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La riflessione

Aborto: la Costituzione Usa è interpretata male

Aborto: la Costituzione Usa è interpretata male

E in Italia non ci sono dati sull’applicazione della legge 194

26 Giugno 2022

Chiara Lalli

Chiara Lalli, giornalista e docente di Storia della medicina e Deontologia alla Sapienza di Roma, è autrice, insieme a Sonia Montegiove, del recente volume «Mai dati. Dati aperti (sulla 194)» per i tipi di Fandango Libri.

La cancellazione di Roe vs Wade da parte della Corte non è una sorpresa. Che cosa succede adesso? Non è facile rispondere ma la decisione passa agli Stati e alcuni di questi hanno già leggi molto restrittive sull’aborto. Adesso non c’è più alcun ostacolo nel vietare di abortire fin dal concepimento, in caso di rischio per la vita delle donne o a mandarle in prigione - è già successo - e ovviamente non c’è per vietare l’aborto come libera scelta, perché non si vuole un figlio o non ne si vuole un altro (molte donne che abortiscono sono già madri, questo è un dettaglio che i conservatori tendono a ignorare per contrapporre meglio donna-che-abortisce a donna-madre).

Forse la cosa più preoccupante è la motivazione del ribaltamento perché, come sempre, sono importanti le ragioni delle decisioni più ancora delle decisioni stesse (era chiaro fin dalla bozza trapelata e cominciando a leggere il testo definitivo): il diritto all’aborto non c’è nella Costituzione e quindi l’aborto torna a essere materia di voto, di Stati e di posizionamenti politici. Come spiega Giuditta Brunelli, professoressa ordinaria di Istituzioni di diritto pubblico all’Università di Ferrara, questa è una visione primitiva della Costituzione, una sua interpretazione puramente letterale che umilia il senso stesso delle carte costituzionali.

«Le cosiddette teorie originaliste della Costituzione oggi prevalgono, disgraziatamente, all’interno della Corte suprema. Non hanno senso e sono sbagliate – e questo vale per tutte le costituzioni. La costituzione deve essere rigida come fonte del diritto ma deve essere elastica sui contenuti normativi, cioè deve essere possibile in sede interpretativa adattarne i contenuti all’evoluzione sociale. Altrimenti non potrebbe durare nel tempo e non ci sarebbe nessuna evoluzione normativa».
Ci sono – ci dovrebbero essere – dei diritti fondamentali sui quali non è ammissibile votare o fare campagne politiche. «Non sarebbe il massimo della democrazia votare su quei diritti che la costituzione deve assicurare. Questi diritti devono essere garantiti indipendentemente dal cambio delle maggioranze politiche. La democrazia è un sistema complesso di pesi e contrappesi, e non un sistema in cui si può votare sull’esistenza stessa di un diritto costituzionale – questa è una interpretazione diffusa ma scorretta e ottusa, legata a una idea primitiva secondo cui basta l’elezione a fondare una democrazia». Certo, sarebbe stato meglio che dopo Roe ci fosse stata una garanzia federale in forma di legge. Forse, oggi, sarebbe stata una protezione sufficiente.

Come già da tempo accade nel mondo conservatore, per opporsi alla possibilità di abortire si parla sempre più spesso di bambino non ancora nato (unborn child) e non di embrioni e feti. E si insiste sulla vita potenziale, che è un errore più una fallacia. L’errore sta nel pensare che la vita sia sufficiente (l’embrione è vita, così come tautologicamente tutti gli organismi viventi che però non proteggiamo), o che lo sia quella umana senza doverlo specificare, e infine che la potenzialità basti ad attribuire un diritto così forte da poterci fondare il divieto di abortire.

E che influenza avrà altrove?

Perché l’aborto è un argomento che quasi tutti vogliono evitare e perché non è una novità che in Italia l’accesso all’aborto volontario non sia sempre garantito.

La legge 194 permette alla donna di interrompere la gravidanza in presenza di «un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito» e non sancisce un diritto di abortire in senso forte. La legge si intitola pur sempre «Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza» ed è nata su un compromesso forse allora inevitabile ma oggi sempre più traballante.

C’è però un impedimento che sembra insuperabile nel sapere davvero se e come la legge è applicata: non abbiamo i dati aperti e quindi non possiamo sapere come sta la 194, dove sarebbe più urgente intervenire e quanto è disponibile l’aborto medico (RU486). Anche l’ultima relazione del Ministero della salute ci dà numeri chiusi e aggregati per regione. Inoltre, sono del 2020. In questo modo abbiamo una fotografia vecchia e sgranata, poco utile sia per una donna che vuole scegliere dove abortire, sia per chi vuole davvero capire la salute della 194.

Per questo lo scorso agosto io e Sonia Montegiove abbiamo cominciato a mandare accessi civici generalizzati alle singole strutture. L’intento era quello di sollevare un problema e di chiedere di aprire i dati a chi ne ha il potere e i mezzi, cioè il Ministero della salute. Se il principio open data by default deve essere preso sul serio, non c’è alcun impedimento se non una pigrizia istituzionale, una non volontà per il preciso intento di lasciare quel velo di nebbia e per impedire di vedere dove le cose vanno peggio. Sappiamo che ci sono ospedali con il 100% di obiettori, regioni con non obiettori solo in una città, decine di strutture con percentuali superiori all’80. E mentre la media nazionale è del 64,6 per i medici ginecologi, ci chiediamo se la decisione su Roe servirà come (ennesimo) monito oppure se domani ce ne saremo già dimenticati.

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