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E io, Rocco Casalino sono il   portavoce che non perde la voce

È appena uscita l’autobiografia dell’ex portavoce dell’ex premier Giuseppe Conte, Rocco Casalino. S’intitola «Il portavoce» (Piemme, pagg. 272, euro 17,90). Il racconto della sua vita: dal padre violento al Grande Fratello, fino a Palazzo Chigi. L’altro giorno, la foto con le sue lacrime sotto la mascherina, nel momento dell’addio di Conte, hanno fatto il giro dei social. Pubbblichiamo alcuni estratti dal volume.


«Muori. Devi morire.» Pronuncio queste parole con lingua ferma, a voce non troppo alta né troppo bassa. Senza rabbia. Almeno senza che la rabbia si faccia schiuma alla bocca. Parole ferme, dure, normali. La rabbia deve essere sepolta molto in fondo al mio cuore, anche alla mia carne, ai miei nervi. La rabbia ha impregnato ogni fibra del mio essere, ma è così da tanto tempo che è diventata tutt’uno con la mia anima e con il mio corpo. E adesso c’è solo quell’imperativo che è un imperativo di giustizia. «Devi morire.» Sussurro all’uomo steso sul letto attaccato alle macchine, a meno di un metro da me. Lo dico non come pronunciassi una sentenza, che del resto era già stata pronunciata, ma quasi come una didascalia, come un dato di fatto, come una sottolineatura. Io sono d’accordo con quella sentenza. La aspettavo da tanto tempo.

Tumore ai polmoni, metastasi un po’ dappertutto. Mi volto, faccio qualche passo, mi allontano un poco dal letto – la stanza è piccola – e vado alla finestra. Guardo fuori, ma non vedo niente. Non vedo quello che c’è oltre il vetro. La mia mente è tutta occupata da quella scena, che non riesco a cancellare. E neanche voglio. Avevo nove anni. Era notte fonda. Mio padre era tornato ancora una volta ubriaco fradicio. Urlava a mia madre che voleva fare l’amore ma lei quella volta proprio non voleva, non voleva assolutamente, lo supplicava (in dialetto): «Per favore, Giuà, per favore non ho voglia, mi fa anche male, per favore Giuà, non ho voglia ti prego ti prego adesso no». Ma lui l’aveva presa con la forza. Non gliene importava nulla di mia madre, di quelle suppliche strazianti che avrebbero commosso un sasso (...).
******

–Dovete immaginare il 1960. Un paese di venti, trentamila abitanti, nell’entroterra pugliese, una decina di chilometri da Ostuni, sull’Adriatico, e a qualche chilometro in più dal Mar Ionio. Ceglie Messapica, con il suo borgo medioevale, case piccoline bianche, un castello abbastanza imponente al centro della città. Tutti vanno in chiesa, la messa della domenica come fondamentale luogo d’incontro, le donne con il fazzoletto in testa, se ti muore qualcuno devi portare il lutto per una vita, e c’è sempre qualcuno che muore, un marito, un figlio, un fratello, un cugino, uno zio, e allora le vedi, queste donne tutte vestite di nero, con il velo nero in testa a esibire lutto e assoluta sottomissione. Una mentalità molto chiusa, molto tradizionale. Il terrore dello scandalo. La condizione delle donne e il sesso. Inammissibile che una donna non arrivasse vergine al matrimonio. Se succedeva, lo scandalo travolgeva l’intero paese e per lei non c’era scampo. Nessun uomo se la sarebbe presa più. Sarebbe rimasta sola, abbandonata. Anche perché si sapeva sempre tutto. Il pettegolezzo, parlare e sparlare, o raccontare, era l’unico collante. Non c’era nient’altro. Succedeva tutto lì. Non c’erano viaggi, spostamenti. Eri lì. Vivevi lì. Non esisteva la prospettiva di farsi una vita altrove, andare via (...).

*******

Dirigo un ufficio di 30 giornalisti. Mi occupo di tutta la comunicazione del governo e del presidente del Consiglio. Mi occupo dei discorsi del presidente del Consiglio. Sono l’interfaccia con tutti i giornalisti (quindi li sento più volte al giorno per dare la linea del governo. In sostanza i giornalisti sentono il portavoce per avere informazioni su cosa ha detto e fatto il presidente durante la giornata o durante incontri a cui giustamente i giornalisti non partecipano. Se così non fosse, l’opinione pubblica – ovvero i cittadini – avrebbero più difficoltà a sapere cosa fa il proprio presidente del Consiglio. È un lavoro di responsabilità, che comporta oneri e onori, e che non può essere svolto se non stando fianco a fianco al presidente del Consiglio, vertici e riunioni incluse. Quindi si lavora h24. Curo l’immagine pubblica del presidente. Delle sue interviste, delle sue presenze in tv, delle sue uscite pubbliche in ogni minimo dettaglio. Curo tutta la comunicazione social (Facebook, Instagram, Twitter). Scrittura dei post. Grafiche, video e foto. Realizzo campagne di comunicazione. Ad esempio vedrai prossimamente in Rai un video su come si trasmette il contagio. E un altro con dei domino che cadono. Mostra l’importanza della distanza di sicurezza. Seguo gli incontri bilateri tra il presidente e gli altri capi di stato o di governo. Mi si critica molto perché pochi sanno cosa effettivamente faccio. E il mio passato da gieffino non mi viene perdonato.

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