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Se la lettura ci fa «respirare» la speranza

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Se la lettura  ci fa «respirare» la speranza

Un libro respira? Un libro aiuta a respirare? Quale legame tra libro e respiro? E riusciamo a sincronizzare il suo respiro al nostro? Interrogativi, dagli spigoli acuti, ai tempi del coronavirus.
A i(n)spirarli - ci vuol sempre un punto di partenza - lo scrittore Italo Calvino che si calò nei panni dell’autore immaginario irlandese Sylas Flannery, (immaginario più del Cavaliere inesistente) al punto di compilarne il diario e farne osservatorio privilegiato dell’effetto di scambio tra scrittura e lettura (scrivo, dunque sono, se qualcuno legge. Altrimenti si finisce popolo di scrittori senza lettori, praticamente cavalieri inesistenti della penna o della piuma pervinca. Forse Calvino presagiva il libro-merce e gli ingloriosi corollari).
Non divaghiamo e restiamo al punto del calviniano Se una notte d’inverno un viaggiatore: il diario di Flannery. Più precisamente al momento in cui «su una sedia a sdraio, sul terrazzo di uno chalet in fondo valle» l’autore irlandese scorge, spaziando col cannocchiale, non una, ma la «giovane donna che legge» cogliendo «lo scorrere dello sguardo e del respiro». Le azioni sembrano distinte, ma sono legate dallo scorrere. Se il respiro si acconcia alla lettura, c’è un respiro del libro che, a sua volta, si accorda a quello del lettore? E magari lo cura, se infermo?
Il 14 aprile del 2020, durante i mesi senza sole del primo confinamento nazionale, riaprirono le librerie. Sembrava, non mancando le polemiche, sfida incredibile, insensata, al diabolico e misterioso coronavirus, alla necessità di arginare i contagi. A maggior ragione perché si definirono le librerie «luoghi di relazione» e le relazioni in una libreria, per natura allergiche al distanziamento, finivano per diventare più che mai pericolose. Oggi raccontiamo esiti diversi: riaprire fu felice intuizione perché la riapertura consentì di accordare il respiro dei libri (son pure sempre «quasi uomini» rammentando Nietzsche) a quello dei lettori, quest’ultimo gravato dal terrore di un virus respiratorio sconosciuto.
In qualcuno, qualcuno che decise la riapertura, affiorò forse il ricordo della giovane donna che Flannery-Calvino rimirava col cannocchiale lì «in fondo valle», lo «scorrere dello sguardo e del respiro» pieno di benessere? Quella reminiscenza servì a riaccordare i respiri reciproci, dei libri e dei lettori? Scacciò l’orrore del bombardamento mediatico quotidiano fatto di mascherine e ventilatori polmonari, il cui scarseggiare, nella prima fase della pandemia, toglieva il respiro insieme alle immagini delle bare di Bergamo e dei camion dell’Esercito pieni di salme?
Possibile il ricordo della giovane donna sia affiorato e ci crediamo, ma questa lunga divagazione, lunghissima e imperdonabile per densità di tedio, ci sembra utile a riaffermare l’importanza del respiro dei libri e del nostro respirare insieme a loro, grazie a loro: un respiro soprattutto di libertà. La schiantante sciagura del Covid ha rivelato che nulla di meccanico sussiste nel gesto di leggere. I libri restano respiro antico e quasi «naturale» e nel loro respirare è insopprimibile l’anelito a incontrare il respiro umano.
Curiosando fra mille, ci sono tre libri che hanno scommesso sulla parola respiro sin dal titolo: Il respiro del buio (Nicolai Lilin, Einaudi), Respiro (Ted Chiang, Frassinelli) e, prima di loro, Il respiro. Una decisione, terzo volume dell’autobiografia dello scrittore Thomas Bernhard. Attraggono per una certa carica di inconsapevole profezia sui respiri incrociati di lettori e libri (sono usciti prima della pandemia, Bernhard addirittura nel 1978, Lilin nel 2011, Chiang nel 2019). Legano, addirittura, respiro a lettura, per un filo rosso, postumo, che la pandemia ha cucito loro addosso.
In verità ci sarebbe un quarto libro evocativo, Come un respiro (Ferzan Ozpetek, Mondadori), pubblicato nel maggio dello scorso anno - quando il coronavirus sembrava arretrare ma si stava solo mimetizzando -. Evocativo sì, pur nella lontananza apparente da qualsiasi affinità fra respiro e lettura: l’ospite sconosciuta che piomba nella casa della coppia romana e poi muore custodendo un segreto destinato a sconvolgere vite ha un tratto virale (il virus piomba nelle vite degli uomini che lo ospitano sconvolgendo). E quel fascio di lettere (nella disponibilità del lettore per espediente di sapore calviniano), scritte dalla donna del mistero alla sorella e tornate al mittente, sono frutto di un amore soffocato dal rifiuto di leggerle, dal rifiuto cioè di farle respirare.
La carica profetica dei libri di Lilin, Bernhard, Chiang (la sua è raccolta di racconti e romanzi brevi pubblicata alla vigilia della pandemia nel 2019) lascia traccia, lo accennavamo, nella scelta del respiro e delle sue declinazioni. I tre testi vanno ricombinati, anzi sequenziati, in quell’ordine, al netto delle date d’uscita, perché disegnino una traiettoria salvifica, accordando il loro respiro a quello di chi sceglie di leggerli.
Il «respiro» di Lilin è il buio della guerra cecena (quante volte abbiamo sentito parlare della pandemia con fuorvianti metafore belliche?), ancor più buio per un reduce (i guariti dalle forme gravi di Covid come sono descritti dai media se non come reduci di un conflitto con i loro stress, le loro ferite, i loro traumi dopo aver saggiato il respiro del male?). Il respiro di Bernhard è quello del malato polmonare che si aggrappa alla vita vedendo i suoi vicini di letto morire (basterebbe compulsare i social per leggere centinaia di storie di ammalati Covid accostabili all’autobiografia dello scrittore).
Chiang, prolifico narratore fantascientifico rappresenta, infine, la presa di coscienza vera, piena, definitiva, dell’importanza del respiro per la lettura e della lettura per il respiro: l’universo nato da un respiro trattenuto continua a espirare generando vita e desideri, non accordarsi a questo mistero significa negare la vita (il virus ha questo obiettivo uccidendo il respiro). Leggere è quindi respirare, salvarsi, lasciare testimonianza. Come quella dello scienziato protagonista del racconto che dà titolo all’opera. Guardando al futuro, egli si rivolge al lettore-esploratore immaginando il momento in cui scoprirà la sua scrittura e lo leggerà. Lascia così una testimonianza senza tempo, vivissima, reale, tutt’altro che fantascientifica: «Anche se quando mi leggerai, esploratore, io sarò morto da tempo, mi congedo adesso rivolgendoti un invito: contempla la meraviglia che è l'esistenza e rallegrati di poterlo fare. Mi sento in diritto di dirtelo. Mentre scrivo queste parole, infatti, io sto facendo lo stesso.» Quante volte, tornando a respirare, un malato di Covid ha (ri)scoperto un mondo bellissimo?
Oltre e al di là dell’ossigeno e della medicina, accordare il nostro respiro a quello dei libri significa aiutarci a contemplare l’esistenza nella sua bellezza naturale. Perché nel respiro dei libri è il vaccino per il nostro malandato respiro.

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