«Un successo da migliorare». La frase è dell’accademico Ugo Patroni Griffi - presidente dell’Agenzia rapporti con l’esterno dell’Università di Bari - e ben fotografa la situazione della Zes Unica del Mezzogiorno. Un modello solido, che piace a destra e a sinistra, confortato dal moltiplicarsi degli investimenti e dalle ricadute occupazionali, ma che potrebbe essere ulteriormente perfezionato, ad esempio puntando con più decisione su progetti ad alto contenuto tecnologico. Si è discusso di questo, oltre ogni retorica autocelebrativa, durante il convegno «Zes: dalle opportunità all’azione», svoltosi venerdì nella sede di Confindustria Bari-Bat alla presenza del sottosegretario Luigi Sbarra, che guida la Struttura di Missione della Zona economica speciale, del senatore Filippo Melchiorre (FdI), di Ugo Patroni Griffi, del consulente Anci, Pippo Sciscioli, e del presidente degli industriali di Bari-Bat, Mario Aprile.
La premessa è sottoscritta da tutti: la Zes funziona. Nei primi tre mesi del 2026 sono state già rilasciate 1280 autorizzazioni (340 solo in Puglia) per un totale di 6 miliardi di investimenti diretti generati e 17mila nuovi posti di lavoro creati. Certo, c’è chi ne ha approfittato di più come la Campania e la stessa Puglia, ormai piene interpreti del ruolo di «locomotive», e chi arranca molto indietro come la Basilicata con circa 30 autorizzazioni uniche incassate dal 2024, alcune delle quali, però, con buone ricadute occupazionali. Ma il saldo rimane comunque positivo. «La Zes - chiarisce Sbarra - è un acceleratore di sviluppo: attrae investimenti, riduce la burocrazia, riconosce fiscalità di vantaggio e sostiene l’occupazione».
E, dunque, i problemi dove sono? Le prime segnalazioni concrete arrivano dalle testimonianze delle imprese. Si va dal generale al particolare. Innanzitutto, la necessità di prevedere un piano di investimento triennale. Oggi, infatti, gli investimenti vengono dichiarati e rendicontati anno per anno ma le imprese lavorano sempre sul medio e lungo periodo. Lo rileva Massimo Labruna, Ceo di As Labruna, che sottolinea: «Se il governo ha stanziato oltre 4 miliardi per il triennio 2026-2028 è giusto prevedere una rendicontazione annuale, ma è altrettanto necessario permettere alle aziende di programmare investimenti su base triennale in modo da poter compensare le richieste anno per anno». Si arruola sullo stesso fronte anche Giuseppe Bruno di Omc Calabrese mettendo anche l’accento su un problema più settoriale: l’ammissibilità, nel quadro Zes, delle ristrutturazioni e degli adeguamenti degli immobili già in uso, quando inseriti in un investimento produttivo. Un modo per assecondare una delle attività più frequentate dalle imprese, cioè la riqualificazione e l’efficientamento di strutture già esistenti, e di favorire il recupero del patrimonio industriale già presente sul territorio.
Ogni settore, dal proprio angolo visuale, ha dunque proposte generali o specifiche da mettere sul tavolo della discussione. Guardando invece la situazione dall’alto di una valutazione complessiva emerge un alto nodo critico. È Aprile a introdurlo nel dibattito: «Affiancando la leva fiscale a quella della semplificazione burocratica - spiega -, la Zes fornisce straordinari vantaggi. Ma ora bisogna utilizzare quei vantaggi anche per rafforzare le filiere sia nell’Agroalimentare che nel settore del Mobile della Murgia, ma anche per rilanciare l’Automotive e gli investimenti nella componentistica per l’eolico, il fotovoltaico e per l’industria della Difesa».
Come ha ben testimoniato la studio «Check up Mezzogiorno 2025» di Confindustria-Smr, infatti, oltre la metà delle autorizzazioni uniche rilasciate si concentra, in realtà, su poche filiere, più o meno sempre le solite: l’agroalimentare, il Made in Italy tradizionale e un po’ di elettronica-Ict. Comparti certamente preziosi che rispondono alle vocazioni profonde del territorio ma che ricalcano comunque modelli noti ed esplorati: in sintesi, si tratta di un rafforzamento del tessuto produttivo esistente che grazie alla Zes si affina e si sviluppa, continuando ad investire. Un bene? Certamente. Ma altrettanto utile sarebbe utilizzare l’acceleratore Zes per «spingere» settori ad alto contenuto tecnologico e con grandi capacità di innovazione. Non un tradimento, per così dire, dell’identità produttiva ma semplicemente una diversificazione in grado di far crescere l’intero Mezzogiorno. Le strade da esplorare sono molte. «Si potrebbe creare una super Zes - spiega Ugo Patroni Griffi - integrando la semplificazione nazionale con norme di semplificazione regionale, avvalendosi anche di istituti poco conosciuti come le zone franche doganali che permettono di contrastare il caro energia e gli effetti della guerra dei dazi». Nel frattempo, Confindustria Bari-Bat annuncia l’apertura di uno sportello per supportare le imprese nell’impostare la domanda per le agevolazioni Zes. «Ci impegneremo - conclude Aprile tirando i fili del ragionamento - ad aumentare gli investimenti nei settori a maggiore contenuto tecnologico».















