sulle prospettive pesano le questioni giudiziarie: il sequestro dell’area a caldo, dell’altoforno 1… Una matassa che richiede un agreement rapido tra procura, governo e azienda. Senza quello, nessun investitore serio entrerà in campo. «Siamo tutti chiamati a lavorare insieme», conclude Urso. Più veloce la decarbonizzazione, più urgente la reindustrializzazione delle aree libere. Un quadro ottimista, almeno su carta. Ma - come recita una vecchia massima sindacale - l’ottimismo va bene, purché non sia una foglia di fico.
Nel frattempo, la siderurgia europea soffre. Dal 2023 al 2024 la domanda cala; pesano ristrutturazioni, costi energetici, normative ambientali, dumping internazionale, prezzi delle materie prime. In questo quadro ogni impianto europeo a ciclo altoforno vive una crisi profonda. Alcuni hanno già chiuso: Port Talbot in Galles, Brema in Germania; e lo stabilimento di Ijmuiden, in Olanda, sta come Taranto. La siderurgia basata su carbone e minerale non regge ai costi europei, mentre nel resto del mondo si produce convenzionalmente e si vende in Italia a prezzi stracciati. La politica dello struzzo - domestica ed europea - ha responsabilità precise: inseguire, soli al mondo, il mito di Robinson Crusoe non porta da nessuna parte. Sì, si gira il fumo. Ma non è solo fumo italico. Taranto non ha più bisogno di promesse in conferenza stampa, ma di decisioni prese nella stanza dei bottoni: Palazzo Chigi. Se il governo crede davvero di difendere un polo siderurgico nazionale, deve dirlo con investimenti, tempi certi e un negoziato vero con tutte le parti sociali. Entrando nel merito occorre un patto europeo, che passi dai produttori di energia, Stati nazionali e Bruxelles. E se gli enti locali vogliono essere protagonisti, devono smettere l’altalena delle posizioni e assumere responsabilità chiare. Perché la siderurgia non si salva con il ping pong istituzionale, ma con un patto politico-sindacale trasparente: un impegno solenne sul lavoro, sull’ambiente e sulla rinascita industriale del Paese. Il resto - per dirla alla tarantina - è solo fumo che gira con la manovella.